Andrea Casadio
Victor Zaslavsky, Lo
stalinismo e la sinistra italiana, Milano, Mondadori,
2004, pp. 275 |
Negli ultimi quindici anni,
l’apertura
(quantomeno parziale) degli archivi ex sovietici
e il nuovo clima culturale favorito dal crollo
del sistema comunista e dalla fine della
guerra fredda hanno permesso un profondo
rinnovamento degli studi storici, in particolare
proprio in relazione agli anni cruciali del
dopoguerra e alla formazione dei grandi schieramenti
politici e ideologici che hanno caratterizzato
il quarantennio della cosiddetta «Prima
Repubblica». Uno dei frutti più interessanti
di questo rinnovamento storiografico è il
volume di Victor Zaslavsky su Lo stalinismo
e la sinistra italiana. Dal mito dell’Urss
alla fine del comunismo 1945-1991.
Sulla scorta di una notevole esperienza nello
studio del regime sovietico, nella presente
ricerca - risultato di una rivisitazione
organica e dell’integrazione di studi
precedenti - l’autore si rivolge specificamente
alla realtà italiana e cerca di dare
una risposta ad alcune domande che a lui,
nato a San Pietroburgo e diretto testimone
della miseria materiale e morale dello stalinismo,
si presentano con un’urgenza esistenziale
oltre che, per così dire, «professionale»:
come è potuto accadere che il mito
sovietico abbia fatto presa in strati tanto
ampi e qualificati delle società occidentali
prima e dopo il 1945? E, ancora, come è stato
possibile che lo abbia fatto in maniera tanto
profonda e duratura, tanto da orientare ancora
oggi, in un contesto del tutto mutato, non
pochi aspetti del dibattito politico-culturale
e dello stesso sentire diffuso della nostra
società? La risposta - secondo l’autore
- sta nel grande fascino dell’ideologia
totalitaria, ma anche nella capacità della
potenza che ne rappresentava il motore politico
a livello mondiale (l’Unione Sovietica)
di alimentarlo attraverso il sostegno ai
movimenti comunisti dei paesi «reazionari»,
come appunto l’Italia.
A tale riguardo, lo studio di Zaslavsky è tanto
più significativo in quanto riesce
a mettere in discussione alcune impostazioni
storiografiche invalse (incentrate in particolare
sulla presunta «indipendenza» del
movimento comunista italiano rispetto al
centro moscovita), grazie appunto all’utilizzo
di fonti di recente acquisizione e alla loro
interpretazione in un’ottica comparata:
in un’ottica, cioè, che astrae
dalla dimensione puramente nazionale per
inserire la vicenda italiana in quella complessiva
della realtà internazionale della
guerra fredda, e in particolare del movimento
comunista, così profondamente caratterizzato
dall’autorità ideologica e operativa
del centro sovietico. Quello che ne emerge è il
panorama di una sinistra assai meno indipendente
nelle sue decisioni politiche di quanto comunemente
ritenuto dalla storiografia tradizionale,
come appare dall’esame di alcune vicende
particolari. La presunta adesione ai principi
democratici attuata da Togliatti nel dopoguerra,
ad esempio, risulta piuttosto il prodotto
di una tattica politica dettata dall’Unione
Sovietica, a sua volta frutto di una pragmatica
valutazione dei rapporti di forza anziché di
una strategia «conciliativa» nei
confronti del blocco occidentale come espressione
di una fedeltà agli accordi di Yalta.
Le documentazioni degli archivi sovietici,
insieme a quelle dei servizi segreti americani
e italiani e a quelle acquisite dalla Commissione
stragi del Parlamento, dimostrano ad esempio
l’esistenza di un esercito clandestino
approntato dal PCI negli anni dell’immediato
dopoguerra e pronto a una eventuale insurrezione,
che fino al 1948 venne ritenuta dalla direzione
del partito come un’opzione concretamente
praticabile. Fu solo in quell’anno
che l’ipotesi venne scartata, e non
per iniziativa del Partito italiano ma per
disposizione del governo sovietico, sulla
base del risultato delle elezioni del 18
aprile ma anche di fattori di politica internazionale
che orientarono Stalin al definitivo disimpegno
dallo scacchiere mediterraneo: il tramonto
dell’insurrezione greca, che di quella
italiana doveva rappresentare una sorta di «prova
generale», e la rottura con la Jugoslavia,
che avrebbe dovuto costituire un sostegno
politico e militare imprescindibile per il
partito italiano. Se dopo il 1948 l’apparato
militare venne in parte smantellato e ridotto
alla dimensione di «apparato di vigilanza» molto
più snello con compiti di sicurezza,
di raccolta di informazioni e di sorveglianza
interna al Partito stesso, è da quella
data che assunse invece una dimensione sempre
più consistente il finanziamento occulto
da parte sovietica al PCI, sia nella forma
di versamenti diretti sia in quella del sostegno
indiretto a organizzazioni e imprese collaterali
al partito, e destinata a protrarsi (almeno
quella indiretta) fino al crollo dell’URSS
nel 1991. Da segnalare che tale sostegno
finanziario favorì a lungo anche il
Partito Socialista. Se i finanziamenti in
suo favore cessarono solo negli anni Sessanta,
fu, come è noto, prima del 1956 che
la leadership di Nenni lo appiattì su
posizioni di totale subalternità a
quelle comuniste, prestando con ciò un
prezioso sostegno alla politica sovietica:
unico partito socialista europeo ad avere
sposato la politica stalinista, la sua posizione
fu fondamentale nel rendere le correnti antitotalitarie
assolutamente minoritarie nel panorama della
sinistra italiana.
Una realtà che, come abbiamo anticipato,
nonostante i decenni trascorsi e il rinnovamento
in corso produce ancora i suoi frutti nel
panorama politico-culturale del nostro paese. «Questa
eredità storica - afferma l’autore
- si rivela […] in tre caratteristiche
interconnesse e interdipendenti: la debolezza
del riformismo e la mancanza di un progetto
riformista realistico e realizzabile; la
comunicazione e la competizione politica
basate sulla delegittimazione dell’avversario
e condotte in maniera antidemocratica, cioè senza
sentire l’obbligo di presentare soluzioni
alternative; l’antiamericanismo come
base di costruzione dell’identità politica.
Individuare e analizzare le radici nazionali,
i percorsi storici e le tappe della cristallizzazione
di questa cultura politica diventa la condizione
necessaria per liberare la coscienza dai
miti e dagli inganni dello stalinismo».
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