| Karin Pallaver
Caroline
Elkins, Britain’s Gulag.
The Brutal End of Empire in Kenya,
London, Pimlico, 2005, 475 pp.
|
Vincitore del premio Pulitzer 2006 per
la sezione Nonfiction, il libro di Caroline
Elkins ha l’indiscusso merito di riempire
un vuoto nella storiografia sulla rivolta
Mau Mau. A partire dal 1952 la colonia del
Kenya fu teatro di una violenta rivolta
ad opera di una larga parte della popolazione
che al grido di «Land and Freedom!»
insorse contro l’occupazione britannica.
La rivolta affondava le sue radici nella
prima parte del XX secolo, quando gli africani,
principalmente di etnia Kikuyu, erano stati
sistematicamente privati delle loro terre
più fertili a favore del nutrito
numero di coloni che dall’Inghilterra
si erano trasferiti nella colonia gioiello
del Kenya. La storia della rivolta è
anche la storia delle misure intraprese
dal governo coloniale britannico per soffocarla:
da vaste azioni militari contro i guerriglieri,
alla creazione di campi di detenzione per
la loro riabilitazione, alla costruzione
degli emergency villages, villaggi
recintati dove avveniva la rieducazione
di donne, anziani e bambini, considerati
la base delle retrovie della rivolta. Mentre
gli inglesi operavano in Kenya per sconfiggere
e riabilitare i guerriglieri, in Europa
la repressione veniva presentata all’opinione
pubblica come una lotta della civiltà
contro la barbarie, dove i Mau Mau erano
rappresentati come selvaggi, colpevoli di
indicibili efferatezze nei confronti dei
coloni e degli africani rimasti fedeli alla
corona britannica.
La ricerca della Elkins prende le mosse
proprio da questo punto: documentare la
missione civilizzatrice degli inglesi nei
campi creati per la riabilitazione dei Mau
Mau. In maniera molto convenzionale, l’a.
intraprende una ricerca negli archivi coloniali,
dalla quale riesce ad ottenere, tuttavia,
scarsi risultati: pochissimi sono i documenti
relativi ai campi di detenzione e al processo
di riabilitazione. Alcuni sporadici indizi,
sono tuttavia sufficienti a far intuire
all’autrice che l’entità
delle persone coinvolte nella riabilitazione
fosse stata di molto maggiore rispetto a
quella indicata dalle statistiche ufficiali.
La mancanza di documenti negli archivi di
un’amministrazione come quella inglese
solitamente molto prolifica, insinua nell’autrice
il sospetto che gran parte dei documenti
concernenti la rivolta fosse stata distrutta
alla vigilia della partenza degli inglesi
dal Kenya alle soglie dell’indipendenza,
nel 1963. Perché?
Per rispondere a questa domanda e per compensare
la mancanza delle fonti d’archivio,
l’a. inizia un’ampia raccolta
di fonti orali sul campo. Attraverso più
di trecento interviste condotte tra i superstiti
della rivolta viene a mutare la prospettiva
dell’intero lavoro, che l’a.
anticipa già nell’introduzione:
«Oggi sono convinta che durante il
tardo periodo coloniale venne compiuta in
Kenya una cruenta campagna per eliminare
la popolazione Kikuyu, una campagna che
lasciò sul campo decine, se non centinaia,
di migliaia di vittime. La rivolta Mau Mau
è stata descritta come una delle
più selvagge e barbare rivolte del
ventesimo secolo. In questo libro chiedo
che si riconsideri questa opinione diffusa
e che si esaminino i crimini perpetrati
dalle forze coloniali contro i Mau Mau e
le consistenti misure che il governo coloniale
britannico intraprese per occultarli»
(p. XIV). Attraverso le testimonianze orali,
l’a. ricostruisce la storia e la struttura
dei campi di detenzione e degli emergency
villages, ponendosi come obiettivo
quello di andare behind the wire, oltre
il filo spinato, per esplorare la vita quotidiana
dei detenuti, le attività lavorative
alle quali erano sottoposti, i rapporti
con il personale. Quello che emerge è
un quadro generale di estrema brutalità,
caratterizzato da torture ed esecuzioni
sommarie, che molto si discosta dall’idea
di missione civilizzatrice proposta dalle
autorità coloniali. E che interessò
un numero di detenuti fino a quattro volte
maggiore rispetto a quello proposto dalle
statistiche ufficiali.
Un lavoro di indubbia validità nella
ricostruzione degli eventi attraverso gli
occhi dei superstiti e nell’uso comparativo
delle fonti d’archivio e delle fonti
orali, ulteriormente arricchito da una prospettiva
di genere, che pone in risalto l’esperienza
delle donne Mau Mau all’interno dei
campi di detenzione.
|