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Note
[1]
M. Agulhon, La sociabilité est-elle
un objet d’histoire?, in: Sociabilité
et société bourgeoise en France,
en Allemagne et en Suisse (1750-1850), Paris,
Editions Recherche sur les Civilisations, 1986,
18. Cfr. M. Malatesta (ed.), Sociabilità
nobiliare, sociabilità borghese, «Cheiron»,
5/9-10 (1988).
[2] Cfr. M. Agulhon, op. cit., e l’Introduzione
a: G. Gemelli, M. Malatesta (eds.), Forme di sociabilità
nella storiografia francese contemporanea, Milano,
Feltrinelli, 1982.
[3] J. Rougerie, Le mouvement associatif populaire
comme facteur d’acculturation politique
a Paris de la Révolution aux années
1840: continuité, discontinuité,
«Annales historiques de la Révolution
Française», 66 (1994), 493-516.
[4] M. Agulhon, La sociabilità come categoria
storica, «Dimensioni e problemi della ricerca
storica», 1 (1992), 41.
[5] Maiullari sostiene che «la sociabilité
come mezzo aderisce alla fonte, non le si sovrappone».
M.T. Maiullari, La sociabilité: un mezzo
o un fine, «Dimensioni e problemi della
ricerca storica», 1 (1992), 58. Dall’articolo
sopracitato di Agulhon sembra che la definizione
del concetto di sociabilità sia nata a
posteriori. «La nozione … era ora
di occuparsene! Ho fatto ciò solo in un
secondo momento» (41).
[6] Ibid., 45-46. Cfr. M. Agulhon, Conclusion
du colloque in Sociabilité, pouvoirs et
société – Actes du colloque
de Rouen, 24-26 novembre 1983.
[7] M. Malatesta
(ed.), Sociabilità nobiliare cit.;
A. Lilti, Le monde des salons. Sociabilité
et mondanité à Paris au XVIIIe siècle,
Paris, Fayard, 2005.
[8] Per il
ruolo di osterie e bettole nella nascita del movimento
repubblicano cfr.: M. Ridolfi, Il circolo
virtuoso. Sociabilità democratica, associazionismo
e rappresentanza politica nell’ottocento,
Firenze, Centro editoriale toscano, 1990, 103
ss.; Id., Sociabilità e politica in
Italia durante l’800: aspetti dello sviluppo
associativo del movimento repubblicano fra restaurazione
e primi anni post-unitari, in: M.T. Maiullari
(ed.), Storiografia francese ed italiana a
confronto sul fenomeno associativo durante XVIII
e XIX secolo, Torino, Fondazione Einaudi,
1990.
[9] «A Bologna, il Circolo Pisacane si
insediò nell’osteria della “Garibaldena”
e alla fine del 1871 il Fascio operaio si costituì
alle “Tre zucchette”. A Imola Andrea
Costa fondò la prima Sezione internazionale
nell’osteria “Ed Campett” e
il settimanale democratico e socialista “Il
moto” fu concepito ai tavoli dell’osteria
“Ed Chicon”. In un’altra osteria
imolese, “Ed Zelest Bartolotti”, un’assemblea
operaia decise di aderire alla locale sezione
del Partito dei lavoratori italiani.[…]».
R. Monteleone, Socialisti o “ciucialiter”?
il PSI e il destino delle osterie tra socialità
e alcoolismo, in Proletari in osteria
– Movimento operaio e socialista 1
(1985), 12.
[10] «In
verità l’osteria è il luogo
dove il borgo si crea le proprie opinioni. Lì
si decide se e quando partire, si discute se vale
la pena o no cercare lavoro in un determinato
posto, lì si passa il tempo bevendo e giocando
[…]. L’osteria diventa anche il luogo
dove si coagula il dissenso del paese contro la
possidenza, dove il dissenso trova un’elaborazione
ideologica, se non proprio politica». T.
Merlin, L’osteria, gli anarchici e la
«boje» nel basso Veneto, «Annali
Istituto A. Cervi» 6/1984, 184-85. Cfr.
anche Id., Il ruolo sociale e politico dell’osteria
nel veneto meridionale, in Proletari
in osteria cit.
[11] «Non era dunque soltanto la beffa
di un buontempone la scritta apparsa nella seconda
metà degli anni settanta sulla porta di
un’osteria […] all’indomani
della distribuzione a tutti gli operai delle maggiori
fabbriche della regione di un libretto di risparmio
di una lira. L’iniziativa […] era
diretta a incrementare il risparmio fra le classi
popolari: ma […] era successo che, ricevuto
il libretto, i tessitori di un lanificio in sciopero
si fossero recati immediatamente ad estinguerlo.
Quel giorno stesso, appunto, era comparsa ben
in vista, accanto all’insegna di una taverna,
la “triste epigrafe” cui si è
gia accennato. Essa diceva: “Cassa di risparmio
dell’operaio”». F. Ramella,
Terra e telai. Sistemi di parentela e manifattura
nel biellese dell’800, Torino, Einaudi,
1983, 183-4
[12] R. Monteleone, Socialisti o “ciucialiter”?
cit., 12
[13] Questa interpretazione rovescia le precedenti
analisi che individuavano nei partiti e nello
Stato i primi e principali centri di formazione
della politica. «Gli studi sulla sociabilità,
come sappiamo, hanno la peculiare caratteristica
di riproporre l’analisi della formazione
e della circolazione del “discorso politico”
[…] in modo che sia possibile superare lo
“scarto” fra società e istituzioni
e che se ne ritrovino i contenuti nel “sociale”
e nel vivo delle relazioni di gruppo. Gli studi
sulla sociabilità […] dovrebbero
soffermarsi maggiormente su elaborazione, circolazione
e diffusione del “politico” al di
fuori delle istituzioni, degli apparati ideologici
tradizionali della comunicazione e delle stesse
organizzazioni politiche». M. Ridolfi, Il
circolo virtuoso cit., 17
[14] M. Malatesta, Il concetto di sociabilità
nella storia politica italiana dell’ottocento,
in «Dimensioni e problemi della ricerca
storica», 1 (1992), 61
[15] Cfr. M. Agulhon, Préface à
Pénitents et Francs-maçons de l’ancienne
Provence, Paris, Fayard, 1984, VI.
[16] Lo
stesso Aghulon sollecita un incontro più
forte tra la storia quotidiana e quella del movimento
dei lavoratori, poiché «les ouvriers
se sont affirmés en se révoltant,
notamment parce que leur vie quotidienne était
insupportable; étudier leur vécu
fait donc partie de la recherche des causes mêmes
de leur action collective». M. Agulhon,
Classe ouvrière et sociabilité
avant 1848 cit., 60-61; per l’importanza
della quotidianità, si vedano P. Vigier,
La vie quotidienne en province et à
Paris pendant les journées de 1848,
Paris, Hachette, 1982; H. Burstin, Francia
1789: La politica e il quotidiano, Torino,
Einaudi, 1994 e Id., Une révolution à
l’oeuvre: le faubourg Saint-Marcel (1789-1894),
Champ Vallon, 2005
[17] C.
Geertz, Interpretazione di culture, Bologna,
il Mulino, 1988, 324.
[18] «La sociabilità aristocratica
[…] corrisponde ancora in linea di massima
ad un livello superiore di cultura, nel quale
si leggono i libri; la sociabilità borghese
[…] ospita un livello inferiore, nel quale
si leggono i giornali; anche più in basso
non si legge. […] ci interessa soltanto
comprendere – anche a costo di sistematizzarla
un po’ – la realtà di un’epoca
nella quale i vari piani della sociabilità
non riflettevano solo i livelli sociali, ma anche
i livelli culturali. La corrispondenza tra quadri
della sociabilità e livelli sociali richiama
una stratificazione di “culture” nel
senso antropologico del termine». Cfr. M.
Agulhon, Il salotto il circolo e il caffé.
I luoghi della sociabilità nella Francia
borghese (1810-1848), Roma, Donzelli, 1993, 107
ss.; Id., La sociabilité est-elle un objet
d’histoire? cit., 18.
[19] Oltre
Thompson bisogna ricordare anche gli storici che
si riunirono attorno alla rivista «Past
and Present»: E.J. Hosbawm, Ch. Hill, R.C.
Cobb e G.F. Rudé. Questo gruppo non praticava
un «marxismo duro. […] Il loro principale
centro d’interesse non era l’approccio
tipicamente marxista tra “forze” e
“rapporti di produzione”, ma la formazione
della classe, della lotta di classe ed il periodo
delle rivolte e delle rivoluzioni». Cfr.
G. Stedman Jones, De l’histoire sociale
au tournant linguistique et au-delà. Où
va l’historiographie britannique?,
«Revue d'histoire du XIXe siècle»,
33 (2006), 147.
[20] «Il
movimento dei lavoratori del diciannovesimo secolo
nacque nel laboratorio dell’artigianato
e non nell’«oscura e satanica fabbrica».
W. Sewell, Lavoro e rivoluzione in Francia.
Il linguaggio operaio dall’ancien règime
al 1848, Bologna, il Mulino, 1987, 9. Questa
analisi vale anche per il contesto francese del
1830-48: gli uomini che animarono quelle lotte
appartenevamo prevalentemente alla sfera dell’artigianato.
Tra gli insorti del giugno 1848 vi erano soprattutto
tessitori, filatori, calzolai, sarti, conciatori,
ebanisti, falegnami, carpentieri, meccanici, fabbri
ferrai e muratori. Cfr. M.G. Meriggi, L’invenzione
della classe operaia : conflitti di lavoro, organizzazione
del lavoro e della società in Francia intorno
al 1848, Milano, Angeli, 2002, 258-59.
[21] E.P. Thompson, Rivoluzione industriale
e classe operaia in Inghilterra, Milano,
il Saggiatore, 1969, I:260.
[22] Rivelatore
di questo aspetto è il titolo stesso dell’opera
di Thompson: The making of the English working
class (London, Penguin Books, 1968).
[23] «Prima
del 1960 la nostra conoscenza [della classe operaia]
era confinata quasi esclusivamente entro tre argomenti:
la storia istituzionale del movimento dei lavoratori,
lo sviluppo intellettuale dell’ideologia
socialista e le dimensioni, le stagnazioni e gli
aumenti dei salari reali dei lavoratori, quest’ultimo
considerato come un indice delle sofferenze e
dello sfruttamento dei lavoratori». Sewell,
Lavoro e rivoluzione cit., 18. Cfr. G.
Montroni, Il tramonto del concetto di classe e
le vicende della storiografia sociale britannica,
in «Memoria e ricerca», 10 (2002),
26 ss.
[24] L. Hinker, La politisation des milieux populaires
en France au XIXe siècle : constructions
d’historiens. Esquisse d’un bilan
(1948-1997), in «Revue d’histoire
du XIXe siècle», 1 (1997), 89.
[25] «Nel momento in cui i principali attori
della storia – politici, pensatori, imprenditori,
generali – si allontano dalla nostra attenzione,
ecco che si fa avanti un’innumerevole massa
di sostegno, composta da coloro che avevamo pensato
fossero dei semplici subalterni in questo processo».
E.P. Thompson, Società patrizia e cultura
plebea, Torino, Einaudi, 1981, 314.
[26] E.P. Thompson, Rivoluzione industriale e
classe operaia cit., I:12.
[27] Cfr. W. Sewell, Lavoro e rivoluzione cit.,
15 ss.
[28] E.P. Thompson, Società patrizia e
cultura plebea cit., 324.
[29] W.H. Sewell, Lavoro e rivoluzione cit.,
29.
[30] L’autore sostiene infatti che «L’eccezionale
scoperta delle recenti ricerche storiche ed antropologiche
è che l’economia dell’uomo,
di regola, è immersa nei suoi rapporti
sociali». K. Polanyi, La grande trasformazione.
Le origini economiche e politiche della nostra
epoca, Torino, Einaudi, 1974, 61.
[31] E.P. Thompson, Società patrizia e
cultura plebea cit., 360.
[32] Cfr.
E. Thomas, Voix d’en bas. La poésie
ouvrière du XIXe siècle, Paris,
Maspero, 1979, 15 ss. ; cfr. l’Avant-propos
e l’Introduction in: M. Riot-Sarcey,
Le réel de l’utopie. Essai sur
la politique au XIXe siècle, Paris,
Albin Michel, 1998.
[33] Per
l’importanza del un nuovo concetto di politica
cfr. l’Avant-propos e l’Introduction
in: Riot-Sarcey, Le réel de l’utopie
cit.; J. Rougerie, L. Hincker, Introduction,
«Revue d’histoire du XIXe siècle»,
33 (2006) [mis en ligne le 23.12.2006]. Questi
lavori partono da una rilettura dell’opera
di Claude Lefort e in particolare dagli Essais
sur le politique XIXe – XXe siècle,
Paris, Seuil, 1986.
[34] L. Hinker, La politisation des milieux populaires
cit.; G. Stedman Jones, De l’histoire sociale
cit., 154 ss.
[35] Si
vedano ad es. le indagini sul quartiere: B. Haim,
Une révolution à l’œuvre
cit.; L. Clavier, «Quartier»
et expériences politiques dans les faubourgs
du nord-est parisien en 1848, «Revue
d'histoire du XIXe siècle», 33 (2006).
[36] J. Revel (ed.), Jeux d’échelles:
la micro-analyse à l’experience,
Paris, Gallimard-Seuil, 1996. Ricordiamo per l’Italia
Carlo Ginzburg, Giovanni Levi, Carlo Poni, Edoardo
Grendi. J. Revel, nell’introduzione alla
traduzione francese di Levi, interpreta la povertà
di testi teorici sulla microstoria come «la
rivendicazione di principio di un diritto alla
sperimentazione in storia, che non separerà
l’affermazione di proposizioni generali
dall’analisi particolare». J. Revel,
L’historie au ras du sol préface
a G. Levi, Le pouvoir au village : histoire d’un
exorciste dans le Piémont du XVIIe siècle,
Parigi, Gallimard, 1989, X e XXIV.
[37] Per l’importanza della discontinuità
nel processo storico cfr. l’Introduction
in: Le réel de l’utopie cit.
[38] Esso, inoltre, sarebbe incompatibile con
la varietà e complessità della realtà
sociale poiché, come sostiene Feyerabend,
«non esiste una sola teoria che sia d’accordo
con tutti i fatti conosciuti all’interno
del proprio ambito». P.K. Feyerabend, Contre
la méthode. Esquisse d’un théorie
anarchiste de la connaissance, Paris, Seuil, 1979,
28.
[39] «Pour moi, l’historie est la
somme de toutes les histoires possibles –
une collections de métiers et de points
de vue, d’hier, d’aujourd’hui,
de demain. Le seul erreur, à mon avis,
serait de choisir l’une de ces histoires
à l’exclusion des autres. Ce fut,
ce serait l’erreur historisante».
F. Braudel, La longue durée, in: Ecrits
sur l’histoire, Paris, Flammarion, 1969,
55. Cfr. anche B. Lepetit, Les formes de l’expérience.
Une autre histoire sociale, Paris, Albin Michel,
1995.
[40] «Puisque l’accès au passé
ne peut se faire que par l’intermédiaire
des textes, cela signifie, concrètement,
qu’il est légitimité de lire
les textes comme des documents, comme des sources
d’information non seulement constitutives
mais aussi explicatives de réalités
historiques passées». G. Stedman
Jones, De l’histoire sociale cit., 154.
[41] Ivi, 155.
[42] Per quanto riguarda la tendenza attuale
della storia sociale di creare nuove categorie
interpretative cfr. J. Rougerie, L. Hincker, Introduction
cit.; Introduction à Le réel de
l’utopie cit., 33 ss.
[43] G. Montroni, Il tramonto del concetto di
classe cit., 37.
[44] Cfr. C. Condemini, Le café-concert
à Paris de 1849 à 1914. Essor et
déclin d’un phénomène
social, Thèse de doctorat, EHESS Paris,
1989.
[45] F. Tristan, L’Union ouvrière
(Paris 1844) cit. in M. Agulhon, Classe ouvrière
et sociabilité avant 1848, in Histoire
vagabonde, Paris, Gallimard, 1988, I:69.
[46] Rougerie
calcola 3.000 (o 4.300) cabaret a Parigi nel 1793
e 4.408 marchands de vins cabaretiers,
753 limonadiers, 94 débitants
d’eau-de-vie, 725 marchands de
liqueurs, 1255 gargotiers nel 1853.
Cfr. Le mouvement associatif cit., 496.
[47] Si veda l’importanza della thick description
in C. Geertz. Interpretazioni di culture cit.
[48] Rougerie, Le mouvement associatif cit.,
496.
[49] Cfr. R. Monteleone, Socialisti o “ciucialiter”?,
cit., 3-4.
[50] H. Millot, N. Vincent-Munnia, M.C. Schapira,
M. Fontana (eds.), La poésie populaire
en France au XIXe siècle. Théories,
pratiques et réception, Charente, Du Lérot,
2005.
[51] Cfr. ivi, e F. Tabaki-Iona, Chants de liberté
en 1848, Paris, l’Harmattan, 2001.
[52] I nomi
delle goguette sono per lo più
inventati ed insignificanti, ad es: Animaux, Gamins,
Lapins, Oiseaux, Insects, Lutins, Ménestrels,
Bons Vivants, Bons Enfants o Amis de la pipe,
de la chanson, du siècle, de l’étoile,
du progrès. Cfr. Rougerie, Le mouvement
associatif cit.; Thomas, Voix d’en
bas cit.; H. Millot, Légitimité
et illégitimité de la voix du peuple:
Charles Gille et la production chansonnière
des goguettes de 1848, in: H. Millot, C.
Saminadayar-Perrin (eds.), 1848, une révolution
du discours, Saint-Etienne, Editions des
Cahiers intempestifs, 2001.
[53] Thomas, Voix d’en bas cit., 31 ss.
[54] Millot,
Légitimité et illégitimité
cit.; Thomas, Voix d’en bas cit.;
H. Schneider, La république clandestine
(1840-1856). Les chansons de Charles Gille,
Edition critique, Hildesheim-Zurich-New York,
Georg Olms, 2002; R. Brécy, Un oublié:
Charles Gille, le plus grand des chansonniers
révolutionnaires, « La Pensée
» gennaio-febbraio 1958, 77.
[55] Thomas, Voix d’en bas cit., Millot,
Légitimité et illégitimité,
cit.
[56] «Assis
autour de la colonne, sur le rebord de pierre,
les ouvriers prennent l’air, la journées
finie, lisent, causent. Des soldats montrent leur
culotte rouge, des voltigeurs leurs épaulettes
jaunes, parmi ces blouses bleues. Il fait chaud,
il fait bon. Un marchand de chansons, monté
sur un tabouret, entouré de monde, chante
ses cahiers en s’accompagnant de la guitare[…]»
Rougerie, Le mouvement associatif cit.,
495-6.
[57] La serie F7 12329 Préfecture de Police
(1830-1847) – Bulletins quotidiens, delle
Archives Nationales contiene i rapporti di polizia
quotidiani redatti dal prefetto dall’agosto
1830 al luglio 1831 ed alcuni riguardanti periodi
del 1832, 1842, 1844 e 1847. È un riassunto
di alcune pagine che presenta informazioni generali
su Parigi (sorveglianza, arrestati, disordini,
circolazione, approvvigionamento). Vi è
anche una sezione (Travaux) riguardante le assunzioni
svolte sulla piazza de Grève o su quella
dell’Hotel de Ville. In alcuni casi, soprattutto
nei periodi di forti tensioni sociali o nei periodi
di crisi economica, il prefetto segnala preoccupazione
per discorsi e assembramenti di lavoratori che
si creano in questi luoghi.
[58] La stessa prefettura utilizzava grossi manifesti
da affiggere ai muri per dare disposizioni e comunicare
ordinanze. Cfr. Les murailles révolutionnaires
de 1848: collection des décrets, bulletins
de la République, adhésions, affiches,
fac-simile de signatures, professions de foi,
etc. Paris et les départements, Paris,
Picard, 1868, 2 voll.
[59] Cfr. Agulhon, Classe ouvrière et
sociabilité avant 1848 cit., 64
[60]«D’autre
part Maurice Agulhon parle volontiers de “descende
de la politique vers les masses”. Cela m’a
toujours un peu choqué. N’y a-t-il
pas aussi bien et en même temps montées
des masses vers la politique?». Rougerie,
Le mouvement associatif cit., 495 ; per
il dibattito sull’argomento rinvio a Agulhon,
La République au village: quoi de neuf?,
«Provence historique», 194 (1998).
[61] Vorrei ribadire che i meccanismi che troviamo
nelle associazioni formali sono presenti, in maniera
vaga e non organizzata, anche nelle forme associative
di tipo informale. Non credo che tra le due forme
di sociabilità vi sia una forte differenza.
Al contrario, si può forse parlare di continuità
dei contenuti in forme differenti.
[62] J. Rougerie, Le mouvement associatif populaire
cit., 513 ss.
[63] «Presque
personne ne se douta, au lendemain des journées
de Juillet, que la conséquence logique
de la Révolution était une certaine
émancipation, soit politique, soit économique,
soit à la fois politique et économique,
des ouvriers qui y avaient tenu le premier rôle
; ou, tout au moins, que le germe venait d’être
semé d’un nouveau régime social,
si incomplet d’abord au si lointain qu’en
put être l’établissement». O. Festy, Le mouvement ouvrière,
35.
[64] «Il
lavoro […] non era soltanto il sostegno
essenziale dell’intera società e
la fonte della sovranità popolare, esso
rappresenta un’attività intrinsecamente
pubblica». Sewell, Lavoro e rivoluzione
cit., 444.
[65] Cabet,
in un articolo apparso sul «Populaire»
del 3 settembre 1833, sostiene come l’azione
operaia conduca naturalmente alla politica. «Les
ouvriers menuisiers de Saint-Antoine font de la
République… Des ouvriers se réunissent
s’associant pour défendre leurs intérêts
communs, discutant, délibérant,
élisant un président pour diriger
leurs délibérations et une commission
pour agir en leur nom, écoutant les conseils
des mandataires qu’ils ont choisis, traitant
enfin avec leurs adversaires, c’est là
la République». Rougerie, Le
mouvement associatif cit., 507.
[66] Ibidem.
Si veda inoltre M. Riot-Sarcey, De l’«universel»
suffrage à l’association, ou «l’utopie»
de 1848, in: J.-L. Mayaud (ed.), 1848.
Actes du colloque international du cent cinquantenaire,
Paris, Creaphis, 2002.
[67] Per un’analisi della barricata rinvio
a A. Corbin, J.-M Mayeur (eds.), La barricade,
Paris, Sorbonne, 1997. Per il legame tra le barricate
del giugno ’48 e politica, cfr. L. Clavier,
L. Hincker, La barricade de Juin 1848 : une construction
politique, ivi; L. Clavier, L. Hincker, J. Rougerie,
Juin 1848 : l’insurrection, in: J.-L. Mayaud
(eds.), 1848 cit., 133 ss.
[68] M.G.
Meriggi, L’invenzione della classe operaia
cit., 9.
[69] Ivi, 104.
[70] Su
«L’Organisation du Travail»,
journal des ouvriers del 3 giugno 1848,
vi è la descrizione di uno sciopero degli
operai stampatori di carte da parati. Riuniti
in una società fraterna sorta da ormai
18 anni, essi sostenevano che, mentre sotto la
monarchia era naturale che venisse loro impedita
la coalizione per difendere i propri interessi
materiali e morali, la Repubblica doveva dare
un segnale opposto. Meriggi, L’invenzione
della classe operaia cit., 244.
[71] Rougerie, Le mouvement associatif populaire
cit., 516.
[72] Meriggi, L’invenzione della classe
operaia cit., 158.
[73] Gossez, Les ouvriers de Paris. Livre Premier:
L’organisation 1848-1851, Paris, Bibliothèque
de la Révolution de 1848, 1967, XXIV:12.
[74]
Clavier, Hincker, Rougerie, Juin 1848
cit., 133 ss.
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