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Roberta Borghesi*
Nuove forme dell'agricoltura e paesaggi rurali in trasformazione
Dinamiche dello sviluppo, dinamiche del territorio
Atti della Summer School del Dottorato "Storia e geografia d'Europa. Spazi, Linguaggi, Istituzioni e Soggetti in Età' Moderna e Contemporanea",
Bologna, 1-2 luglio 2009
L'analisi del territorio
rurale e agricolo che qui presentiamo si fonda su una concezione di paesaggio
inteso come segno e espressione della relazione uomo – natura, non solo come
costrutto storico ma anche come ponte verso il futuro [Quaini 2006]. I paesaggi
rurali, negli ultimi decenni, paiono interessati da almeno tre fenomeni:
l'esplosione della città al di fuori dei confini tradizionali, le difficoltà
che investono il settore primario e, contemporaneamente, il ritorno alla
campagna da parte di giovani agricoltori, un fenomeno quest'ultimo
quantitativamente limitato, ma molto significativo dal punto di vista
socioculturale. Terremo conto, quindi, della fase critica che vive oggi
l'agricoltura, e con essa i suoi paesaggi, ma anche delle esperienze che
appaiono in grado di creare nuovo senso locale e nuove opportunità per
produttori e consumatori, nell'ottica della sostenibilità ambientale dei
processi di produzione e consumo e di nuove relazioni nel territorio.
Il paesaggio è visto qui
come strumento in grado di sintetizzare, rappresentare e comunicare le
progettualità delle società locali (o parti di esse), come orizzonte per
l'immaginazione collettiva e veicolo per la riproduzione dei valori che danno
forma alle reti sociali, in grado di generare nuovi percorsi di
territorializzazione [Magnaghi 1998; 2001]. Il territorio di riferimento è la
regione Emilia-Romagna, in particolare la provincia di Bologna; al centro dell'analisi proposta
troviamo la relazione tra pratiche e rappresentazioni del quotidiano, ossia tra
produzione, scambio e consumo, da un lato, e il paesaggio, inteso come contesto
fisico e simbolico delle attività umane. Le pratiche quotidiane, infatti, e in
particolare quelle legate ai comportamenti di consumo e agli stili di vita,
rappresentano un fenomeno sempre più rilevante anche dal punto di vista della
comunicazione di valori. Il paesaggio in qualche modo è il frutto, per lo più
inconsapevole o indiretto, di queste relazioni e pratiche, ed è anche lo spazio
evolutivo per le società locali, sia in termini concreti sia come ambito per
l'immaginazione collettiva [Romani 1998; 2008]. La riflessione che qui si
presenta, pertanto, si incentra proprio sulla relazione tra processi di
produzione e consumo e paesaggio, come prodotto materiale di esse ma anche come
spazio identitario e culturale, come orizzonte cognitivo utile per progettare,
e riprogettare, l'evoluzione del territorio da parte della società locale
[Farina 2004; Romani 2008].
Il consumo è visto dai
sociologi come strumento attraverso il quale gli attori costruiscono e comunicano
la propria identità: gli oggetti e i modi del consumare e, più in generale,
dell'abitare, costituiscono grammatiche utili agli abitanti (oltre che consumatori)
per gestire il proprio quotidiano, i rapporti sociali e le relazioni
territoriali [Douglas e Isherwood 1979; Sassatelli e Leonini 2008]. In questo
appare evidente il nesso che unisce le forme del consumare, del produrre e
dell'abitare con il paesaggio, inteso come segno tracciato dalle società locali
e come vero e proprio linguaggio, utile per ragionare sui rapporti tra uomo e
natura. Se lo stile di vita occidentale, evidentemente, non testimonia
un'assunzione di responsabilità in termini ecologici, al contrario, nelle fila
di coloro che si definiscono consumatori
critici e che praticano soluzioni alternative
per le proprie scelte quotidiane (ecologiche, etiche e solidali, di sobrietà,
auto-produzione, ecc.) i beni e i comportamenti legati alla sfera del consumo
sono considerati, sul piano concreto, come tasselli di un altro mondo possibile
in costruzione; sul piano culturale, invece, diventano strumenti per la
comunicazione di un progetto di territorio, un nuovo paesaggio possibile,
attraverso un vero e proprio “linguaggio delle pratiche”.
Nonostante si vogliano
cogliere, in questa sede, le situazioni in cui i sistemi agricoli paiono oggi
più fertili e vivaci, laddove sono abbozzati paesaggi alternativi rispetto
all'appiattimento generato dall'agroindustria e dall'urbanizzazione sfrenata, è
impossibile prescindere dal contesto in cui questi fenomeni sono riconoscibili,
cioè quello di generale crisi che i sistemi agricoli e il territorio rurale
incontrano di fronte alle pressioni dell'espansione urbana, ai danni provocati
dall'agricoltura industriale o all'abbandono dell'attività agricola [Bocci e
Ricoveri, 2006]. In primo luogo sono descritte queste dinamiche macro, sulla
base dei dati statistici relativi all'agricoltura e all'urbanizzazione, mentre
per quanto riguarda la seconda parte, che valorizza le esperienze innovative e
alternative legate all'agricoltura biologica e agli stili di vita sostenibili,
si è fatto riferimento a un approccio qualitativo, interessato a cogliere il
significato culturale e le pratiche sociali dei soggetti considerati. A questo
scopo, oltre ad appoggiarsi alla consultazione bibliografica e di siti web del
settore, è stata molto importante la partecipazione attiva a reti locali di
produttori biologici e consumatori critici, oltre che all'esperienza personale
di vivere in un'area cardine per i temi affrontati, una zona periurbana
collinare della Provincia di Bologna, ancora rurale ma lambita dai modelli
insediativi e paesistici tipici della città. È in questa sezione che si
riportano i frutti di un lavoro di ricerca ispirato all'etnografia, ma radicato
nell'ambito della geografia umana.
Tra agricoltura industriale e
urbanizzazione selvaggia.
Dal primo censimento dell’agricoltura al
2000, cioè in circa quaranta anni, la superficie agricola totale della regione
si è ridotta di oltre un quarto, perdendo 500 mila ettari. Dal 1990 al 2000 il
numero delle aziende è diminuito di oltre il 28% ed è andato perduto il 14,4%
di Superficie Agricola Totale (S.A.T.) e il 9,6% della S.A.U. (Superficie
Agricola Utilizzata)
[2]
.
La tendenza pare in calo negli ultimi anni, nel censimento del 2007 da 2000 al 2007 infatti la
diminuzione registrata della
S.A.T. È stata del 6,9%
e del 5,6% della
S.A.U. (dati ISTAT).
Come riporta anche un
documento della Regione, nel 2000 “per ogni 100 ettari di superficie territoriale 34 sono destinati
ad usi non agricoli (aree urbanizzate, acque interne, terreni abbandonati,
ecc.), 16 appartengono ad aziende agricole ma sono occupati da boschi o tare
oppure sono incolti, mentre i rimanenti 50 rappresentano la SAU”
[3]
. In
questo documento, comunque, la Regione sostiene che, contrariamente a quello
che si potrebbe pensare, la causa principale di questo calo non sarebbe da
imputare all’utilizzazione dei terreni a fini di urbanizzazione, o comunque a
fini extra-agricoli, poiché tale fenomeno ha interessato particolarmente la
pianura, mentre tra il tra il 1961 ed il 2000 il maggiore calo nelle superfici
agricole si riscontra in montagna (le aziende agricole della pianura perdono il
10,7%, quelle di collina il 27,7% e quelle di montagna il 49,4%): “In
pratica, l’agricoltura montana si è dimezzata
negli ultimi quarant’anni, ad un ritmo che è stato particolarmente
sostenuto negli anni Ottanta ma soprattutto negli anni Novanta, durante i quali
si sono persi più ettari che nell’intero trentennio precedente”
[4]
. Per quanto riguarda la provincia di Bologna, facendo
riferimento ai dati pubblicati sul quadro conoscitivo del PTCP (Piano
Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2004) la tendenza appare confermata:
dal 1970 al 2000 sono stati
destinati ad altre attività ed usi 49.490 ettari di superficie agricola territoriale[...]; di questi oltre 25mila ettari di
superficie agricola territoriale sono stati persi nell’ultimo decennio: si
tratta di circa il 52% della perdita totale; nello stesso periodo, hanno chiuso l’attività 11.096
aziende agricole, di cui
circa il 50% nell’ultimo decennio; la chiusura di queste aziende ha comportato
il trasferimento dei terreni che esse coltivavano ad altri soggetti; il 58% del
suolo è confluito in altre aziende agricole, il restante 42% non è più utilizzata come superficie
agricola. [ PTCP 2004, 366]
La crescita del suolo
urbanizzato, o comunque non agricolo, appare evidente considerando la crescita
degli abitanti dei comuni dell'hinterland bolognese a discapito del capoluogo:
mentre il comune di Bologna perde abitanti, il 12% dal 1981 al 1991 e il 9% dal
1991 al 2001, gli altri comuni negli
stessi intervalli temporali registrano una crescita: Budrio +4% e +7%,le unioni
di comuni Terre di Pianura +3% e +13%, Valle del Samoggia +20% e +18%, le
Comunità Montane Cinque Valli Bolognesi +11% in entrambi i periodi e l'Alta e
media Valle del Reno +3% e +9%, solo per fare alcuni esempi [PTCP 2004, 135]. Gli abitanti si spostano dalla centro urbano e vanno ad
accrescere le fasce periurbane e extraurbane, complici anche il minore costo
degli alloggi al di fuori dei confini della città storica e le aspirazioni a
una maggiore qualità della vita a cui la città non sembra più in grado di
rispondere. Il risultato è il ben noto fenomeno indicato con i termini di sprawl,
città diffusa, città infinita, ecc., in estrema sintesi una proliferazione di
strutture insediative sparse nel territorio a cui non corrisponde una
sufficiente rete di servizi e spazi per la vita pubblica [Ingersoll, 2004]. FOTO 1
Città e campagna si
mescolano nel reticolo della mobilità, le schiere di villette si sostituiscono
ai filari alberati e alle siepi, le cascine si trasformano in condomini, con
appartamenti con ingressi indipendenti e giardini privati, mentre viene meno
l'identità e il senso di comunità dei luoghi [Ingersoll 2004]. Anche il PTCP
della provincia registra questi cambiamenti, relativamente alla qualità della nuova edificazione negli ambiti
rurali e la presenza di destinazioni d’uso conflittuali:
la nuova edificazione negli ambiti rurali, è
caratterizzata per un'assunzione acritica di modelli edificatori propri delle
frange periferiche imperniate su lotti di piccola dimensione; la “villetta” o
il piccolo edificio condominiale sono ripetuti con poche varianti tematiche
nell’ambito rurale. La non proponibilità dei modelli del passato, dovuta
principalmente ai volumi eccessivi, non è stata affiancata dall’individuazione
di modelli compatibili nella forma e nei materiali. A questi aspetti si
assommano crescenti conflittualità tra i nuovi residenti nelle zone rurali e le
attività produttive agricole (odori, rumori, polveri, prodotti fitosanitari,
ecc.) [PTCP 2004,
372]
Alle delizie bucoliche, per gli
abitanti, si accompagnano così gli svantaggi che la campagna implica per chi la
abita secondo i principi della città, primo fra tutti il pendolarismo
obbligato, per lo più legato alla mobilità privata, cioè all'auto, non solo
negli spostamenti casa-lavoro ma anche verso i centri commerciali, i luoghi
dello svago e del tempo libero. In generale si afferma la dipendenza dal
capoluogo principale per i servizi legati alle strutture educative, sanitarie,
ma molto spesso anche dal punto di vista sociale e relazionale; il contesto
locale si vive per lo più per la funzione residenziale e le relazioni
instaurate al suo interno sono scarse [Ingersoll, 2004, Bonora e Cervellati,
2009]. FOTO 2
Se alcuni, come abbiamo
visto, osservando la perdita di suolo agricolo nel territorio regionale sostengono che la causa sia da imputare allo
spopolamento della collina e, ancora di più, della montagna, piuttosto che
all'urbanizzazione, ragionando però sul paesaggio e in termini di sistemi complessi , è possibile proporre una diversa interpretazione [Bonaiuti
2003]. Appare evidente, infatti, la correlazione tra l'erosione del suolo
agricolo ad opera dell'espansione urbana non pianificata e il passaggio da
un'economia in gran parte agricola allo sviluppo dei settori secondario e
terziario, con gli stili di consumo che questo cambiamento ha portato con sé.
Il valore dei terreni urbanizzati, o urbanizzabili, può aumentare, in funzione
delle attività dell'edilizia e delle speculazioni finanziarie, solo in un
contesto in cui il suolo agricolo non ha più valore di fronte a un'economia
globalizzata che fornisce cibi a basso costo (e di bassa qualità) e dove non è
più riconosciuto come indispensabile
alla sopravvivenza delle comunità locali. FOTO 3
Considerando i processi
culturali insieme ai fenomeni socioeconomici e territoriali si può individuare
una prospettiva di continuità e un filo logico che unisce l'abbandono
dell'Appennino e dell'agricoltura, incominciato negli anni Cinquanta e
Sessanta, la tendenza di accentramento della popolazione sul capoluogo
bolognese, e la successiva esplosione della città al di fuori dei confini,
anche teorici, dell'urbano. L'accentramento nell'area urbana, che offriva
lavoro e l'aspirazione a una vita migliore, viene meno man mano che i costi
diventano troppo elevati e la città sempre meno accattivante per i diversi conflitti
che ospita al suo interno e per le condizioni ambientali, sempre più
degenerate. I dati attuali, infatti, registrano movimenti di popolazione verso
i comuni di tutta la provincia, ben oltre la prima cintura, fino a quelli della
prima fascia dell'Appennino. Ovviamente si tratta di un ritorno in larga misura
legato alla funzione residenziale, che non risulta significativo ai fini della
cura dei sistemi agricoli e che, anzi, in modo inconsapevole aggrava gli stessi
problemi che pretenderebbe risolvere
[5]
.
Si può identificare questa tendenza come il passaggio da un abitare integrato
nei luoghi, com'era quello della società contadina, dedito all'uso delle
risorse locali e, insieme, alla cura che questo richiede, a un abitare che
esprime una domanda di paesaggio come orizzonte per contemplazioni domenicali,
spazi verdi utili per incrementare le rendite o da consumare, in gran parte dal
finestrino dell'automobile.
Gli effetti di queste
dinamiche sui paesaggi agrari sono, evidentemente, la sostituzione delle strutture
rurali, delle architetture colturali, dei canali e della viabilità locale da
parte delle infrastrutture della mobilità, delle strutture residenziali e
commerciali. FOTO 4
e FOTO 5
Mentre la città avanza,
con i comportamenti e le identità culturali che le sono tipici, la campagna
arretra, perde terreno, anche perché l'agricoltura è sempre meno viva e attiva
(così come gli agricoltori, che sono sempre più anziani), e con essa scompaiono
gli ultimi equilibri legati spontaneamente (o coercitivamente) ai cicli ecologici
e alle risorse locali, come quelli che ruotavano intorno alla casa rurale
tradizionale [Gambi e Barbieri 1970]. L'agricoltura, laddove resiste, si divide
tra gli estremi dell'industrializzazione dell'impresa agricola professionale,
con gli svantaggi che questa comporta per gli ecosistemi e per le economie
locali, per sfumare nei paesaggi dell'abbandono, con conseguenze dannose
quantomeno per le trame del reticolo idrogeologico. Per contrasto con questa
rappresentazione, riprendiamo un'immagine, riportata da Sestini nel volume sul
paesaggio, scritto nel 1963, in cui l'autore descrive il territorio del
Bolognese e della Romagna, come appariva allora, quando ancora la società
contadina resisteva e persistevano i suoi segni nel territorio:
la campagna appare
fertile e rigogliosa, ricca di colture variate, con associazione pressoché
costante di seminativi e piante legnose. La varietà si avverte entro ogni
singola unità poderale. Con i seminativi di piante alimentari, tra cui prevale
il frumento, alternano le leguminose foraggere, la barbabietola e la canapa,
(…); teorie di olmi e di pioppi, più raramente di gelsi, sostengono la vite;
filari e scacchiere di ciliegi, peschi e alberi da frutta sono frequenti. I maceri da canapa costituiscono anch'essi un caratteristico elemento del paesaggio.
(...) Le dimore rurali, situate sui poderi ma in vicinanza delle strade,
appaiono per solito come edifici tozzi e massicci. (...) è comunque caratteristico l'ampio cortile
(...), chiuso spesso da una siepe di biancospino, marruca, rovi o anche di
bosso, con qualche albero frondoso. Il paesaggio assume una particolare sfumatura dove il frutteto,
o anche l'orto, acquistano prevalenza, di regola senza eliminare le colture
seminative, che formano tappeto ai peschi, albicocchi, ciliegi, susini. (…)
[Sestini 1963, 79-80].
FOTO 6
Alternative:
agricoltura biologica e contadina, nuovi stili di vita
Tuttavia, come abbiamo detto, osservando più a
fondo i mutamenti degli ultimi decenni, il quadro d'insieme non si esaurisce
nella decadenza e nell'inaridimento di terreni e comunità locali fin qui rappresentato. Esiste un fermento,
sul piano culturale nell'economia reale, intorno alla produzione biologica e
locale, per cui è possibili individuare nuovi paesaggi rurali in via di costituzione,
nuovi orizzonti per le nostre campagne. FOTO 7
E' il caso delle reti
della filiera corta di prodotti biologici e dello scambio su base locale e
solidale, fenomeni che sul paesaggio agrario generano conseguenze legate in
primo luogo alla ri-localizzazione delle produzioni, alle scelte produttive
ecologiche e tradizionali e alle nuove relazioni sociali e attività culturali
che a partire da queste reti prendono avvio. Anche in Emilia-Romagna, come in altre regioni
italiane, è in crescita la vendita diretta da parte delle aziende agricole ed è
vivace il fenomeno dei G.A.S. (gruppi
d'acquisto solidale) nell'ambito dei quali gruppi di
consumatori si organizzano per rifornirsi da produttori biologici e locali. In regione esistono più di cinquanta
gruppi d'acquisto, alcuni formati da poche famiglie, altri molto
complessi come il GasBo (Bologna) che coinvolge centinaia di
famiglie, suddivise in più sottogruppi territoriali, con due magazzini per lo
stoccaggio dei prodotti e una complessa rete di volontari e collaboratori.
Questi
canali diventano importanti non solo per chi acquista i prodotti, ma grazie
anche alla maggiore comunicazione e partecipazione che consentono le nuove
tecnologie e internet, anche come reti di diffusione di informazioni riguardo alle pratiche
ecologiche sui temi più diversi (alimentazione, igiene, energia, edilizia,
acqua, cohounsing, ecoturismo e turismo responsabile, ecc.). Oltre allo
scambio di prodotti prevalentemente a scala locale si crea anche una comunità
locale (anche se in parte si tratta di flussi che scorrono nei canali del web)
intorno a nuovi valori, quali la giustizia economica, il rispetto
dell'ambiente, la tracciabilità dei cibi fondata sul un rapporto diretto tra
produttore e consumatore e una nuova fiducia, al di là dei meccanismi di
razionalizzazione del sistema alimentare industriale a volte aleatori, come
dimostrato dai numerosi scandali alimentari.
In crescita anche il
fenomeno dei mercati contadini (a Modena, Reggio Emilia, Bologna e in diverse
città della Romagna); a Bologna, ad esempio, da alcuni anni si svolgono tre
mercati di produttori biologici la settimana, organizzati dall'associazione CampiAperti per la Sovranità Alimentare (il primo risale al 2001), associazione
che riunisce produttori e consumatori che autogestiscono i mercati, oltre ai
mercati contadini, di produttori biologici e convenzionali, organizzati da Slow
Food (bimensile, a partire dal 2009) e da Coldiretti (settimanale, avviato nel
2010). Nel caso di CampiAperti, le aziende che partecipano all'associazione rivendicano
molto spesso un'identità contadina, per il significato politico che questo
termine oggi sottende, rispetto ai processi di omologazione dei prodotti, di
accentramento del potere economico e marginalizzazione dei produttori imposti
dal mercato globale [Ploeg 2008]. Quasi sempre si tratta di piccole o medie aziende,
per lo più a conduzione familiare, che operano attraverso la diversificazione
delle attività e gestendo in modo sostenibile i cicli ecologici nei processi
produttivi, facendo affidamento sul metodo biologico, riscoprendo i
tradizionali equilibri dell'azienda agricola, le varietà locali, le sinergie
tra le colture e così via. Il paesaggio agrario ne trae giovamento, anche se su
piccola scala, perché ricompare la varietà, la percezione di un territorio
agricolo vivo e diversificato, in cui ci si ricorre alla consociazione tra le
piante per valorizzare le rese, si mantengono i boschetti e le siepi invece di
eliminarli per lasciare spazio alle macchine, perché ospitano i predatori dei
parassiti e favoriscono così anche la biodiversità e gli equilibri delle reti
ecologiche.
Ma queste esperienze
dell'agricoltura ecologica e alternativa si identificano anche per le nuove
relazioni che generano nel territorio e che ricongiungono agricoltori e
cittadini: la campagna pervade la città, dove giungono i suoi prodotti e
l'informazione su di essi (dai processi produttivi alle modalità di cucinarli,
visto che spesso è necessario un nuovo apprendimento per cucinare le erbe
spontanee, le verdure che il sistema alimentare industriale ha dimenticato, o è
necessaria più fantasia per trovare nuove ricette quando le verdure disponibili
sono poche, come nei mesi più rigidi, nel rispetto del consumo locale. Ma sono
anche i cittadini, sempre più spesso, a spostarsi in campagna, per riscoprire
il proprio territorio e rinnovare il rapporto con il cibo, le sue origini e la
sua materialità. Non si contano le proposte di corsi e attività
enogastronomiche, laboratori di cucina dove il contatto anche fisico con i
prodotti e il percorso dal campo alla tavola rientra nella conoscenza ricercata,
mentre si realizzano giornate delle “fattorie aperte”, le aziende diventano
“fattorie didattiche” o ancora si rivelano strumenti utili anche per
l'integrazione di persone con diverse difficoltà di inserimento lavorativo e
disabilità fisiche o mentali (agricoltura sociale). FOTO 8
L'agricoltura, e il
paesaggio agrario in queste nuove relazioni si rivelano come un contesto capace
di fornire non solo prodotti alimentari ma anche tutta una serie di servizi
utili a scopi sociali e culturali a cui la città sembra rispondere vivacemente.
Un'esperienza interessante, in questo ambito, è quella dell'associazione Montagnamica, che riunisce agricoltori e trasformatori dell'Appennino. Grazie
anche all'impegno del Forno Calzolari (che
ha due negozi, uno a Monghidoro e uno a Bologna, vicino a via Toscana, in una
continuità anche territoriale tra città e campagna), sono state recuperate
alcune varietà di grano locali, che vengono coltivate da agricoltori
dell'Appennino, tra Monzuno e Loiano, e utilizzate regolarmente dal forno per
la propria produzione. Ai fini della molitura è stato anche recuperato un
vecchio mulino nella valle del Savena, lungo la quale è stato istituito un
percorso didattico, intitolato appunto “la via del pane”. Nel comune di Pianoro
è stato creato anche uno spazio “Infoshop” che insieme alle informazioni per
chi visita il territorio distribuisce i prodotti dei soci di Montagnamica
(formaggi, birra di castagne, farro e farine, vini, miele e altri prodotti
dell'Appennino).
Queste attività testimoniano
un esempio di come il paesaggio possa rappresentare anche un'opportunità per
nuove modalità di sviluppo ecologicamente sostenibili e di cui sembra esistere
anche una domanda consistente da parte di consumatori sempre più sensibili,
invece che costituire un vincolo per le espansioni dell'edificato e per la
diffusione di forme dissipative di sviluppo (di cui il territorio e il mercato
paiono ormai saturi). Anzi, vogliamo immaginare che la crisi economica possa
essere di impulso per la riscoperta delle bellezze locali e a nuove forme di
turismo lento e rispettoso dei luoghi, che riscoprano il loro valore in senso
complesso. E chissà che queste occasioni di sviluppo locale non rappresentino
anche l'occasione perché trovi spazio una nuova agri-cultura che abbia le sue
radici nei campi e i frutti sulle nostre tavole, in numero sempre crescente,
un'agri-cultura capace di prendersi cura in modo migliore dei nostri territori
e del paesaggio [Bocci e Ricoveri 2006; Quaini 2009]
.
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Sistema d'informazione
nazionale sull'agricoltura biologica
www.aiab.it
AIAB, Associazione Italia
Agricoltura Biologica
www.agricolturacontadina.org
Petizione per legge
d'iniziativa popolare per l'agricoltura contadina
www.rfb.it/asci
ASCI, Associazione di
Solidarieta' per la Campagna Italiana
http://biodiversita.info
Civiltà Contadina,
associazione per la salvaguardia della biodiversità rurale
www.quarantina.it
Consorzio della Quarantina,
associazione per la terra e la cultura rurale
www.semirurali.net
Rete Semi Rurali per la
tutela della biodiversità
www.campiaperti.org
CampiAperti per la
Sovranità alimentare, associazione dei produttori e consumatori biologici
(Bologna)
http://terraterra.noblogs.org
terraTERRA, rete mercati di
Roma
www.ortidipace.org
Orti di pace, progetti per
intendere l'orto come occasione di scambio con la natura, l’ambiente e la
comunità
www.ruralpini.it
Sito a cura di Michele
Corti: ruralismo, montagna da vivere, alpeggi, pastoralismo...
http://crepeurbane.noblogs.org
CrepeUrbane, Ecosistemi
urbani resistenti - Giardinaggio critico (Bologna)
www.retegas.org
Rete nazionale di
collegamento dei gruppi d'acquisto solidale
www.retecosol.org
Rete di Economia Solidale
http://www.retebioregionale.ilcannocchiale.it/
Rete bioregionale italiana,
la pratica del bioregionalismo e dell'ecologia profonda
http://www.mappaecovillaggi.it/
mappa degli ecovillaggi
italiani
http://www.wwoof.it/
Associazione internazionale
per scambio lavoro e volontariato nelle fattorie biologiche
In Regione
http://www.gasbo.it
sito del Gruppo d’acquisto
solidale di Bologna
www.prober.it
Associazione Produttori
Biologici e Biodinamici dell’Emilia-Romagna
www.sportellomensebio.it
sito della Regione sul
biologico nelle mense, in accordo alla legge n. 29 del 4/1 1/2002,
www.mangiocarnebio.it
sito per acquistare online
prodotti biologici dell’Emilia-Romagna, soprattutto carne
www.montagnamica.it
Strada dei vini e dei
sapori dell'Appennino Bolognese
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