Sara Galli
Antifascisti
tra carcere, clandestinità ed
esilio. La "riscoperta" dei carteggi |
testo stampabile
«Annali Istituto Gramsci Emilia - Romagna»,
1, 1997, Bologna, Clueb, 1998, pp. 282;
Massimo Mila, Argomenti strettamente
familiari. Lettere dal carcere 1935-1940,
a cura di Paolo Soddu, Introduzione di
Claudio Pavone, Torino, Einaudi, 1999,
pp. LXIII, 792;
Angelo Tasca, A
Cécile, a cura
di Sergio Anelli e Sergio Soave, Torino,
Aragno, 2001, pp.124;
Dalla seconda metà degli anni Ottanta, è stata
rilevata in modo assai incisivo, da parte
di taluni studiosi, l'incapacità dei paradigmi
storiografici affermatisi a partire dal secondo
dopoguerra di restituire la complessità che
ha contrassegnato le alterne e talora contraddittorie
vicende legate all'antifascismo. Si è avvertita
quindi l'esigenza di avviare un dibattito
che, prendendo le mosse dalle lacune della
storiografia esistente, ha sollecitato una
riflessione più ampia intorno ai fattori
che maggiormente hanno influito sugli esiti
della ricerca storica, delimitandone in parte
i percorsi[[1]].
Nel contesto politico,
nazionale ed internazionale che ha contraddistinto
i decenni successivi
al secondo dopoguerra, sebbene in modo nient'affatto
lineare, la storiografia legata ai partiti
di tradizione antifascista è parsa investita
dal compito di legittimare quella tavola
di valori che avevano animato, seppur in
modo diverso, l'antifascismo e la Resistenza,
e che della Repubblica costituivano il necessario
fondamento[[2]].
Ne è risultato, in generale, il predominio
di una storia politica per lo più incentrata
sulle idee, le strategie e le azioni promosse
dai partiti e dalle organizzazioni antifasciste,
tanto in Italia quanto nel variegato mondo
dell'emigrazione politica. Una letteratura,
questa, che si è in parte distinta per lo
sforzo di ripercorrere in modo sempre più preciso
e puntuale la storia dell'antifascismo e
che, pur andando via via arricchendosi di
ricerche dalla solida base documentaria e
dallo spiccato rigore metodologico, ha a
lungo continuato a risentire, in misura
differente, di quell'originario "mandato".
A distanza di oltre quarant'anni, alcuni
storici hanno dunque ritenuto necessario
mettere in discussione sia l'attualità di
quei vecchi paradigmi sia i presupposti che
ne avevano disegnato il profilo. La caduta
del muro di Berlino e il successivo smembramento
dell'Unione Sovietica, stravolgendo un universo
simbolico ed un sistema di significati la
cui sedimentazione aveva profondamente influenzato
la storiografia, non potevano che accelerare
questo processo di revisione in chiave problematica
di categorie e modelli esistenti, allargando
in molteplici direzioni gli orizzonti della ricerca
storica.
Negli anni Novanta si
sono distinte, soprattutto per la novità delle proposte che li qualificavano,
alcune ricerche rivolte ad una dimensione
più propriamente sociale, nonché allo stretto
intreccio tra sfera pubblica e privata che
caratterizzava i percorsi degli antifascisti.
In tal modo si è espressa l'esigenza di approfondire,
attraverso l'utilizzo di fonti di carattere
eterogeneo, taluni aspetti della biografia
di uomini e donne o di interi nuclei familiari
che alla lotta al fascismo si erano dedicati
con passione e talvolta con vera abnegazione.
Le scritture private, le memorie inedite,
i frammenti di autonarrazione, ma soprattutto
le corrispondenze di tipo personale, oltre
che politico, fonti, queste, a lungo ignorate
dalla precedente storiografia, hanno rivelato
tutta la loro portata al fine di aprire nuovi
territori di indagine. Questi studi hanno
evidenziato la complessità, nonché la drammaticità della
scelta compiuta dagli antifascisti, mettendo
validamente in discussione l'immagine monolitica
che la memorialistica ne aveva spesso restituito.
A questa tendenza si è poi accompagnata,
in alcuni casi, un'attenzione ed una sensibilità particolari
alle differenze di genere, che nel contesto
antifascista definivano in modo piuttosto
netto anche gli ambiti dell'azione politica[[3]].
Il bisogno di oltrepassare
il confine che tradizionalmente separava
la dimensione pubblica
da quella privata, sanzionando il primato
dell'una sull'altra, per sondare anche l'universo
dei sentimenti e delle passioni che avevano
animato i protagonisti di quelle complesse
vicende è altresì testimoniato dall'attenzione
che parte della storiografia ha dimostrato
per i carteggi di diversi esponenti dell'antifascismo,
la cui edizione, specie negli ultimi anni,
ha conosciuto un certo slancio[[4]]. Gli epistolari,
infatti, permettendo di verificare il codice
linguistico, i metodi comunicativi, i procedimenti
letterari utilizzati, così come la "naturale" accettazione,
l'elaborazione o la messa in discussione,
da parte di chi scriveva, di consolidati
ruoli di genere, forniscono allo studioso
una chiave di lettura privilegiata[[5]]. Benché si avvalga di regole
e modelli predeterminati, contemplando altresì la «coesistenza
di più tempi»[[6]], la scrittura epistolare possiede
inoltre quell'immediatezza che consente di
seguire un percorso nel suo divenire, prima
che la riflessione a posteriori - come avviene
nelle memorie successive - abbia operato
una ricostruzione del passato più spesso
funzionale alle esigenze e alle scelte di
un presente che volge il suo sguardo al futuro.
Per questi motivi le
corrispondenze, specie allorquando rappresentavano
il solo mezzo
di comunicazione tra persone legate da sentimenti
profondi, consentono di cogliere le esitazioni,
le espressioni di turbamento, così come le
incertezze o le contraddizioni di quegli
antifascisti che si apprestavano, di volta
in volta, a raccontare e a raccontarsi alle
persone più care. Attraverso queste fonti
lo studioso, costretto a confrontarsi con
questioni assai spinose che, investendo la
dimensione più umana ed esistenziale, richiedono
di essere valutate con grande cautela, può tentare
di ripercorrere taluni percorsi biografici
di antifascisti, o di concentrarsi su esperienze
particolari, tentando di restituirne appieno
la complessità [[7]].
Nel 1998 usciva un numero
degli «Annali
dell'Istituto Gramsci Emilia - Romagna»,
interamente dedicato al Carteggio Paolo Betti
- Lea Giaccaglia, conservato presso il medesimo
Istituto[[8]].
Tale fondo è in buona parte composto dalla
corrispondenza intercorsa tra la coppia di
comunisti bolognesi Paolo e Lea negli anni
compresi tra il 1922 e il 1935[[9]].
Sposati e con due figli, questi militanti
avevano dovuto conoscere, come spesso accadeva
ai comunisti attivi in Italia, il dolore
di prolungate separazioni, dovute alla reclusione,
ora dell'uno, ora di entrambi, nelle carceri
fasciste. Risale dunque a quei lunghi anni
la maggior parte della corrispondenza dei
due coniugi, che affidavano alle lettere
i loro pensieri, nonché il desiderio di preservare
la propria vita affettiva.
«L'unico fascino del nostro amore è ora
tutto su questo misero foglietto - scriveva
Lea a Paolo nel 1928 -, ed il cuore se ne
pasce ed è insaziabilmente bisognoso di libare
a tale fonte. I giorni passano terribilmente
lunghi e sembra che essi alimentino la febbre
che ci divora di stringere al nostro petto
gli adorati pupi. Sento, sento il bisogno
delle loro carezze di udire la loro adorata
vocetta invocarmi, di perdere il mio tempo
a farli belli e a trastullarli, a insegnare
loro tante cose [.]»[[10]].
Se la condanna a numerosi
anni da scontare in prigione veniva accettata
dai comunisti
come una possibile variabile della loro esistenza,
così come la divisione dai compagni di vita
o dalla famiglia d'origine, più dura doveva
risultare la rinuncia a vedere crescere i
figli e a star loro vicini. La vicenda di
Paolo Betti e Lea Giaccaglia si rivela in
tal senso particolarmente drammatica, in
quanto nel 1928, mentre entrambi erano detenuti
nelle carceri fasciste, Luce, la loro primogenita,
inviata l'anno prima dalla madre, allora
funzionaria di Partito, a vivere in Unione
sovietica, si ammalò gravemente e morì. Quell'evento,
sul quale si tornerà pure in seguito, doveva
gettare Lea, che ne fu messa al corrente
solo nel 1930, nella più cupa disperazione,
minandola tanto nella salute fisica quanto
in quella psichica[[11]].
A questo proposito, Mariuccia
Salvati, nell'introduzione
al volume, evidenzia come nel contesto della
clandestinità il peso della militanza doveva
riversarsi sull'universo maschile e quello
femminile in modo assai diverso. Aspetto,
questo, che dalla tragica vicenda di Paolo
e Lea, affiora in modo significativo.
«[.] l'antifascismo fu,
per le militanti comuniste una scelta che
condizionò la
loro esistenza, condannandole a una solitudine
ben più aspra di quella maschile, perché non
trovava sintonia e consolazione neppure nel
proprio mondo di appartenenza; la scelta
investiva infatti la cultura femminile per
eccellenza, quella dei «legami famigliari » e
ne sanciva la rottura anziché, come è naturale
nella vita femminile, la cura e la conservazione» (19).
Attraverso il Carteggio
Betti Giaccaglia è possibile
quindi assistere al dipanarsi di una complessa
trama politica, personale e familiare, nella
quale la corrispondenza assume, di volta
in volta, valori e significati del tutto
particolari. Alle modalità con cui questa
coppia tentava di imprimere un andamento
continuo alla propria vita affettiva, tramite
il rapporto epistolare, sono dedicati, pur
nella loro diversità, i saggi che accompagnano
le lettere pubblicate, poste in coda al volume[[12]].
Patrizia Gabrielli, nel suo intervento dal
titolo «Lunga sarà la nostra attesa» (23-61),
si concentra sulla dimensione più privata
e quotidiana dei due comunisti, tentando
di fare luce, non solo sugli effetti che
la repressione aveva prodotto sulle loro
esistenze, ma anche sul progressivo modificarsi
del loro rapporto, nella misura in cui la
lontananza e la reclusione doveva separarli
in modo sempre più netto.
Gli scenari che si profilano
sono di volta in volta diversi: ad un primo
periodo compreso
tra il 1923 e il 1927, nel quale Lea rimaneva
in libertà, dividendosi tra le responsabilità familiari
(tra cui la nascita di un secondo figlio)
e l'attività politica, mentre Paolo subiva
taluni periodi di allontanamento e di reclusione,
seguivano, dopo l'ingresso della Giaccaglia
nella clandestinità, gli anni in cui entrambi
si sarebbero trovati prima in carcere e poi
al confino.
Attraverso l'esame del carteggio, Gabrielli
riesce ad individuare con grande acutezza
i momenti nei quali Paolo e Lea, ognuno saldamente
ancorato ad un preciso modello di genere,
riuscivano a rassicurarsi a vicenda, ma nondimeno
le fasi in cui, in seguito a particolari
contingenze, si operavano dei significativi
ribaltamenti di ruoli, causa di altrettanti
inquietudini ed attriti. Ciò era accaduto
quando Lea, sempre più impegnata nell'attività illegale
del Partito, si era trovata a dover diradare
la corrispondenza diretta al coniuge, così come
la metodica assistenza che gli aveva prestato
fino ad allora, discostandosi in tal modo
dall'immagine assai confortante di sposa
e madre premurosa che nel corso degli anni
aveva conservato.
Le fratture createsi
nel rapporto con Paolo, dopo l'entrata nella dimensione clandestina,
avevano potuto ricomporsi solo in seguito
all'arresto e alla reclusione di Lea, che
a quel punto veniva a trovarsi in una situazione
per alcuni versi simmetrica rispetto al marito[[13]].
Entrambi in prigione, i coniugi Betti, uniti
dal sacrificio che la fede politica aveva
imposto loro, potevano comunicare sulla base
di un'esperienza simile ed affidarsi alla
parola scritta, al fine di continuare a svolgere
il ruolo di genitori. Carla Tonini, nel suo
saggio Educare sorvegliare e amare. L'educazione
all'infanzia nelle lettere ai figli di Paolo
Betti e Lea Giaccaglia (63-89), analizza
proprio il rapporto che, tramite la corrispondenza,
Lea e Paolo riuscirono a mantenere con i
figli, soffermandosi sulle linee generali
di quello che si presenta come una sorta
di comune progetto educativo[[14]].
La figura di Lea, nel
lungo periodo, pare emergere dal carteggio
come l'asse portante
della famiglia. Insegnante di professione,
Giaccaglia, a differenza del marito, aveva
conciliato in modo continuativo la cura e
la crescita dei bambini al proprio lavoro,
per poi riprendere, a partire circa dal 1925,
l'attività politica. Nei diversi momenti
in cui Paolo, prima per mancanza di lavoro,
poi per motivi politici, si era trovato lontano,
Lea non aveva mancato di informarlo circa
i problemi inerenti all'educazione dei figli,
soffermandosi spesso su talune questioni
generali di pedagogia, connesse anche al
suo lavoro. Al tempo stesso, parlava costantemente
ai bambini del padre, nell'intento di mantenere
vivo un sentimento e un ricordo che il tempo
rischiava di indebolire. Il modo in cui Giaccaglia
interpretava il proprio ruolo materno, osserva
Tonini, lungi dall'appiattirsi su modelli
esclusivamente tradizionali, si arricchiva
quindi di significati assai vasti, mutuati
spesso anche dalla propria fede politica.
Il 1927 aveva segnato
per la famiglia Betti uno spartiacque definitivo,
sancendo la separazione
di Lea, divenuta a tutti gli effetti un funzionario
di Partito, tanto da Luce, mandata con alcuni
compagni in Unione Sovietica, quanto da Vero,
il secondogenito, affidato alle cure della
nonna materna. L'arresto e l'incarcerazione,
avvenuti in quello stesso autunno, dovevano
poi impedire per molti anni a Giaccaglia
di ricongiungersi col figlio, il quale avrebbe
potuto raggiungerla a Ponza, dove si trovava
al confino, solo nel 1934; mentre di Luce,
morta poco dopo, doveva rimanerle solo il
ricordo dolorosissimo. Logorata dai sensi
di colpa per quella grave perdita, della
quale fu messa al corrente solo nei due anni
a seguire, Lea - rileva Tonini - nella corrispondenza
diretta al marito non doveva comunque cessare
di occuparsi dell'educazione morale e scolastica
da impartire a Vero. Dalle lettere al figlio,
evidenzia Tonini, emerge, in particolare,
la determinazione di Paolo ad esercitare
una funzione di guida e al tempo stesso di
controllo sia sulle letture sia sui comportamenti
del bambino, incitato a più riprese ad osservare
una precisa disciplina.
«Quindi caro mio Vero - scriveva Paolo al
figlio nel 1932 - come hai già cominciato
a fare, raccontami sempre tutto. Dimmi pure
proseguendo su questa buona via cosa pensi
di te, di me, di tutti, di ogni cosa liberamente,
io poi ti scriverò quanto è buono bello e
quanto invece è da combattersi; cercherò di
essere chiaro perché tu comprenda e ne sia
convinto, ma se per la tua tenera età non
vi riuscirai ancora ricordati che il tuo
babbino, per la gioia, supremo diritto specialmente
di tutti i bimbi, t'indica la via che devi
seguire e che ti porterà preparato per la
vera vita».[[15]]
Maggiormente libero il
rapporto con la madre, con la quale Vero,
una volta giunto a Ponza,
doveva trascorrere due anni in un clima di
relativa serenità e spensieratezza, in compagnia
dei figli degli altri confinati, e «a diretto
contatto con l'ambiente politico e morale
che i genitori ritenevano più adatto» (88).
Purtroppo anche quel periodo doveva terminare
drammaticamente, quando Lea, nel 1936, da
tempo debilitata, moriva a causa di una grave
infezione.
Il carteggio Betti Giaccaglia,
consentendo di cogliere lo strettissimo
nesso tra dimensione
politica e personale di una coppia di comunisti,
rivela tutta la sua ricchezza anche nel fornire
elementi preziosi ai fini di un'indagine
sulla formazione, nonché sulla cultura politica
di una generazione di militanti che dal Partito
socialista erano passati, sin dall'anno della
sua fondazione, al Pcd'I[[16]].
Simona Urso, attraverso le pagine del suo
saggio Scriversi, leggersi, leggere (1923-1934).
Pratiche comunicative e carcere nel Fondo
Betti-Giaccaglia (91-164), propone un'analisi
attenta ed assai innovativa delle letture
affrontate da Paolo e Lea nel corso di oltre
un decennio. I riferimenti ai libri letti,
posseduti o desiderati, di cui la corrispondenza
tra i due coniugi è molto ricca, risalgono
ai periodi di detenzione prima di Paolo poi
di entrambi. Come è noto, per i comunisti,
la reclusione rappresentava infatti un'opportunità per
migliorare la propria preparazione teorica,
in vista di un prossimo ritorno all'attività di
Partito.
Urso, nel prendere in
considerazione le letture dei coniugi Betti,
così come la loro
evoluzione nel corso del tempo, tenta, in
particolar modo, di «rilevare somiglianze,
discrepanze e sovrapposizioni fra l'eredità politica
della militanza socialista e la nuova cultura
politica che si viene formando con l'adesione
al Pcd'I» (96). Attenta alle differenze di
genere, la studiosa non manca inoltre di
soffermarsi sulle diverse modalità che sembravano
connotare il rapporto di Lea con la lettura
rispetto al marito.
Continua
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