| CULTURE
ALIMENTARI E IDENTITÀ
FRAMMENTI DI UN QUADRO STORICO-SOCIOLOGICO
Roberta Sassatelli
Presentazione
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Nel mondo globale il cibo italiano ha un
posto tanto preminente quanto e più
dei fast-food americani: pizza, espresso,
spaghetti sono tutti diventati oggetto di
catene distributive di grande successo,
ma anche i ristoranti italiani di alta qualità
hanno colonizzato un po’ tutti i paesi
sviluppati, così come il riferimento
simbolico all’italianità emerge
nelle sempre più numerose pubblicazioni
gastronomiche rivolte ad un fitto, quanto
variegato, pubblico di classe media che
ha caricato la cucina di valenze edonistiche
ed estetiche. Sul suolo nazionale, il settore
gastronomico è peraltro tra i più
dinamici in termini economici e sociali
– con tassi relativamente alti di
crescita annui, una forte apertura all’imprenditoria
migrante, un fiorire di nuovi e diversi
luoghi di consumo, un vero e proprio boom
dell’editoria gastronomica, e, non
da ultimo, un fiorire di iniziative educativo-promozionali
(dalle fiere ai corsi di degustazione) e
di associazionismo davvero impressionante.
Non sorprende quindi che, accanto alla storia
dell’alimentazione e giovandosi della
sua consolidata tradizione nostrana, comincino
oggi ad emergere ricerche di taglio storico-sociologico,
per lo più focalizzare sul triangolo
italianità, localizzazione, globalizzazione
[1].
I saggi raccolti in questo dossier si iscrivono
in questo triangolo, trattando, in una prospettiva
sociologica e storica diversi fenomeni inerenti
al cibo e la cultura alimentare. Il saggio
di Giuseppe Parente cerca di aprile il black
box della “globalizzazione”,
considerando le sue diverse sfaccettature
e dimensioni, mostrando che persino i prodotti
alimentari di massa, standardizzati e “rapidi”
si devono inserire in contesti locali di
uso e consumo e di produzione. Prima di
essere “mcdonaldizzato”, ovvero
prodotto e distribuito secondo procedure
burocratizzate e standardizzanti, il “cibo
veloce” è stato cibo di strada,
street food, alimenti semplici e artigianali
da gustare rapidamente in piedi e all’aperto.
E la produzione artigianale di cibi veloci
da passaggio non si è interrotta
né in Italia né altrove; al
contrario, continua ad alimentare, con la
sua infinita varietà e necessaria
fantasia, l’industria della ristorazione
veloce che magari rinchiude le pratiche
del consumo in spazi chiusi e ordinati,
senza per questo determinarne il senso.
Che il consumo, incluso il consumo alimentare,
abbia molto a che fare con la capacità
dei soggetti di attribuire senso alle pratiche,
con il loro capitale culturale, e con la
sollecitazione di frames cognitivi
per la comprensione del cibo – con
gli occhi, la testa e il cuore, oltre che
con il palato e le mani – è
il punto di partenza dell’articolato
lavoro di Federica Davolio. Davolio considera
l’evoluzione dell’editoria gastronomica
nel nostro paese, dai manuali di cucina
sino al boom delle riviste gastronomiche
nei tardi anni ’80 del Novecento.
Attraverso una metodica ricostruzione empirica,
il suo lavoro individua l’emergere
di riviste “epicuree” (che pongono
enfasi estetizzante sulla dimensione edonistica
del cibo, dal consumo della rivista, all’eventuale
preparazione alimentare, al gesto nutritivo)
accanto a riviste “funzionali”
(che ripropongono l'approccio familiare,
pragmatico e tradizionale alla cucina che
contraddistingue le riviste destinate a
un pubblico femminile già dai primi
del Novecento). Il consumo alimentare in
effetti è oggi, soprattutto per le
nuove classi medie, non solo e non più
una pratica da comprendere e condurre secondo
le logiche della convenienza, salute e abitudine,
bensì un rituale estetico che inquadra
il cibo come “emozionante oggetto
di passione”, carico di valenze simboliche
e identitarie. Il nuovo inquadramento delle
pratiche alimentari espresso dalle riviste
epicuree ci dice dunque qualcosa di come
sta mutando, anche nel nostro paese, la
cultura alimentare nel suo complesso: ci
mostra chi può e come ci si può
accostare ai fornelli con piena legittimità
culturale, chi può e come si può
esperire il cibo in modo adeguato, quali
cibi ci possono fornire un piacere legittimo,
e come noi possiamo legittimamente rivendicare
per noi tale piacere. Le nuove classi medie
e il loro orientamento edonistico-estetico
ai consumi – inclusi quelli alimentari
– figurano come importanti elementi
esplicativi anche nel saggio di Daniele
Tricarico. Nel suo contributo Tricarico
considera l’espansione, legittimazione,
creolizzazione ed evoluzione della cucina
italiana in Gran Bretagna, sottolineando
- in continuità con i recenti lavori
di Montanari e Capatti, ma anche con la
tradizione sociologica che da Simmel in
poi ha sempre concepito l’identità
come funzione di riconoscimento e differenza
– che l’enfasi sul locale (e
la stessa rilevanza delle denominazioni
di luogo) è il portato di flussi
culturali, sociali ed economici che incoraggiano
disarticolazione geografica e de-localizzazione.
Le migrazioni hanno quindi contribuito a
diffondere la cucina nostrana sul suolo
britannico, offrendo ai nostri connazionali
un settore in cui era più semplice
sviluppare progetti imprenditoriali che
richiedevano capitali economici non elevatissimi
ma sfruttavano elevati livelli capitale
culturale (la tradizione gastronomica italiana)
e sociale (le reti famigliari). La cucina
italiana, che si è creolizzata nell’incontro
con i gusti britannici, è stata poi
progressivamente connotata - anche grazie
al lavoro di innumerevoli intermediari culturali
(dai celebrity chefs agli scrittori
di guide gastronomiche) – come esotica
ma mediterranea, semplice ma estetizzante,
salutare ma piacevole. L’immagine
della gastronomia italiana costruita in
Gran Bretagna avrebbe così ricomposto
alcuni dei conflitti che maggiormente si
avvertono nella cultura alimentare occidentale,
contribuendo tra l’altro a legare
inscindibilmente un’Italia immaginata,
e spesso assaggiata mediante le vacanze
e il turismo, ad una tradizione gastronomica
re-inventata. Il legame tra italianità
e tradizione gastronomica è anche
l’oggetto del saggio, più schiettamente
storico, di Agnese Portincasa. Mettendo
a fuoco la costruzione dell’identità
italiana e la storia della pasta alimentare,
Portincasa parte dall’assunto che
la cucina di una nazione è sì
espressione della sua cultura, ma è
anche un insieme di pratiche (economiche,
sociali, simboliche) attraverso cui tale
cultura si costituisce. Cucina e identità
nazionale sono dunque co-costitutive, e
nelle pieghe del loro mutuo consolidarsi
si può rinvenire l’arbitrarietà
– ovvero la non necessità -
delle associazioni simboliche e delle pratiche
sociali che le legano.
In tutti questi contributi, sebbene venga
prestato un occhio privilegiato agli elementi
culturali (testi, documenti ed immagini,
sono le fonti primarie), non viene dimenticato
il contesto socio-economico. Che si tratti
di rappresentazioni della cucina italiana
in Gran Bretagna, del modo in cui noi italiani
ci siamo rappresentati come mangiatori di
pasta, o di quant’altro, gli elementi
culturali figurano come situati nel mondo
economico-sociale e in relazione dialogica
[2]. Seguendo un’impostazione che ha avuto forte impulso nella
recente sociologia culturale, questi lavori
insomma sembrano concepire la cultura alimentare
o gastronomica come un prodotto culturale.
E questo prodotto si consolida attraverso
l’azione concreta di una varietà
di attori sociali che agiscono all’interno
di istituzioni (produttive, distributive,
di consumo, ma anche fuori dal mercato,
movimenti sociali e soggetti politici) rielaborando
una serie di elementi simbolici che, come
una “cassetta degli attrezzi”,
costituiscono degli strumenti, in parte
flessibili e certo contraddittori, che facilitano
e orientano l’azione.
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