Marco Sciarrini
Teresa Isenburg e Renato Pasta (eds.), Immagini
d'Italia e d'Europa nella letteratura e nella
documentazione di viaggio nel XVIII e nel XIX
secolo. Atti del seminario internazionale
(Firenze, 1999- 2001), Firenze, Firenze
University Press, 2004, pp. 186
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La sterminata messe di
ricerche e approfondimenti dedicate ai
temi delle identità a confronto,
dei sentimenti di appartenenza, del revival etnico
o nazionalistico, hanno generalmente indicato,
a partire almeno dall'ultimo ventennio, un
variegato percorso metodologico comparativo
e interdisciplinare dai tratti innovativi
e fecondi. A questo genere di lavori può ricondursi
la raccolta curata da Isenburg e Pasta: invero
un volume che, almeno rispetto alle attese
suscitate dall'accattivante titolazione,
solo a fatica offre organiche prospettive
di studio, proponendo piuttosto una pluralità di
temi ed approcci scarsamente correlati.
Un impercettibile filo
rosso è da ricondurre
non tanto all'analisi o rappresentazione
delle immagini d'Europa o d'Italia, quanto
invece al tema generale dei confini o meglio
delle frontiere, intese nella proteiforme
e cangiante proiezione identitaria: da un
lato le frontiere politico-diplomatiche e
geografiche, dall'altro le frontiere religiose
e culturali.
Il concetto di "confine" - giuridicamente
inteso come demarcazione della sovranità - si
afferma progressivamente entro i caratteri
di definizione dello Stato modernamente inteso,
come attesta Paolo Marchetti, nella sua interessante
rassegna dedicata a I giuristi e i confini:
dalla elaborazione dei canonisti in età medievale
collegata al principio del privilegium,
al progressivo indebolimento dei legami vassallatici
che produce la prima delimitazione dei confini,
sino all'organizzazione amministrativa e
ripartizione territoriale della Chiesa di
Roma che avrebbe poi ispirato le origini
e le evoluzioni dello Stato moderno. Per
offrire una visione pragmatica, svincolata
da automatici rinvii all'epifania e affermazione
dello Stato moderno, l'autore segnala l'atteggiamento
dei giuristi che legittimano gli assestamenti
territoriali sedimentati e riconosciuti nel
tempo.
Ne deriva un'interessante valutazione generale: «sono
più le abitudini, i comportamenti consolidati,
le occupazioni quotidiane, gli spostamenti
a determinare il tracciato delle linee di
confine che non l'atto d'imperio del princeps» (p.19).
Una premessa che fa da sfondo a numerosi
ed eterogenei contributi in cui il tema della
mobilità e fluttuazione delle frontiere viene
declinato in contesti e periodi affatto difformi.
La determinazione dei
confini orientali d'Europa richiama il fondamentale contributo
di Federico Chabod sui temi della coscienza
europea e il suo lascito metodologico relativo
alle parabole identitarie nazionali: la storia
della cultura e degli intellettuali, la letteratura
e la poesia, le immagini e l'autocoscienza,
rappresentano elementi maggiormente rilevanti
rispetto alle tradizionali visioni politiche,
storiche o diplomatiche. Su questa scia si
attesta il saggio di Giulia Cecere (L'«Oriente
d'Europa»: un'idea in movimento - sec. XVIII) che,
seguendo l'evoluzione della cartografia e
le spedizioni scientifico-geografiche, indica
le tappe della percezione della Russia nella
coscienza europea e le barriere orientali
del continente dall'età di Pietro I al primo
Ottocento. Una tematica che si sovrappone
all'analisi innovativa di Sergueï Karp sulle
relazioni culturali tra autocrazia russa
e Lumi francesi: a partire dall'interpretazione
semiotica si aprono interessanti prospettive
per l'intera storia delle frontiere culturali
d'Europa, le modalità e i caratteri della
cosiddetta transplantation, il profilo
dei protagonisti (Diderot, Voltaire, Caterina
II) e soprattutto degli intermediari culturali
(Grimm prima, Romme poi). Anche grazie a
questi fenomeni la Russia entra a pieno titolo,
nel Settecento, nel concerto europeo, riconosciuta
da quella scienza dello Stato tedesca impegnata
nell'analisi comparativa dei sistemi giuridici
nazionali entro la primordiale definizione
dello ius publicum europaeum, retaggio
delle elaborazioni di Grotius e Pufendorf.
Una storia che non è solo di incontri, influenze
e contaminazioni ma è soprattutto un confronto
serrato di culture, religioni, Stati e istituzioni
che spesso sfocia in violenti conflitti.
Epitome di questa complessa
interrelazione sono la frontiera mobile
del Mediterraneo
e i rispettivi avamposti, come raccontano
le vicende del Vicereame di Maiorca nel cuore
dell'età moderna. Il contributo di Natividad
Planas (Conflits de compétences aux frontières.
Le contrôle de la circulation des hommes et
marchandises dans le Royaume de Majorque
au XVII siècle) ci consegna un quadro
di conflitti di competenza tra autorità civili
(locali e centrali) e ancor più tra queste
e l'autorità inquisitoriale sugli assi intersecanti
del commercio, della cultura e della fede.
Uno scontro che l'Europa trasferisce nella
sua proiezione coloniale entro le vicende
territoriali e culturali del Nuovo Mondo,
in un lascito odioso e problematico: dalle
complesse ma ricomposte questioni della frontiera
tra Brasile e Guiana britannica - soggette
all'arbitrato di Vittorio Emanuele III di
Savoia e ricostruite da Isenburg (Separare
e unire. Appunti sulle frontiere brasiliane
fra Otto e Novecento: il caso della Guiana
britannica) - ai problemi culturali,
sociali e umani della schiavitù che hanno
segnato la storia plurisecolare tra le due
sponde dell'Atlantico, oggetto dell'analisi
interdisciplinare di Jürgen Osterhammel (Atlantic
slavery: a problem of cross-boundary history). |