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150° Anniversario Unità d'Italia
Giovanni Lasi
Garibaldi e l’epopea garibaldina nel cinema muto italiano
Dalle origini alla Prima guerra mondiale
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unità nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
«Oggi ho visto il volto di Garibaldi; e ora tutta la devozione dei suoi amici mi appare chiara come la luce del giorno. Ti basta guardarlo in volto, e senti forse che egli è l’unico uomo al mondo che potresti servire e seguire ciecamente fino alla morte con il cuore in mano.»
[Herriet Meuricoffre, Napoli, agosto 1860, in Butler 1901, 50]
Il volto di
Garibaldi fa la sua apparizione su uno schermo cinematografico già nel primo
film italiano, La presa di Roma – 20 settembre 1870, prodotto dalla
Alberini & Santoni nel 1905 in occasione del XXXV anniversario della
Breccia di Porta Pia[1].
La prima
proiezione ufficiale viene organizzata al culmine dei festeggiamenti, la sera
del 20 settembre 1905: migliaia di persone affollano il piazzale di Porta Pia
dove, proprio in prossimità della Breccia, è stato installato un enorme
schermo.
Il film
realizzato da Filoteo Alberini si articola in sette quadri: i primi sei
illustrano i preparativi e le fasi salienti della battaglia della Breccia,
mentre l’ultimo, introdotto dalla didascalia “Apoteosi”, mostra i Padri della
Patria immortalati in posa plastica nella fissità del tableau vivant.
Gli Eroi del
Risorgimento italiano, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II e Cavour,
immobili tra le nuvole dell’Empireo, si esibiscono in parata; al centro
l’Italia turrita in veste di donna[2] li
benedice, ossequiandoli con in una mano il tricolore e nell’altra la palma della
vittoria; sullo sfondo si intravedono le sagome del Campidoglio e del
Quirinale.
L’anonimo
interprete di Garibaldi è ripreso alla destra della Patria, di tre quarti, con
lo sguardo indirizzato alla macchina da presa e dunque verso il pubblico che
acclama entusiasta sotto il grande schermo di tela bianca.
Il volto
dell’Eroe dei Due Mondi di nuovo si rivolge agli italiani, vivo, benché
immobile, rianimato dalla potenza del cinematografo.
La funzione
vivificatrice del cinema è di certo una delle prerogative che maggiormente
attrae e sorprende gli spettatori di inizio Novecento e la possibilità di
riportare a nuova vita, seppur su uno schermo, fatti e personaggi della storia
patria verrà ampiamente considerata non solo dalle case di produzione, ma anche
dalle istituzioni che intuiscono fin da subito le potenzialità del
cinematografo quale formidabile strumento propagandistico e pedagogico[3].
Il nuovo mezzo
tecnologico è immediatamente arruolato come ultimo ed efficace ritrovato di una
strategia di comunicazione visiva a tema risorgimentale, già ampiamente
collaudata nella seconda metà dell’Ottocento, che ha Garibaldi tra i soggetti
privilegiati [Ragazzi 2007] e che mira a
diffondere e a promuovere i valori del Risorgimento al fine di consolidare e
radicare un sentimento identitario nazionale ancora inconsistente, soprattutto
tra le classi popolari e meno istruite. D’altro canto le classi dirigenti, con
l’esaltazione della vicenda risorgimentale di cui si dichiarano espressione
politica e culturale, perseguono una definitiva legittimazione che, soprattutto
per la perdurante ostilità della Chiesa[4],
stentano ad ottenere ancora nei primi anni del Novecento.
In questa
disseminazione dell’immagine risorgimentale ad uso propagandistico, il cinema,
per l’efficacia persuasiva, assume un ruolo privilegiato: gli spettatori si
sentono partecipi, coinvolti, quasi proiettati di persona nell’evento a cui
stanno assistendo.
La presa di
Roma è una sorta di manifesto fondativo dell’Italia Unita, un monumento
laico [Brunetta 2008b, 160], ma è in primo luogo la resurrezione di un episodio
cruciale per i destini della nazione, che si rianima grazie al “miracolo” del
cinematografo: il pubblico si sente al fianco dei bersaglieri che valicano la
Breccia di Porta Pia, rivive la gioia della vittoria e l’incredibile illusione
di realtà non svanisce nemmeno di fronte all’immagine oleografica dell’ultimo
quadro.
In definitiva il
film di Alberini vuole essere la testimonianza della presenza “in vita” del
Risorgimento e dei suoi protagonisti, i cui valori nel 1905, a 35 anni dal XX
settembre, rimangono attuali e insostituibili. Una tesi in linea con la
strategia ideologica della classe politica in quel momento al potere, che non
solo si prodigherà per promuovere il film, ma collaborerà direttamente alla sua
realizzazione [Lasi, 2006, 86-107].
Il tentativo di
attualizzare il Risorgimento da parte delle istituzioni è peraltro comprovato
dall’estrema importanza riservata alle celebrazioni, agli anniversari, alle
ricorrenze patriottiche, che sono organizzati e sovvenzionati direttamente o
indirettamente dallo Stato, al fine di ottenere la più ampia e sentita
partecipazione popolare.
Come per le
apoteosi laiche, anche le celebrazioni patriottiche fanno parte di una retorica
risorgimentale plasmata sul modello della simbologia religiosa; proprio in
opposizione al perdurante e attivo proselitismo cattolico, le istituzioni
oppongono al tradizionale culto religioso cristiano la cosiddetta “religione
della Patria” [Baioni 1994, 90-105] che mutua in chiave laica l’apparato
simbolico ed iconografico della liturgia ecclesiastica: in quest’ottica le
cartoline degli eroi risorgimentali e le figurine dei corpi militari
sostituiscono i santini; le strade e le piazze, un tempo dedicate a santi e
vescovi, vengono ribattezzate con i nomi dei martiri del Risorgimento; i
pellegrinaggi patriottici avvicendano quelli cristiani; nei calendari e negli
annuari le feste religiose sono affiancate dalle ricorrenze nazionali.
E proprio le
celebrazioni patriottiche e le ricorrenze nazionali diventano le migliori
occasioni per la realizzazione di film dedicati al Risorgimento: se La presa
di Roma è espressamente concepito per essere presentato durante i
festeggiamenti del XX settembre, il primo film sulla vita di Garibaldi viene
girato nel 1907, in vista dei cento anni dalla nascita dell’Eroe dei Due Mondi.
La casa di
produzione che si fa carico dell’impresa è la Cines, la società sorta dopo
l’acquisizione della Alberini & Santoni, di cui ha ereditato la vocazione
patriottica. Incaricato della realizzazione il regista emergente Mario
Caserini, che nella sua breve e fortunata carriera avrà modo di confrontarsi
molte altre volte con soggetti risorgimentali.
Al film,
intitolato semplicemente Garibaldi[5],
viene dedicato spazio sulla stampa di settore quando è ancora in fase di
lavorazione:
Già in macchina ci fu
dato di vedere in visione la indicata pellicola, la quale è riuscita
ottimamente e non possiamo far altro che raccomandarla ai colleghi. Le
truccature di Garibaldi, di Vittorio Emanuele e di tutti gli altri personaggi
storici delle varie epoche in cui si dividono i quadri sono riuscitissime; i
movimenti dei garibaldini, i panorami delle posizioni occupate, ed infine
tutto, tutto è riuscito con impressionante verità storica, che farà di certo
andare in visibilio gli spettatori. Se detta pellicola fosse colorita, tutte
quelle camicie rosse desterebbero certamente un maggior entusiasmo, ma
accontentiamoci per ora di così, ché, altrimenti, la cosa perderebbe il merito
dell’attualità [«Rivista Fono-cinematografica» 1907, 61].
L’anteprima concessa al cronista della «Rivista Fono-cinematografica»[6] testimonia il vigore con cui la Cines intende promuovere il film di Caserini,
che viene venduto al considerevole prezzo di L. 300 (a fronte di 220 mt di
lunghezza) con la possibilità per gli esercenti di acquistare a corredo «planches a colori di grande formato (85 x 116)» che la
società produttrice mette a disposizione al costo di L. 0,75 la copia [«Aurora»
1907, 8].
Nelle pubblicità sulla stampa e negli affissi murari approntati dalla
Casa romana, il Garibaldi di Caserini viene celebrato come una «grande
ricostruzione storica in 12 quadri»[7]: in
effetti nel film vengono riprodotte in ordine rigorosamente cronologico le
tappe fondamentali della vita dell’Eroe nizzardo, dalle vicende sudamericane
fino alla morte nell’isola di Caprera, in ottemperanza, almeno nella
successione degli eventi, a quella attendibilità storiografica così fortemente
rivendicata.
Al di fuori della Storia rimangono però i quadri di apertura e di
chiusura del film, il primo intitolato “Garibaldi” e l’ultimo che, come ne La
presa di Roma, propone un’apoteosi[8].
Purtroppo il film di Caserini è andato perduto e dunque non conosciamo l’esatta
configurazione delle due, ma, rifacendosi ai canoni di apertura e chiusura dei
film utilizzati nella cinematografia dell’epoca, possiamo supporre che il
quadro iniziale altro non fosse che una presentazione dell’Eroe in posa che si
mostra al pubblico, mentre è lecito presumere che l’ultima scena ricalcasse
quel modello di apoteosi laica, tanto frequente nella pubblicistica e
nell’illustrazione dell’epoca e già proposto, come si è detto, nel finale de La
presa di Roma. Di nuovo si riscontrano invariate quelle peculiarità
rappresentative e simboliche sottolineate a proposito del film di Alberini: da
un lato l’Eroe resuscitato, che, in presenza, si rivolge agli italiani,
dall’altro la santificazione laica del Padre della Patria, entità superiore
definitivamente elevata all’immortalità.
Uno dei titoli alternativi del film di Caserini è Vita e morte di
Giuseppe Garibaldi: se nel caso specifico la fine terrena dell’Eroe
è solo il viatico per la gloria eterna, la simbologia risorgimentale prevede un
altro genere di morte esemplare, a sua volta ripreso dalla tradizione
cristiana: il martirio per il bene supremo che, nell’accezione laica e
patriottica, non è Dio, ma la Nazione [Riall 2008, 23-44]. Morte esemplare che
viene esaltata ne Il piccolo garibaldino, il secondo film ispirato
all’epopea garibaldina, realizzato sempre dalla Cines nel 1909. Il soggetto
narra la storia di un ragazzo che fugge di casa per raggiungere il babbo
volontario nella spedizione dei Mille; arrivato in Sicilia il piccolo patriota
viene arruolato nelle file garibaldine e muore in combattimento a fianco del
padre. Il film ancora una volta si conclude con un’apoteosi, che però in questo
caso si discosta dalla retorica formale usualmente utilizzata nella
composizione di tali raffigurazioni celebrative poiché rende omaggio ad un
coraggioso, ma anonimo combattente e non ad un Padre della Patria. La scena è
animata e si svolge in ambito famigliare, all’interno di un salotto borghese,
con il fantasma del giovane eroe che, abbracciato dall’Italia personificata e
avvolto nel tricolore, appare alla madre: la donna, seppur disperata, bacia la
ferita letale sul petto del figlio, rendendo onore all’estremo sacrificio del
ragazzo in difesa della Patria.
Nonostante sia
ribadita la sacralità della Nazione e dei suoi Eroi, nel film si verifica un
primo slittamento di ordine ideologico rispetto alla rigorosa laicità che
contraddistingue i primi soggetti risorgimentali trasposti sullo schermo
cinematografico. Ne Il piccolo garibaldino per la prima volta la Chiesa
e la simbologia cristiana assumono una connotazione positiva, in alleanza con
la causa risorgimentale: basti pensare che è un prete a salutare le camicie
rosse in partenza per la Sicilia, dopo che lo stesso curato ha benedetto le
armi dei garibaldini, ossequiato dai volontari; in un’altra scena è ben
visibile un grande crocifisso appeso in bella vista nella stanza della madre
del piccolo garibaldino; infine sarà una monaca a soccorrere il ragazzo morente
sul campo di battaglia.
Questo primo, seppur timido, tentativo di associare i valori cattolici alla
vicenda risorgimentale è del resto un segno dei tempi: l’acceso
anticlericalismo che aveva caratterizzato la politica italiana di fine
Ottocento si sta progressivamente stemperando e, nonostante il perdurante
attrito tra Stato e Chiesa, le istituzioni liberali, come peraltro il Vaticano,
vedono ormai nel socialismo il vero pericolo. Questi nuovi equilibri
influenzano la rappresentazione popolare del mito garibaldino e, con una vera e
propria epurazione formale e concettuale, l’innegabile anticlericalismo di
Garibaldi[9] verrà progressivamente cancellato o perlomeno edulcorato.
Al contrario l’entusiasmo,
l’altruismo e il coraggio con cui
molti adolescenti avevano seguito il Generale
fino a sacrificare la propria vita rimangono
tra gli elementi dell’epica garibaldina
che più colpiscono l’immaginario
popolare [Balzani et al. 2003]: il cinematografo
immancabilmente si adegua, in pieno accordo,
tra l’altro, con le istituzioni, impegnate
con ogni mezzo ad infondere nelle giovani
generazioni un solido sentimento patriottico
e un’incondizionata fedeltà
alla nazione [Gibelli 2005].
A questo
proposito viene incentivata la diffusione di una vastissima letteratura
pedagogica per ragazzi di argomento risorgimentale: libretti, opuscoli
illustrati, racconti settimanali, letture di sussidiari che riportano storie
ambientate nel Risorgimento e che hanno come protagonisti eroi adolescenti. Tra
questi un volumetto intitolato Il piccolo garibaldino, scritto da un
certo capitano Giuliano Mazè[10],
da cui, con ogni probabilità, è tratto il soggetto dell’omonimo film della
Cines.
Sempre in ambito letterario, sul modello agiografico della secolare
produzione letteraria dedicata alle vite dei santi, tra Ottocento e Novecento
si assiste a una moltiplicazione esponenziale delle biografie dedicate agli
eroi risorgimentali - e in particolare a Garibaldi - che diventano
popolarissime soprattutto tra i lettori che si rivolgono all’editoria popolare.
Il cinema, che ha come riferimento il medesimo pubblico, non manca di cavalcare
l’onda e già nel 1910, a soli tre anni dal successo di Garibaldi, la
Cines propone nuovamente un soggetto biografico garibaldino, declinandolo
questa volta al femminile. Nel 1910 esce nelle sale Anita Garibaldi,
film di 30 quadri che la Casa romana pubblicizza sul suo catalogo con un
enfatico commento:
Quadri superbi compongono
queste cinematografie, tra i quali grandioso ed emozionante il combattimento al
Gianicolo, di fronte alla cupola di San Pietro e la fuga di Garibaldi
attraverso la palude di Comacchio. [«Bollettino Cines», 1911]
Ripercorrendo la vita di Anita Ribeira il film illustra gli episodi
salienti dell’epopea di Garibaldi, dai conflitti sudamericani fino alla tragica
morte dell’eroina nel 1849 presso la fattoria Guiccioli alla Mandriola.
Il film si apre con l’Eroe dei Due Mondi in Uruguay, impegnato a compiere
«fatti d’arme gloriosi», come recita la pubblicità della Cines nel catalogo
destinato agli esercenti; l’episodio però è risolto in modo sbrigativo e
superficiale. La circostanza non è casuale: gli ideali internazionalisti del
Generale non sono approfonditi, né particolarmente esaltati nella divulgazione
corrente della vicenda garibaldina: la pubblicistica popolare, in parte, e il
cinema, del tutto, coglieranno del periodo sudamericano [Riall 2007, 27-39] esclusivamente
l’aspetto esotico, romantico, soprassedendo sulle istanze rivoluzionarie in
piena conformità con le istituzioni liberali dell’epoca che vedono
nell’internazionalismo garibaldino un pericoloso riferimento all’ideologia
socialista contro cui strenuamente si oppongono.
Anche in Anita Garibaldi il primo quadro ambientato in Sudamerica
altro non è che la semplice ambientazione dell’incontro tra Garibaldi e la sua
futura compagna: del resto Caserini nell’impostazione globale del soggetto, pur
attenendosi con una certa scrupolosità alla cronaca, mira volutamente a far
emergere la drammaticità degli eventi con toni narrativi e accenti stilistici e
formali che attengono più al racconto romanzesco che alla ricostruzione
storica.
La connotazione tragica ed epica della vicenda biografica dell’Eroe è
peraltro una delle fondamenta su cui si basa la costruzione del mito di
Garibaldi e la dimensione drammatica della vita del Generale viene ampiamente
ripresa ed enfatizzata dall’iconografia e dalla letteratura ottocentesca [Riall
2007, 230-242] e di inizio Novecento a cui il cinematografo si ispira.
Nello stesso anno la Cines ribadisce la propria vocazione garibaldina, riprendendo
il filone degli eroi adolescenti inaugurato con Il piccolo garibaldino:
nel 1910 la Casa romana distribuisce infatti Eroico pastorello e Per
la patria (Epopea garibaldina), i cui protagonisti sono ancora una volta
giovani valorosi, devoti al condottiero nizzardo e disposti al sacrificio
nell’adempimento del loro dovere al servizio della Patria.
Sulla scia della Cines già dal 1908 altre case di produzione si sono
cimentate con soggetti risorgimentali, ma fino al 1910 tutti i film su
Garibaldi e sui garibaldini sono stati realizzati esclusivamente dalla società
romana: la prima concorrente ad incrinare questo monopolio è la Milano Films
che proprio nel 1910 fa uscire nelle sale Il racconto del nonno, 280
metri, realizzatore Giuseppe De Liguoro, attore e metteur en scène teatrale e cinematografico. Di nuovo la vicenda ruota attorno alle imprese di
un ragazzo che durante la campagna di Garibaldi in Tirolo nel 1866 si distingue
per l’eroismo dimostrato in aiuto alle camicie rosse. Anche in questo caso,
come ne Il piccolo garibaldino, il film si conclude con la madre del
giovane che legittima esplicitamente la vocazione al martirio del figlio,
pronto a sacrificarsi al servizio della nazione; la didascalia che precede la
sequenza in cui il ragazzo decide di arruolarsi nella truppa garibaldina
recita: «Da quel giorno divenni soldato e la mamma mi dicea sempre che: Chi
si sacrifica per la patria è benedetto dall’umanità». Da notare, anche in
quest’ultima citazione, la traslazione laica di un atto liturgico cristiano: la
benedizione non viene da Dio, ma «dall’umanità».
Dal punto di vista narrativo Il racconto del nonno risulta essere
di particolare interesse in quanto la vicenda su cui si basa la trama del film
viene introdotta dallo stesso protagonista che, ormai anziano, narra ai nipoti
le proprie avventure adolescenziali al fianco dei garibaldini.
L’uso del flash back sarà un espediente linguistico frequentemente
utilizzato nella successiva filmografia a soggetto risorgimentale:
l’inserimento di un personaggio autorevole che ha vissuto in prima persona le
vicende storiche narrate si rivela un artificio estremamente utile per
accrescere l’immedesimazione del pubblico e avvalorare la veridicità dei fatti
esposti[11].
Con questa impostazione narrativa l’Ambrosio di Torino realizzerà nel 1911 Nozze
d’oro, episodio della battaglia di Palestro e, nel 1913, La lampada
della nonna, ambientato durante la II guerra di indipendenza.
Nel 1911, 50° anniversario dell’Unità d’Italia, i film che fanno
riferimento alle vicende garibaldine sono tre: La fucilazione di Ugo Bassi e
del garibaldino Giovanni Livraghi, ricostruzione storica della cattura e
dell’esecuzione dei due eroi risorgimentali, prodotto dalla Helios, piccola, ma
attiva Casa di Velletri; Goffredo Mameli della Cines, in cui l’autore
dell’inno nazionale, interpretato dal famoso attore Amleto Novelli, combatte a
difesa della Repubblica Romana, per poi cadere, ferito mortalmente, al fianco
di Garibaldi[12]; e
infine Stirpe d’eroi, film Cines sul martirio giovanile, in questo caso
di due fratelli entrambi adolescenti che, aderendo all’appello di Garibaldi
«L’Italia vuole eroi», si immolano alle porte di Roma durante i combattimenti
del ’49.
Tra le imprese dell’Eroe dei Due Mondi la spedizione del 1860 è
certamente uno dei soggetti privilegiati: tra i film già citati sia Eroico
pastorello (Cines 1910) che Per la Patria (Epopea garibaldina) (Cines 1910) sono ambientati durante la missione garibaldina nell’Italia
meridionale, mentre nel primo film biografico sull’Eroe, Garibaldi (Cines
1907), lo spazio dedicato all’impresa dei Mille è ampio e si articola su due
quadri, a differenza degli altri episodi, risolti in un unico quadro.
Nel 1912 l’audace spedizione del 1860 viene rievocata in due film: Garibaldi
a Marsala, ancora una volta prodotto dalla romana Cines, e I Mille,
girato da Alberto Degli Abbati per l’Ambrosio di Torino.
Quest’ultimo titolo ha un posto di rilievo nella filmografia a soggetto
risorgimentale del cinema muto italiano: il film riscuote un enorme successo di
pubblico ed entusiastici consensi dalla critica in Italia e all’estero, tanto
che il prestigioso periodico cinematografico statunitense «Moving Picture
World», nel gennaio del 1913, tributerà a I Mille l’onore della
copertina.
In effetti la messa in scena di Degli Abbati risulta impeccabile:
articolando magistralmente la storia dell’amore tra una pastorella e il figlio
di un ricco liberale con l’attività del gruppo di patrioti di cui fanno parte,
il regista riesce a rendere, con toni poetici e accattivanti, la dettagliata
cronaca dell’avanzata di Garibaldi verso Palermo e della successiva presa della
città da parte dei garibaldini. L’uso studiato delle luci, la precisa
composizione delle inquadrature, l’organizzazione e il sincronismo delle
comparse nelle scene di battaglia fanno de I Mille uno dei migliori film
a soggetto risorgimentale degli anni ’10 ad oggi esistenti.
Un aspetto senz’altro originale è la rappresentazione della figura di
Garibaldi.
Il Generale, fin dalle prime didascalie, viene continuamente evocato dai
protagonisti, ma per gran parte del film non appare fisicamente in scena. La
sua presenza però è comunque palpabile e, attraverso i resoconti dei vari
personaggi, lo spettatore riesce a seguire l’evolversi della sua azione, che,
seppur a distanza, condiziona passo passo l’intero svolgimento della vicenda.
Garibaldi è un’entità trascendente in grado di governare l’ordine delle cose
anche in absentia. Solo nel momenti decisivi l’Eroe si materializza, si
incarna e guida il suo popolo alla vittoria.
Emblematica l’ultima sequenza in cui Garibaldi, giunto vittorioso a
Palermo, arringa alla folla dal balcone di un palazzo: inizialmente Degli
Abbati inquadra il Generale di schiena, a mezza figura, leggermente dall’alto,
lasciando intravedere sullo sfondo, oltre le sue spalle, la folla in delirio
che lo acclama dalla piazza sottostante. Nell’inquadratura successiva il punto
di vista si inverte: la macchina da presa è posizionata nella piazza e rivolta
verso la terrazza dove campeggia la sagoma del condottiero. Se dapprima lo
spettatore, seppur un passo indietro, era sul balcone al fianco di Garibaldi,
ora è tra i palermitani festanti che inneggiano alla loro guida suprema[13].
Un campo e controcampo certo non usuale nella cinematografia dell’epoca e
dunque ancor più significativo; un interscambio di punti di vista che induce il
pubblico alla massima immedesimazione, ma che è anche allusivo di un’identità:
Garibaldi è l’Italia, l’Italia è Garibaldi.
Anche dal punto di vista dell’interpretazione storica I Mille offre spunti interessanti, infatti il presunto decisivo apporto della Chiesa in
favore del raggiungimento dell’unità nazionale, che, seppur timidamente, era
già stato adombrato ne Il piccolo garibaldino, nel film di Degli Abbati
viene ulteriormente esplcitato[14].
Le frasi di fra’ Lorenzo, frate cappuccino aggregato al manipolo di
patrioti fedeli a Garibaldi, fissate in alcune didascalie del film, suonano
come inequivocabili:
Dio, tu lo vedi… io non
mi allontano da Te, se io avvicino il mio animo ad un ideale di Giustizia, io
sono in Te! La patria soffre. Tu non hai creato barriere tra fratelli e fratelli.
Lascia che i cuori si stringano ai cuori. Dio Grande Onnipossente benedici
l’Italia Una!
E ancora:
Nel nome di Dio e della
Patria, binomio indissolubile e perfetto, santificato dal sangue dei Martiri,
venerato con Fede infrangibile, io, Sacerdote di Cristo, come voi votato a
morte, vi benedico e vi consacro fratelli.
Nel 1912 il processo di riappacificazione tra Stato e Chiesa è ormai in
fase avanzata e quel linguaggio liturgico che la retorica risorgimentale aveva
tentato di espropriare alla Chiesa, paradossalmente, torna nel suo alveo
naturale proprio in riferimento a quelle rivendicazioni patriottiche che ne
avevano giustificato la declinazione in chiave laica.
Questa
operazione di strisciante revisionismo storico e di strumentalizzazione politica
avrà ulteriori sviluppi nella successiva cinematografia risorgimentale.
Nel 1913 l’Ambrosio distribuisce nelle sale Le campane delle morte (Episodio della rivoluzione siciliana); il film narra dell’insurrezione
degli abitanti di un villaggio siciliano che, attendendo lo sbarco di
Garibaldi, decidono di scacciare la guarnigione borbonica. Il segnale stabilito
per l’avvio della rivolta è il rintocco delle campane della chiesa e, come ne I
Mille, un frate - guarda caso fra’ Lorenzo - è tra i protagonisti della
rivolta, tanto che è lui a procurare le armi agli insorti.
Tralasciando la
centralità del ruolo che ancora una volta il clero assume nello svolgimento
della trama, curiosa è la recensione di un noto critico dell’epoca che,
piuttosto, mette in evidenza la funzione antisocialista che questi film a
soggetto risorgimentale dovrebbero assumere.
Scrive Angelo
Pietro Berton[15],
sulle pagine del «Maggese Cinematografico» riferendosi al film:
Il fatto attuale[16] potrà forse non essere rigidamente storico, ma di consimili ne sono piene le
pagine del nostro Risorgimento. Ed è bene che siano ricordate in questi tempi
[…] in cui degli arruffapopoli, abbandonata la striglia, trasformati in tribuni
a stipendio fisso, predicano ai giovani l’ideale del truogolo e la suburra
internazionale [Berton 1914].
La lettura
ideologica del Risorgimento e della storia garibaldina non è comunque
prerogativa di tutti i film prodotti in quel periodo sull’argomento: sempre nel
1913 Aldo Molinari dirige per la Vera Film O Roma o morte! (1867 - 1870),
una ricostruzione storica delle battaglie per la conquista della capitale, tra
cui il sanguinoso combattimento di Villa Glori; ancora nel ’13 lo stesso
Molinari, di nuovo per la Vera Film, gira Il campanile della vittoria
(Racconto di Natale), un curioso soggetto che si conclude con l’assalto di
una pattuglia garibaldina accorsa in aiuto di un gruppo di patrioti assediati
da un manipolo di soldati borbonici disertori e dediti al brigantaggio. Una
sorta di «Arrivano i nostri».
Nell’imminenza
della I guerra mondiale la Cines di Roma ritorna ad occuparsi di Risorgimento
con la produzione de L’Italia s’è desta, film incentrato sulla vita dei
fratelli Emilio ed Attilio Bandiera e sulle vicissitudini di Matilde
d’Aspravalle, coraggiosa patriota e fidanzata di Emilio, che, dopo la morte del
compagno, continua per anni ad essere perseguitata dalla polizia borbonica; in
procinto di essere giustiziata, viene salvata dalle truppe garibaldine che
entrano a Napoli. Il film si conclude con l’apparizione di Garibaldi che con la
sola sua presenza mette in fuga i soldati borbonici. Recita testualmente un
programma di sala dell’edizione francese del film: «all’improvviso le colline
attorno si gremiscono di camicie rosse e l’imponente figura di Garibaldi si
staglia nel cielo. I soldati borbonici si danno a fuga precipitosa» [Bernardini
e Martinelli 1993, 265].
Per l’approssimazione nella ricostruzione delle vicende storiche[17] il film è ferocemente stroncato dalla critica: dalle pagine de «La Vita
Cinematografica» Pier da Castello, pseudonimo del già citato Angelo Pietro
Berton, non usa mezzi termini:
Bastano pochi cenni
storici per dimostrare che questi fratelli Bandiera potrebbero essere i
fratelli Cairoli o …i fratelli Maccabei, la cui storia non ha nulla a che fare
coi Bandiera [da Castello 1914].
E su «La Cinefono», in un articolo a firma di K(eraban) si rincara la
dose:
Colui che ha scritto il
soggetto in questione o è un pessimo studente di… matematica o è uno
storiografo folle che si è messo in testa di fare che la storia cammini a modo
suo [K(eraban) 1914].
Nonostante le
critiche impietose L’Italia s’è desta ha un notevole successo nelle
sale: il particolare momento storico - il film esce nell’ottobre del 1914 -
certamente favorisce il consenso di pubblico accordato alla pellicola.
L’entrata in guerra dell’Austria ha riacceso negli italiani il mai sopito
risentimento irredentista nei confronti della potenza asburgica. Si
moltiplicano le manifestazioni patriottiche e gli ideali risorgimentali
ritornano ad essere di estrema attualità.
Le proiezioni di L’Italia s’è desta, come quelle di altri film risorgimentali dello
stesso periodo, diventano occasione di rumorose dimostrazioni anti-austriache
da parte del pubblico in sala: nel caso specifico durante la “prima” torinese
del film della Cines si verifica una sorta di incidente diplomatico tra Italia
e Austria, che, nonostante gli attriti, sono ancora legate dalla Triplice
Alleanza. Nelle interruzioni della proiezione necessarie per il cambio del
rullo della pellicola si esibisce una danzatrice belga, Feline Verbits, che
allieta il pubblico ballando avvolta nella bandiera del suo Paese, già in
guerra con l’Austria. Gli spettatori, alla vista del vessillo belga, applaudono
entusiasticamente, inveendo contro l’aggressore austriaco. L’indomani la
diplomazia viennese protesta e la direzione della sala è costretta a modificare
il numero d’intermezzo, facendo indossare alla ballerina non più la bandiera
belga, ma il tricolore. Il risultato però non cambia: il resoconto di un
cronista presente in sala non lascia adito a dubbi:
Così le danze vennero
vietate e la bella e gentile danzatrice, vestita dei colori italiani, dovette
sostituire alle danze evocanti il suo infelice paese, un nostro antico ballo
piemontese: La bella Gigogin che ci richiama alla memoria i tempi eroici
del Risorgimento. E gli applausi prima volti al Belgio, vennero poi diretti
alla Patria nostra, infelice essa pure nella sua neutralità imbelle, priva di
ogni luce di idealità [Kardec, 1914]
Intemperanze simili si verificano in tutte le sale italiane in cui viene
proiettato il film, tanto che in molte città la programmazione de L’Italia
s’è desta sarà vietata dalle autorità.
Se prima dell’entrata in guerra dell’Italia i film risorgimentali
costituiscono per le istituzioni un motivo di imbarazzo nei confronti
dell’alleato austriaco, dopo il 1915, con il rinnovarsi dell’eterno conflitto
tra il nostro paese e il nemico naturale asburgico, le autorità governative non
solo tollerano, ma anzi auspicano la realizzazione di film esplicitamente
ostili all’Austria e ai suoi alleati.
L’anno in cui l’Italia entra nel primo conflitto mondiale la produzione
di film a soggetto risorgimentale e patriottico è vastissima: alcuni di questi
riguardano l’epopea garibaldina. A pochi giorni dalla dichiarazione di guerra
la Tiber Film presenta Ciceruacchio, film girato da Emilio Ghione sulla
vicenda del celebre maniscalco romano, combattente al fianco di Garibaldi nella
difesa della Repubblica romana e suo compagno nella successiva fuga verso
Venezia. Nello stesso anno esce nelle sale Il nemico, titolo evocativo
della catanese Etna Film, per la regia di Giuseppe De Liguoro. In questo caso
il film si accanisce con un’altra nazione al momento in guerra con l’Italia, la
Germania; il soggetto infatti ripropone un episodio della guerra
franco-prussiana del 1870 e i protagonisti sono un gruppo di garibaldini
accorsi in aiuto dell’alleato d’oltralpe contro l’odiato nemico tedesco.
L’anno successivo, nel 1916, vengono realizzati, rispettivamente dalla
Dora Film e dalla Robert Film, Gloria ai caduti e Seppe morire e fu
redento: le trame trattano di episodi del conflitto mondiale in corso, in
cui sono coinvolti due anziani patrioti già protagonisti dell’epopea
garibaldina. In Gloria ai caduti l’attempato reduce che ha combattuto al
fianco di Garibaldi è la guida spirituale del giovane nipote che si batte
contro il nemico austriaco, mentre in Seppe morire e fu redento il
vecchio garibaldino riprende le armi per combattere di nuovo in difesa della patria.
Ancora una volta in questi due film si rinnova il tentativo di
attualizzare il Risorgimento, quale incontestabile legittimazione delle scelte
morali e politiche delle classi dirigenti al potere: la partecipazione in prima
persona dei due anziani garibaldini all’ennesimo conflitto contro gli austriaci
contribuisce a nobilitare nel cuore degli italiani la sanguinosa impresa
bellica che la propaganda esalta come la quarta guerra di indipendenza[18].
Sempre nel 1916 l’Ambrosio realizza Val d’Olivi, tratto dal
romanzo ottocentesco di Anton Giulio Barilli. Nell’economia della trama il
riferimento all’epopea garibaldina è quasi marginale: la partecipazione dei due
protagonisti maschili alla campagna garibaldina dell’Agro romano nel 1867 è un
elemento importante, ma non centrale nella contrastata vicenda amorosa, che è
il vero fulcro della narrazione.
Tra il 1917 e il 1918 Garibaldi e i garibaldini si eclissano dai
cartelloni dei cinematografi, lasciando il ruolo da protagonisti ai valorosi,
eroici soldati italiani che valorosamente, al fronte e sugli schermi, stanno
combattendo contro gli odiati austriaci in quella che diventerà la Grande
Guerra.
Ma sarà solo questione di tempo perché, qualche anno più tardi, il
Fascismo e il suo cinema non mancheranno di resuscitare nuovamente l’Eroe dei
Due Mondi, questa volta nelle vesti autoritarie del Duce condottiero[19].
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