Maria Pia Casalena
Christophe Charle (ed.), Capitales
européennes et rayonnement culturel,
XVIIIe-XXe siècle, Paris, Editions
Rue d'Ulm, 2004, pp. 186
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Seconda puntata della suggestiva inchiesta
avviata con la ricca raccolta Capitales
culturelles, capitales symboliques (Paris
2002), della prima ripropone densità tematica,
originalità di approcci e finezza
di analisi. Più che alla dialettica
tra capitali e periferie all'interno degli
Stati, qui si guarda alla prospettiva europea,
nel periodo in cui lo spazio culturale
nazionale ha avuto la massima importanza.
L'intreccio tra strategie simboliche e condizioni
politico-economiche ha permesso a certe città di
assurgere a capitali culturali e controllare
funzioni essenziali per la legittimazione
dei poteri. Lo status di capitale
culturale, peraltro, non rappresenta una
conquista definitiva. La concorrenza è passata
tanto dalla ricerca di distinzione / alterità,
quanto attraverso dinamiche di emulazione
/ appropriazione. Diviso in due parti, il
volume affronta due grandi nuclei tematici - il
pellegrinaggio e l'attrazione culturale - presentando
per ciascuno cinque casi di studio.
Il passaggio dal moderno
al contemporaneo ha agito anche sul pellegrinaggio.
Il pellegrinaggio
religioso ha come massima espressione il
giubileo. Ma, come dimostrano D. Julia e
Ph. Boutry, a poco servì il tentativo
di "restaurazione cristiana" messo in atto
all'epoca del primo e unico giubileo dell'800.
Nel 1825, infatti, il raggio d'attrazione
non andò molto oltre i confini nazionali.
Oltre tutto, gran parte dell'afflusso fu
dovuto a masse di pastori e contadini delle
province confinanti, in una poco spirituale
coincidenza con le scadenze dei mercati.
Evento tutt'altro che universale, esso fornì piuttosto
un'ulteriore prova della persistente crisi
culturale del Papato.
Il cattolicesimo era
intanto piegato ad altre cause, in altre
capitali. J.-O. Boudon
ripercorre la vicenda ottocentesca di Notre-Dame,
protagonista di un nuovo progetto politico
di legittimizzazione e sacralizzazione. Con
Napoleone, grazie al Concordato, essa diventa
il vero tempio nazionale, il punto di coagulazione
di tutte le componenti della nazione, la
meta del pellegrinaggio di tutti i francesi,
la sede della pacificazione monarchico-imperiale.
I Borboni restaurati preferiscono Saint-Denis: è una
scelta perdente, come il diritto divino e
l'assolutismo. La Terza Repubblica consacra
un nuovo tempio laico, il Panthéon.
Per Notre-Dame, comunque, si tratta di "declassamenti" relativi
e temporanei.
Il modello giacobino non è che uno tra
quelli esistenti. Altrove le capitali politiche
sono più d'una per nazione, o l'affermazione
della capitale politica in campo culturale è meno
avanzata.
È il caso, rispettivamente, della
Germania e dell'Inghilterra, protagoniste
nei saggi di P. Boudrot e M. Espagne. Alle
glorie nazionali si dedicarono forme di culto strutturalmente differenti,
tra loro e rispetto a quelle parigine. Mentre
Weimar, capitale politica non di primo piano,
può ritagliarsi una invidiata centralità come
capitale simbolica che prelude alla sua 'fortuna' novecentesca;
alla pur leggendaria Stratford-on-Aven non
rimane altro, a fine '800, che inchinarsi
di fronte ai mezzi di Londra.
Nella seconda parte del volume si esaminano
cinque delle risorse - luoghi di memoria,
offerte socio-culturali e istituzioni - che
fanno materialmente di una città una
capitale simbolica.
Il successo dei concorsi
d'arte nella Roma
settecentesca è direttamente proporzionale
alla capacità dei papi di rilanciare
il prestigio della città santa in
un'Europa dove si consolidano, oltre alla
cosmopolita repubblica delle lettere, le
rivalità nazionali (M.P. Donato).
Con Benedetto XIV il potere religioso (ripercorrendo
in piccolo le orme della Monarchia francese)
stringe un'alleanza con le maggiori accademie:
debolmente organizzata, tale alleanza non
regge che per pochi anni.
Anche il sapersi rappresentare è ingrediente
essenziale dell'ascesa di una città nello
spazio simbolico europeo, come dimostra l'analisi
delle guide di Parigi nel XVIII secolo (G.
Chabaud).
La moda e il teatro sono oggetto delle indagini
di D. Roche e Ch. Charle, che offrono
preziose sintesi dei risultati di lunghe
attività di ricerca. Investimenti
di capitali, occasioni di incontro e intesa
tra imprenditori, disponibilità di
spazi e di fruitori, fanno la supremazia
di Parigi, dentro e fuori di Francia. Anche
in questo senso, Parigi (come la Londra del
tardo '800) gode di tutti i vantaggi di una
centralità assoluta, sconosciuta
ai contesti italiano o tedesco.
Nelle periferie verdi
di quelle due capitali, le élites nobiliari impiantano tra
i due secoli un nuovo monumento del potere
simbolico: le corse dei cavalli (N. de Blomac).
Portatrici dei classici valori della competizione
sportiva, esse si imbevono in realtà di
moderni discorsi sulla razza (quindi,
sui rapporti 'gerarchici' fra ceti e fra
popoli), di cui quegli attori si servono
per assicurarsi nuovi spazi di egemonia.
Allo stesso modo, le élites dell'Illinois
edificano un museo sul modello del Louvre,
l'Art Institute, per strappare alla finora
defilata Chicago la prestigiosa etichetta
di capitale culturale (V. Tarasco-Long).
L'affermazione avviene alle spese di altre
metropoli statunitensi e, a dispetto di molte
previsioni, riesce a mettere in allarme - per
la solidità finanziaria e la spregiudicata
capacità di traduzione dei modelli
storici anche le più gloriose capitali
d'arte dell'Europa d'anteguerra.
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