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150° Anniversario Unità d'Italia
Marcella Marmo
Il grande brigantaggio nel cinema
Dalla prima alla seconda repubblica
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
Il bianco e nero Il brigante di Tacca del Lupo di
Pietro Germi, nel cast Amedeo Nazzari, racconta nel 1952 a mo’ di western la storia della
dura guerra al brigantaggio, da un racconto omonimo di Riccardo Bacchelli dell’anteguerra,
dove è probabile il deposito di racconti locali (area garganica), in linea con la vulgata
sull’unificazione nazionale e le sue forti difficoltà nel Sud. A sua volta Li chiamarono…briganti!, di Pasquale Squitieri, 1999, è pensato
anche come omaggio al western all’italiana di Sergio Leone; ma è costruito sull’autentica
passione neoborbonica per la storia del maggior brigante meridionale, il lucano Carmine
Crocco, seguita con una certa precisione documentaria e insieme come soggettivissima
controstoria dei vinti; attori di grido quali Enrico Loverso, Lina Sastri, Giorgio
Albertazzi e Claudia Cardinale.
In una rassegna di cinema e storia sui film risorgimentali 1905 - 2011[] ci siamo occupati con particolare interesse di questi
due importanti film sul brigantaggio ottocentesco, che accompagnano i discorsi storiografici
e di opinione emersi nel centocinquantenario con un’attualità ancora pochi anni fa non
prevedibile. Come spettacoli che arrivano da contesti e percorsi diversi a un versante oggi
particolarmente controverso dell’unificazione italiana, richiamano bene la metafora del tapis roulant che riporta pezzi di memoria
storico sociale già dati per usciti dal repertorio di quanto si è selezionato, con la quale
Mario Isnenghi ha introdotto i tanti luoghi della
memoria, da non abbandonare all’uso pubblico della storia invalso nel cospicuo
revisionismo [Isnenghi 1996].
All’importanza della tematica storiografica – che è da riprendere sviluppando la ricerca e
aggiornando le categorie e le interpretazioni, tra guerra sociale e guerra civile,
Risorgimento italiano e meridionale [Lupo 2002; Bruno Guerri 2010; Manchon 2011; Pinto
2011a, 2011b] – ha corrisposto negli ultimi anni com’è noto un vero e proprio “ritorno dei
briganti” come presunto luogo identitario di un Mezzogiorno in crisi all’interno della più
ampia crisi italiana. Se il 2011 è andato calamitando già da alcuni anni un web neoborbonico
che si è poi qualificato anche più chiaramente sul piano politico come Nazione Duosiciliana, Terronia…, è interessante verificare che già il film di Squitieri del 1999
conteneva tutti gli ingredienti del racconto oggi detto “neoborb”, che sarebbe corso on line
con infinite manipolazioni, per confluire quindi nella vulgata sud vittimista strillata del
fortunato Terroni del giornalista pugliese Pino Aprile. A
partire dalla cifra di un milione di morti come esito della guerra di conquista del Sud,
terra massacrata cui non resterà che emigrare [Aprile 2010, 9, 70 71]: cifra manifestamente
sproporzionata ai 20 60.000 su cui si attesta la stessa storiografia che oggi ritiene
legittimamente sdoganata la categoria di guerra civile anche per il brigantaggio [Lupo 2002;
Bruno Guerri 2010; Lupo 2011], pur con angoli di visuali diversi quanto alla natura e al
senso del fenomeno nell’unificazione italiana. Altrettanto priva di fondamento è l’immediata
sequenza “repressione del brigantaggio/emigrazione” che viene ripetuta a iosa sui siti
“neoborb”, come da Aprile, e che già si insinuava nel film di Squitieri di dieci anni prima
(dalla storia mélo di due giovani pastori/briganti destinati al martirio, per i quali la
madre aveva pensato l’emigrazione in Francia…, alla canzone Profezia delle ultime sequenze, o brigante o
emigrante!). Nel condividere il giudizio espresso su questa rubrica da Paolo
Noto [Noto 2011], che le fiction sul Risorgimento parlino di volta in volta piuttosto del
presente, mi propongo qui di svolgere una lettura parallela di questi film sul brigantaggio
molto diversi per fattura e memoria storica, distanti quanto la dislocazione Nord/Sud
all’avvio della prima e della seconda repubblica.
Il brigantaggio di Pasquale Squitieri (1999)
Il nostro percorso può utilmente partire dal più vicino film di Squitieri, che nel 1999
doveva sorprendere per lo più la critica cinematografica come l’intellettualità politica di
sinistra, subendo a quanto si dice il rapido ritiro dalle sale, se non altro per censurare
la raffigurazione di un generale Cialdini assolutamente brutale e sanguinario. Il film
boicottato nel 1999 ha recuperato intorno al 2011 un’ampia diffusione nei circuiti delle
proiezioni “neoborb” ovvero sudiste (Briganti! è offerto
su You tube in molti siti ed è da anni proiettato nelle feste folclorico politiche di
provincia meridionale, che sovente hanno celebrato nel 2011 piuttosto un antirisorgimento).
Cineasta che, nei suoi film di vari contesti e generi, ha inteso coniugare il grande
spettacolo con un’idea d’impegno civile nata a destra ma poi vissuta all’incrocio con il ‘68
[Monetti 2009, 14 15], con Li chiamarono… briganti! Squitieri è andato a un film storico di antirisorgimento irruente, che si rende esplicito
nelle interviste più aperte ad ascoltare il regista. Avendo scritto già nel 1970 una
sceneggiatura di base, all’uscita del film nel ’99 Squitieri spiega per esempio a un
giornalista de «Il Messaggero» come, fatta salva la buona storiografia di Gramsci Croce
Molfese…, questo film epico sull’unificazione come invasione dei piemontesi, di là da
ricostruzioni puntigliose, ha voluto «usare l’immaginazione come memoria della storia»
[Monetti 2009, 264]: dar voce essenzialmente a «una rilettura della questione meridionale
per capire il malessere e la mancanza di speranze del nostro sud, che da un secolo si è
dissanguato con l’emigrazione»; raccontare del resto la «storia documentatissima» della
violenza dei bersaglieri che stupravano e tagliavano le teste. In breve, il film a tesi
compone un racconto a tutto tondo neoborbonico – il Re di Napoli e la Chiesa di Roma
baluardi della riscossa popolare meridionale – intorno alla storia nota di Crocco. Dal
veloce riferimento nelle sequenze di avvio alla deludente militanza garibaldina del ‘60, il
maggior brigante del periodo viene avanti come leader populista della forte mobilitazione
legittimista del ‘61, capace quindi di una dura contesa del territorio ai “piemontesi”,
braccato infine da un esercito italiano ormai attrezzato alla repressione intensiva sul
territorio, non senza il contributo del tradimento di Caruso luogotenente opportunista –
pratica del resto reale del banditismo in molti contesti e date [Molfese 1964; Scirocco
1986]. Lungo il film il regista monta un discorso antipolitico a tutto tondo sull’accordo
che possidenti locali, politici liberali e già borbonici, cardinali romani (!),
realizzeranno in coalizione strategica contro i briganti/contadini da massacrare. Fin dalle
prime sequenze corre l’infuocata identificazione dei patrioti martiri del Sud versus il nemico nordico, con il ragazzo che sputa sul nome di
Garibaldi (morti tutti i suoi familiari nei mesi garibaldini, a sua volta naturalmente
morirà per il fuoco piemontese). Disattese le non meglio spiegate promesse ai contadini à la Gramsci, arriverà il generale Cialdini,
ferocissimo teorico e pratico della repressione militare.
Nella citata intervista a «Il Messaggero», Squitieri spiegava di non aver voluto fare un
film buonista, ma un film «nudo e crudo» sulla rapina e il genocidio del Sud [Monetti 2009,
263]. Viceversa, il film a tesi riserva il buonismo più partigiano alla comunicazione del
capobrigante con il suo popolo, e attribuisce la violenza post 1860 tutta all’altra parte,
sottacendo l’efferatezza della mobilitazione legittimista sia nei massacri politici che
nelle pratiche criminali.
Nelle ambizioni a un’epica di controstoria, la vena nazional sudista di Squitieri si nutre
d’altra parte di ingredienti che echeggiano un’antropologia comunitaria ancora viva, tra i
paesi e i boschi dove si accampa l’esercito della liberazione. Così, i giochi di genere in
cui le donne sono portatrici di antico maternage e
intrinseca differenza femminile: un contemporaneo sessantottino che conquista molto spazio
nell’immaginario della fiction, pur concentrata sulla vicenda politica briganti contro
piemontesi. Analoga funzione di ponte, tra la rabbia politica e l’emozione antropologica,
viene svolta dai canti affidati alla voce di Lina Sastri, un coro greco che politicizza il
discorso comunitario già immesso nel racconto: tre canzoni di vogue popolare, scritte e musicate ad hoc da Luigi Ceccarelli su contenuti e
modalità del lamento gridato, dove la dolente figura femminile piange la profezia di un
destino di morte per i maschi briganti, e di un futuro italiano senza cittadinanza e senza
libertà per questo popolo oppresso. Dialetto napoletano in contesto lucano, sullo sfondo
importante della reggia di Caserta: la nazione duosiciliana si riconosce pur sempre a
partire dal centro dell’antico regno.
Tale nostalgia tradizionalista può risultare d’altra parte contigua al meridionalismo
terzomondista presente per esempio negli studi di Nicola Zitara sull’Unità d’Italia come
nascita di una colonia[], negli stessi primi anni
‘70 in cui Squitieri spiega di aver svolto la prima sceneggiatura. Nello splinder di lancio
del film: «Se avessero vinto, si chiamerebbero Villa, Zapata, Guevara. Ma sono stati
sconfitti e la Storia li chiama Briganti» [Monetti 2009, 263].
I fotogrammi del film si aprono del resto con la dedica (a dieci anni dalla morte) A Sergio Leone, e degli spaghetti western la pellicola riprende molti elementi stilistici: le
cavalcate (con analoga musica di sottofondo) e analogo (sovente esasperato) uso del
rallentatore; qualche sparatoria negli interni lucani come saloons; le colline sassose come canyons.
Il western antirisorgimentale sembra peraltro fallire, quanto all’ambizione epica
rivendicata dal regista, nei difetti cinematografici riscontrabili: la macchina da presa si
muove caotica tra campi e figure, risultano invasivi i doppiaggi, poco compatta la colonna
sonora, e per lo più priva di tono, a parte il coro greco di Lina Sastri. Il film si può
dire dunque sgrammaticato nelle scelte stilistiche strabordanti il genere cui il regista si
è esplicitamente richiamato[]. In prospettiva
storiografica, l’idea suggestiva di un’interna sconnessione stilistica può connettersi
all’aver il regista seguito un percorso militante, verso una patria sanfedista da sempre di
destra nella storia italiana, nel quale è poi confluito il populismo trasversale portato dai
tempi, nella crisi sociale e di valori di fine ‘900. Briganti! è non caso zeppo di icone di sinistra: da attori come Lina Sastri
ed Enrico Loverso, alla personalità libertaria di Crocco leader sincero del brigantaggio
meridionale, all’emancipazione femminile/femminista nella figura della sua compagna,
all’insistenza sull’emigrazione come genocidio, nell’alternativa da incubo che chiude il
film o brigante o emigrante!
I percorsi trasversali intorno alla denuncia più o meno vittimista della condizione
meridionale precedono del resto la crisi degli ultimi decenni e le onde identitarie
contrapposte leghista/sudista. In una recente intervista di Squitieri sui suoi percorsi, Briganti! fa dittico con Razza selvaggia, un film a basso costo del 1980 sull’immigrazione a Torino,
dove la lotta armata e la droga, la violenza banale e la prostituzione diffusa vogliono
denunciare lo sfruttamento degli operai meridionali spaesati e porre dunque il problema
dell’identità da riconquistare: è stato «dal punto di vista antropologico un ritorno al sud,
a una nostra realtà più ideale che politica» [Monetti 2009, 66]. Degli umori sudisti lo
stesso Squitieri ricorda la genesi più indietro nel tempo, nella frequentazione del gruppo
’63 e l’amicizia con Nanni Balestrini, autore tra l’altro di Vogliamo tutto. Contiguità con Lotta Continua? Il regista parla piuttosto
per sé: era un «nuovo modo di vedere il meridionalismo (…). Tutto nasce a Napoli, alla
libreria Guida. Con questo film ho voluto disturbare chi più di tutto ha sfruttato il
meridione: cioè la Fiat (…)» [Monetti 2009, 65].
A qualificare il radicalismo antinordico di Squitieri, più che la protesta
economico sociale, risulta il furto di cultura che il Sud avrebbe ricevuto: «un Sud rapinato
della sua cultura», i contadini come i gauchos di «tanti paesi oppressi dalla civiltà
tecnologica» [Monetti 2009, 265]. Parole queste che porterebbero – ancora a sinistra – verso
il coevo «pensiero meridiano» [Cassano 1996], se la nostalgia di Squitieri per l’antica
cultura non spostasse l’immaginario di una vasta ribellione sociale sul primato della
violenza di briganti e legittimisti – un’avanguardia armata per tradizione di destra, che il
regista chiama a protagonisti del suo film dirompente [Monetti 2009, 265].
Lungo gli ultimi anni ‘70, alcuni indizi di un’erosione delle culture politiche rispetto
alle loro precedenti definizioni saranno da studiare nei percorsi, qui da sinistra a destra,
del revival di alcune canzoni di protesta meridionale, che incrociano talora i film. Nel
post ‘68 i musicanti nati con l’amatissima Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De
Simone hanno spostato talvolta versi di morte dai rivoluzionari ai briganti. Così è per Quant’è bello lu murire acciso, il film di Ennio
Lorenzini su Pisacane (1975), dove la colonna sonora di De Simone accompagna il destino di
morte del rivoluzionario con l’antico lamento dell’angioina Donna
Sabella; in un imprecisato seguito, apprendiamo dal web, questo verso
trascinante è stato trasferito da Eugenio Bennato nel canto A
muntagna su Ninco Nanco, fedele luogotenente di Crocco, icona già nota dalla
fotografia divulgata dopo l’esecuzione [De Jaco 1969] (nel film di Squitieri è un
sessantottino con i capelli al vento, la chitarra e una postura nella morte come l’icona di
Che Guevara; così già Pisacane nel citato film). La ancor più famosa Brigante se more, creazione 1979 dello stesso Bennato [Bennato 2010] (per lo
sceneggiato L’eredità della priora, primo scialbo
revisionismo dall’omonimo romanzo del 1964 di Carlo Alianello), manderà in visibilio il
pubblico trasversale delle manifestazioni del 2011.
Per tornare alla metafora del tapis roulant che riporta
i materiali della storia nelle nuove rappresentazioni: la morte del brigante musicata
all’antica – riproposta facilmente dai film su You tube e in occasioni comunitarie svariate
– muove evidentemente le corde di un’identità mortuaria del Sud all’alba del terzo
millennio. La ricerca (per esempio di storia orale, o sulla letteratura) [Nigro 1987 e
2010], potrebbe far emergere come la proiezione di martirio concentrata sul nemico nordico
del 1860 sia la scorciatoia memoriale per parlare della modernità deludente che, lungo un
paio di generazioni di secondo ‘900, ha portato definitivamente questo mondo oltre la
società rurale.
Il brigantaggio di Pietro Germi (1952)
Negli anni del dopoguerra, quando un’attenzione forte andava al Sud arretrato ma investito
dalle lotte per la terra e dalla prima politicizzazione della democrazia repubblicana, Il brigante di Tacca del Lupo di Germi del 1952, su
racconto di Bacchelli del 1936, è immerso in un Mezzogiorno interno dove è ancora
immaginabile la guerra ottocentesca, impressa nella memoria sociale come la vera Grande
Guerra ancora lungo il confino lucano di Carlo Levi [Levi 1994, 121 127]. A Germi, già
riconosciuto come regista da In nome della legge del
1949, la poco nota novella di Bacchelli viene segnalata dal giovane Fellini, che ne cura la
sceneggiatura insieme allo stesso Germi e a Tullio Pinelli (discendente dal generale
Ferdinando rimasto famoso per il suo ruolo nella repressione feroce del brigantaggio). Le
adeguate informazioni storiche di una sceneggiatura dunque elaborata in famiglia, peraltro,
si innestano sul racconto che viene da una lunga permanenza nel Gargano dello scrittore
bolognese, e che del viaggio conserva un’impronta fresca di luoghi attraversati e racconti
ascoltati. La pellicola, mentre asciuga il sottofondo letterario del racconto, ne valorizza
il percorso corale già ricco su questa prima storia italiana difficile. Tra i due testi
corre un’analoga memoria complessa sulla repressione del grande brigantaggio, guerra
necessaria ma dolorosa che ha molti attori. Primo protagonista è un capitano dell’esercito
italiano determinato a servire la patria del Risorgimento ancora nel Sud – con la necessaria
durezza della legge militare, però pensoso della reciproca violenza tra l’Italia appena nata
e un Mezzogiorno insidioso; che Germi affida al carisma sempre rassicurante di Nazzari, ma
che già Bacchelli aveva raccontato come patriota sofferente di un Risorgimento finito non
bene nella guerra del Sud. Hanno il loro profilo i briganti criminali oltre che
legittimisti, e i bersaglieri impazienti alle fatiche della guerriglia dettata dal nemico
insidioso su una terra ostile. L’articolata società locale appare nel suo insieme attonita
dinanzi alle dinamiche di guerra civile scatenatesi nel suo stesso seno; insicure su come
schierarsi le élite possidenti e l’istituzione municipale. Nella contingenza cruciale della
guerra meridionale, il potere militare deve dividersi con la polizia, ingrediente possibile
del western ma storia italiana di frontiera e di legge [Caldiron 2004]. Già nel racconto di
Bacchelli è definito perfettamente il ruolo chiave del poliziotto mediatore tra Stato e
società [Gribaudi 1980], che sarà essenziale nella sconfitta dei briganti. Grazie
all’esperta comunicazione del funzionario (borbonico, riconfermato dal governo liberale) con
i soliti confidenti, la trama della guerra da western tra briganti e bersaglieri si
arricchisce, aprendosi alla società, con la vicenda della moglie di un carbonaio rapita e
posseduta dal lussurioso capobrigante; donde i propositi di vendetta del marito. Passato
dalla consueta omertà alla cooperazione con i militari, il vigoroso carbonaio offeso
nell’onore, già agganciato dal poliziotto, accompagnerà i militari nella tana del brigante
per i monti impervi, sino alla battaglia decisiva e alla vittoria dei bersaglieri, con
duello finale però all’arma bianca tra i due uomini in conflitto sessuale. La presenza
femminile non è da meno, nello spazio che tanto il racconto quanto il film lasciano alla
sofferenza di lei: la donna vive il disonore nella persona e nell’immagine a specchio che
viene dalla comunità, tra il pericolo del ripudio in quanto violata, e lo straordinario
recupero finale del conflitto, allorché, a conclusione del duello vittorioso che reintegra
il marito nell’onore, la razionalità e l’umanità permetteranno al maschio di accogliere la
persona della sposa[]. La pace che conclude la
guerra tra i due gruppi militari, e in parallelo nella società, viene corononata nel
racconto di Bacchelli, e così nel film, da un lungo banchetto di fraternizzazione tra
bersaglieri del Nord e paesani del Sud, con balli e canti (tra cui ancora la bella gigogin dei Mille garibaldini), prima che i
bersaglieri ripartano e ognuno torni a casa – «il brigantaggio era finito» [Bacchelli 1952,
117].
A quanto pare i giovani e meno giovani critici nel 1952 non perdonarono al film la
riconciliazione al suono dell’ocarina, come il modello schiacciante di Ford, che indicavano
come Germi «non andò in fondo con la sua diagnosi del Risorgimento come conquista regia»
[Kezik 1984]. Lo stesso critico si sarebbe ricreduto sul cinema d’impegno, da cui in quegli
anni si pretendevano analisi circostanziate, veementi scelte di campo e perfino
l’indicazione delle terapie [Kezik 2002, 9]; avrebbe apprezzato piuttosto il versante di
Fellini nel discutere del film: «Non sono belli quei bersaglieri che strisciano come vermi
su per la montagna?» [Kezich 2002, 8; Sesti 1997, 116 117]. Dal regista di In nome della legge, su un tema come il grande brigantaggio,
nel lungo dopoguerra neorealista ci si aspettava evidentemente una trattazione storica non
contaminata dal western ma concentrata sulla perdurante questione meridionale. Oggi possiamo andare oltre la
«storiografia della disfatta» già nata nel dopoguerra [Di Rienzo 2011], e distanziare
l’impressione di una nazione italiana che non c’è più [Gentile 1997]; dunque non condivido
il giudizio che in questo film la partenza dei bersaglieri rappresenti l’irrimediabile
distanza Stato/società e il fallimento del Risorgimento [Cavallo 2011]. In una prospettiva
più aperta al nuovo che lo Stato nazionale portò alla storia contemporanea dell’intera
penisola, è viceversa apprezzabile la misura con cui Germi – nel recepire del resto
fedelmente il racconto non oleografico di Bacchelli – usò uno sfondo western per raccontare
però con considerevole precisione spaccati realistici delle dinamiche apertesi nella guerra
del brigantaggio, che ho già richiamato: la società locale articolata nelle sue strutture
classiste e insieme faziose, le prevedibili omertà, le relazioni inter istituzionali tese ma
poi capaci di collaborare, la comunicazione anche culturale delle stesse istituzioni con la
società. Se In nome della legge era stato costruito lungo
le ambivalenze ordine/disordine che sappiamo proprie della mafia (non senza ricadere
nell’idealizzazione corsa tra ‘800 e primo ‘900), si può dire che due anni dopo il regista
affronti con equilibrio la complessa tematica della storia del brigantaggio, in una
prospettiva nazionale equamente divisa tra denuncia problematica e conferma unitaria.
Si può dare del resto per scontato che negli anni ‘50 dominino gli aspetti criminali su
quelli legittimisti del brigantaggio (dei quali peraltro oggi rischiamo di ubriacarci,
lasciando che un’ideologia eroicizzante sopravanzi le effettive razionalità incerte passate
nella mobilitazione antiunitaria) [Manchon 2011]. La rinnovata attenzione storiografica allo State building, che nel Sud si avvia appunto con la
repressione del brigantaggio [Manchon 2011; Lupo 2011], porta d’altra parte a non snobbare
la storia di onore leso e reintegrato, che il film riceve da un racconto precedente di
qualità folclorica/antropologia elevata, a fronte della comunità sessantottina dei briganti
di Squitieri. Questa trama nazional popolare che si allunga dunque tra storia politica e
culturale con effettivi apporti d’en bas [Manchon 2011] –
tra il folclore e il western, ingredienti entrambi riconoscibili nelle sale degli anni ‘50,
secondo la regola delle «immagini accettate» teorizzata da Sorlin [Cavallo 2010, 7 10] –
racconta il brigantaggio per l’appunto come storia complessa.
La ricchezza del film di Germi si può cogliere infine laddove lo stesso modello western
aderisce alla storia effettiva della guerra al brigantaggio come conquista palmo a palmo del
territorio meridionale (e perché capaci di questo, i così detti piemontesi saranno
progressivamente legittimati dalle popolazioni tendenzialmente legittimiste). Di quanto
avviene, e si riscopre avvenuto, sul territorio, la ricerca identitaria contemporanea
manifestamente vuole nutrirsi. È bene dunque riproporre – al pubblico eventualmente disposto
nel XXI secolo a rivedere con attenzione le fiction sulla controversa storia patria prodotte
dal XX sul XIX – sia il territorio scomposto di Squitieri, sia quello ferito ma ordinato di
Germi. Nella nuova attenzione della critica cinematografica di fine ‘900 alla produzione
lunga e non unitaria di questo cineasta, i bersaglieri della sceneggiatura di Fellini, che
si arrampicano come vermi su per le montagne, raccontano un’adeguata memoria
storica/geografica di legge e di frontiera: rivisitata bene dalla sensibilità di un regista
che nel lungo dopoguerra, volendo girare il Sud, sviluppava «una concezione del mondo come
spazio smisurato, selvaggio, doloroso, un’idea di questo Paese come ibrido meraviglioso e
straziante di natura e Nazione» [Sesti 1997, 50; Caldiron 2004].
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Abstract and Bibliographic information
ISSN: 1825-411X
DOI 10.1473/stor118
Storicamente, art. 41, vol. 7, 2011
Published: December 9th 2011
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Author's address: Univ. Napoli Federico II, Dipartimento di discipline storiche, via Porta di Massa 1, Napoli, I-80133, Italy, marcella.marmo@unina.it
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