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Massimiliano Capra*
La Nuova destra: visioni economiche ed identità territoriali
Dinamiche dello sviluppo, dinamiche del territorio
Atti della Summer School del Dottorato "Storia e geografia d'Europa. Spazi, Linguaggi, Istituzioni e Soggetti in Età' Moderna e Contemporanea",
Bologna, 1-2 luglio 2009
Il
movimento di pensiero a cui ci si riferisce parlando di Nuova Destra, a
prescindere dalle numerose trasformazioni e maturazioni che ne caratterizzarono
il tragitto e l’evoluzione storica, tentò costantemente di intendere il
concetto di destra, politicamente e culturalmente, come portatore di una
«Weltanschauung e non di una filosofia politica», il cui tratto principale
sarebbe quello di essere fortemente caratterizzato da una «mentalità fondatrice
di valori, dalla capacità di tradurre nei vari piani dell’esperienza una
visione del mondo e della vita» [2].
Questa concezione politica e filosofica rimase alla base del tentativo degli
animatori della corrente, sia in Francia che in Italia, di creare una comunità intellettuale e di pensiero che si riconoscesse in determinati principi
capaci di rappresentare una «concezione del mondo all’interno della
quale si delinea una pluralità di trasposizioni filosofiche, ideologiche,
religiose», che trasportano con sé una specifica teoria dell’uomo e del suo
rapporto con il cosmo e con il mondo[3].
All’interno di questa rappresentazione della realtà politica e filosofica, che
sta alla base anche della scelta di impegnarsi esclusivamente nell’attività metapolitica e nella «riacquisizione della cultura» [4],
alla vera e propria scienza economica è riservato un interesse relativo, tanto
che gli studi e gli interventi incentrati su argomenti specifici ad essa
immediatamente riconducibili risultano sicuramente marginali rispetto
all’impressionante quantità dei temi ai quali è stata dedicata l’attenzione
della corrente. Tuttavia, da un punto di vista più generale, non si può
sostenere che la Nuova Destra non sia mai entrata nel dibattito economico,
anzi, la sua veemente e costante critica al sistema liberale, al modello di
sviluppo imposto dall’Occidente al resto del mondo, agli «effetti devastatori
della mondializzazione» ed al sistema capitalista come ossatura di una
civilizzazione che ha fatto «dei valori economici, finanziari e mercantili le
norme indispensabili della sua visione del mondo», ha costituito un’analisi ed
una riflessione che ha profondamente integrato questioni economiche nella sua
griglia interpretativa della realtà politica e sociale [5].
In linea di massima, la Nuova Destra, in maniera connaturata alla sua struttura
di un movimento di pensiero aperto e non dogmatico, non si dotò mai di una
dottrina o di una proposta economica basata su uno schema preciso o su una
teoria complessa e ben delineata, ciò nonostante, al di là dei singoli studi e
degli accostamenti di alcuni suoi esponenti all’uno e all’altro autore,
la materia economica venne sempre trattata di riflesso, filtrata cioè da
analisi ed interventi più nettamente filosofici o politici, di modo che le più
approfondite considerazioni economiche si trovano a rappresentare solamente
delle parti all’interno di una visione del mondo che si esplica pienamente solo
nell’intervento metapolitico privilegiato dalla corrente. Alla base di
un tale atteggiamento nei confronti dell’economia e delle dottrine ad essa
correlate, si colloca una radicale «avversione alla concezione mercantilistica
dell’esistenza», ed una ferma negazione dei principi materialistici che
costituiscono il fondamento necessario di teorie politiche quali il liberalismo
o il marxismo. In questo senso la visione del mondo della Nuova Destra respinge
in maniera radicale la deriva consumistica dell’odierna società di massa che
sembra poggiarsi sull’ideale dell’homo oeconomicus, o appunto
dell’homo consumans, fino a rimettere completamente in discussione il
concetto stesso di Occidente che invece animava in origine quei movimenti
dell’estrema destra francese dalle cui fila emersero i principali esponenti
della Nouvelle Droite. E’ infatti anche grazie a questa impostazione ideologica
e di valore, che ricusa e rifiuta il primato dell’economico sul politico, che
gli interventi degli autori riconducibili all’area neodestra potranno
avventurarsi in animate riflessioni su numerose tematiche come l’individualismo
e la comunità, la globalizzazione e le sue conseguenze, lo sviluppo storico del
capitalismo, l’ecologia e il rapporto fra l’uomo e la tecnica, fino
all’antiamericanismo ed all’identificazione del liberalismo come il principale
nemico.
Nonostante
questa impostazione costituisca senza ombra di dubbio una premessa necessaria
che resta stabilmente viva nelle fondamenta di entrambe le varianti del
movimento di pensiero, esistono, e si riconoscono nella ricostruzione storica,
delle costanti e delle differenze, di metodo e di contenuti, sia fra la più
matura Nouvelle Droite e l’omologa italiana, che all’interno della stessa
evoluzione del pensiero di Alain de Benoist, il principale intellettuale della
corrente culturale francese. Se, infatti, le due esperienze sono indubbiamente
accomunate dal fatto di avere avuto un atteggiamento nei confronti
dell’economia più di distruzione che di costruzione, impostato
cioè in maniera preminente sulla critica del sistema mercantilista vigente che
sull’elaborazione di dottrine economiche alternative, la versione francese è
stata nel complesso molto più attenta allo studio della scienza in genere e,
quindi, ha sviluppato anche delle riflessioni
sulle scienze economiche più approfondite ed articolate. Tuttavia, anche sul versante francese, fra i
maggiori esponenti del GRECE, la società di pensiero attorno a cui si
articolavano le attività della Nouvelle Droite, non si trova praticamente
nessun economista puro, la cui presenza resta oltremodo scarsa anche nel Comité
de patronage della rivista «Nouvelle École», che pure si avvalse
della partecipazione di svariati nomi prestigiosi provenienti dal mondo
accademico ed intellettuale. Se, quindi, da una parte, si può riscontrare una
sorta di sprezzante disinteresse per l’elaborazione di teorie economiche
specifiche, strutturate e coerenti, dall’altra si può rilevare come grandissima
mole della riflessione ideologica e dottrinale della Nuova Destra costituisca
una sorta di filtro interpretativo atto a scardinare criticamente sia i
presupposti dell’ideologia liberale che il capitalismo stesso considerato come
suo necessario corollario economico.
La
Nouvelle Droite: dal “nemico principale” alle nuove sintesi
La Nouvelle
Droite, fin dalle sue origini, ha sempre cercato di impegnarsi intensamente
nello studio e nel confronto con la scienza in genere ed il suo atteggiamento
nei confronti delle visioni economiche è rientrato in questa prospettiva di
metodo. Si può inoltre riscontrare un’interessante evoluzione nel pensiero
politico di Alain de Benoist, le cui posizioni hanno da sempre fornito il
nucleo dottrinario edificante attorno al quale ha gravitato l’impianto ideologico
della formazione, che è giunto, negli ultimissimi anni, ad indagare e valutare
teorie emergenti e di stretta attualità come l’ecologia, gli obiettivi della decrescita ed il comunitarismo.
L’editoriale
del primo numero di «Nouvelle École» dedicato all’economia, probabilmente
scritto dallo stesso de Benoist, impone all’analisi del fenomeno economico un
taglio singolare che prende spunto dagli interessi sulle lingue indo-europee
che hanno caratterizzato il primo periodo di gestazione della rivista. Partendo
dalla costatazione che nelle lingue indo-europee non esistono «parole comuni
per designare il commercio e i commercianti» e che gli affari economici erano
considerati come «un’occupazione che non risponde a nessuna delle attività
consacrate o tradizionali», l’editoriale passa a ricordare che, nel pensiero
dell’antichità classica, il negoziato commerciale era considerato «indegno»
per l’uomo, poiché, al suo interno, la volontà del soggetto non derivava più da
una libera relazione fra sé ed il cosmo, ma veniva inficiata dagli automatismi
del mercato stesso e di conseguenza era costretta a passare «per la volontà
degli altri». L’autore prosegue affermando che la vita economica si è sempre
ritrovata «brutalmente condizionata dalla morale d’ispirazione metafisica», ed
in questo senso il cristianesimo prima, ed il protestantesimo poi, hanno, in
forme diverse, imposto nel campo economico delle conseguenze fondamentali, come
ha ben messo in luce Max Weber, che hanno condizionato l’intero sviluppo della
società contemporanea e determinato l’avvento del dominio dei valori mercantili [6].
Nel 1977
vide la luce in Francia una delle opere fondamentali di Alain de Benoist, Visto
da destra, che in sostanza ne riassume, e lo approfondisce, il
cammino intellettuale ed ideologico svolto dal maître à penser della
Nouvelle Droite fino a quel momento. Anche in queste pagine all’economia in
senso stretto è dedicato uno spazio relativamente esiguo, ma si può leggere
un’importante critica rivolta alla società dei consumi che verrà sviluppata in
seguito in maniera più articolata. Le considerazioni di de Benoist prendono
avvio dal tentativo di analizzare comparativamente i due principali sistemi
economici vigenti all’epoca della Guerra Fredda, il capitalismo ed il marxismo,
un confronto che comunque, a suo parere, risulta sempre «falsato», poiché:
«Il marxismo è un sistema
completo. Comprende una filosofia generale, una morale, una concezione della
politica e dello Stato, eccetera. Il capitalismo resta innanzitutto una dottrina
economica. Lascia senza risposta le questioni eterne. Fornisce mezzi di
sussistenza, ma non ragioni di vita. Nondimeno, l’economia non è neutra. Anche
la vita economica ha un corpo e un’anima».
Nell’odierna
società dei consumi, maturata dall’evoluzione del sistema capitalista che ha
eretto la dimensione economica a parametro decisivo a scapito persino della
volontà politica, e che ha generato delle diseguaglianze ancora più opprimenti
di quelle che intendeva cancellare, non si possono sorvolare l’insoddisfazione
latente e gli aspetti negativi più evidenti, che secondo de Benoist si possono
riassumere in questi termini:
«Il consumo totale e
simultaneo dell’avvenire (fenomeno del credito) e del passato (si “consuma”
tutto quello che le generazioni precedenti hanno trasmesso in eredità, senza
preoccuparsi di ritrasmettere), la creazione dei bisogni artificiali eccessivi
ed il sistema dell’usura incorporata (planned obsolescence), il totalitarismo di fatto dei media. (…) Il “consumo” non pare infine esecrabile a molti se
non perché è stato eretto a valore dominante, perché la sfera delle
attività economiche si è imposta ad ogni altra sfera, approfittando
dell’indebolimento – che ha contribuito a provocare – della funzione sovrana,
cioè del potere politico. (…) Una nuova forma di dominio che appare
insopportabile. (…) la riduzione del politico all’economico conduce a fare del
criterio di redditività il criterio di ogni attività o più esattamente a
ridurre la redditività ai suoi aspetti economici, e più particolarmente
ai suoi aspetti economici immediati. Il che comporta la sottovalutazione dei
costi marginali dei beni non-mercantili» [7].
Qualche
anno più tardi, nel 1980, lo stesso de Benoist, diede alle stampe un nuovo
volume, Le idee a posto, una raccolta di scritti precedentemente
pubblicati su varie testate, con l’intenzione di fare chiarezza sulle linee
guida del proprio pensiero politico a seguito della confusione che si era
scatenata con quella campagna di stampa che, caratterizzata dalla «pratica del
sospetto» e da vere e proprie «operazioni di demistificazione», si era
abbattuta nel 1979 sulla Nuova Destra [8].
Nell’opera appare uno scritto dove, ancora una volta attraverso la comparazione
con il marxismo, vengono duramente attaccate le teorie liberali, colpevoli, a
parere dell’autore, di aver imposto all’uomo una visione del mondo avulsa da
ogni dimensione spirituale e portatrici di quell’egualitarismo astratto che ha,
da sempre, costituito uno dei maggiori bersagli del GRECE:
«La concezione dell’uomo
come “animale/essere economico” (L’homo oeconomicus di Adam Smith e
della sua scuola) è il simbolo, il segno stesso, che connota contemporaneamente capitalismo borghese e socialismo marxista. Liberalismo e marxismo sono nati
come due poli opposti di uno stesso sistema di valori economici; l’uno difende
lo “sfruttatore”, l’altro difende lo “sfruttato” – ma in entrambi i casi non si
esce dall’alienazione economica. Liberali (o non-liberali) sono
d’accordo su di un punto essenziale: per loro la funzione determinante di una
società è l’economia. E’ l’economia a costituire l’infrastruttura reale
di ogni gruppo umano. Sono le sue leggi a permettere di valutare
“scientificamente” l’attività dell’uomo (…) i marxisti assegnano il ruolo predominante al sistema di produzione; i liberali, dal canto loro, lo assegnano al mercato.
Sono il modo di produzione o il modo di consumo a determinare la
struttura sociale. All’interno di questa concezione, il benessere materiale è
il solo scopo che la società civile acconsenta ad assegnarsi».
In queste
pagine comincia a delinearsi una impostazione ideologica, che trovò una piena
esposizione solamente più tardi con la pubblicazione dell’articolo Il nemico
principale, che vide le posizioni di de Benoist allontanarsi progressivamente
dall’anticomunismo classico, tipico della destra tradizionale, per svoltare su
un sistema di valori criticamente costruito sulla negazione del liberalismo e
della società mercantile da esso sviluppata. Per de Benoist una tale dottrina
economica, come visto anche in precedenza, non può assolutamente essere neutra,
ma deve necessariamente fondarsi su un sistema di valori e su una concezione
dell’uomo che ne devono costituire le premesse. Il liberalismo, infatti,
attraverso l’idea che l’uomo ricerchi il proprio vantaggio individuale in
maniera «naturale», erige l’economia al rango di una sorta di scienza
antropologica dove non potrebbero agire i fattori umani non razionalmente
afferrabili. Tuttavia, in un caso del genere, l’uomo non sarebbe più padrone
del proprio destino, bensì «l’oggetto di “leggi economiche”» ed il suo
«divenire storico» sarebbe così agito e modellato da dati anch’essi puramente
economici, in cui il mondo e la storia dovrebbero procedere «necessariamente verso un maggior progresso». In questo senso de Benoist, sulla scia di
Henry Lepage, vede nell’economicismo una sorta di «laicizzazione» della teoria
giudeo-cristiana che, a suo tempo, aveva traumaticamente introdotto una visione
«lineare» della storia in opposizione alla visione «circolare»
tipica del mondo antico. Allo stesso modo il liberalismo porta in grembo l’idea
di eguaglianza, basata sulla constatazione logica che «se gli uomini non
fossero fondamentalmente eguali, non sarebbero tutti capaci di agire
“razionalmente” secondo il “loro maggior interesse”», ma anche in questo caso,
nella costruzione di de Benoist, essa è stata strappata dalla «sfera teologica»
per venire a sua volta «laicizzata e ricondotta sulla terra in nome di una
metafisica profana» [9].
Altra opera
di grande incidenza per far luce sulle visioni economiche della Nouvelle Droite
è quella che scaturì dalla penna di Guillaume Faye, all’epoca altro insigne
membro del GRECE: Il sistema per uccidere i popoli del 1981. Secondo
Faye, dalla fine della seconda guerra mondiale, si sarebbe pienamente
sviluppato in tutta la sua forza un Sistema su scala planetaria che egli
definisce in questi termini:
«La caratteristica
precipua del Sistema, che oggi esercita la sua azione alienante e repressiva in
gradi diversi su tutti i popoli e tutte le culture, è in effetti quella di
essere costituito da un insieme di strutture di potere – di carattere
principalmente economico e culturale, ma anche direttamente politico, tramite
le grandi potenze e le istituzioni internazionali – completamente inorganico,
funzionante in modo meccanico, senza altro significato che la propria
sopravvivenza ed espansione in vista di un’uscita definitiva dell’umanità dalla
storia (…) le espressioni particolari del suo potere sociale sono (…) il monopolio
dell’informazione e l’uso repressivo del potere culturale» [10].
La
descrizione non può non ricordare da vicino le caratteristiche della Megamacchina «tecno-socio-economica» delineata da Serge Latouche, che sarebbe ormai
divenuta «un bolide che marcia a tutta velocità ma ha perso il guidatore», i
cui effetti determinano delle «conseguenze distruttive non solo sulle culture
nazionali, ma anche sul politico e, in definitiva, sul legame sociale, tanto al
Nord quanto al Sud» [11].
Nello stesso senso la «piovra gigante» di cui parla Faye, attraverso dinamiche
come «l’invasione della tecnica» o la diffusione di una mitologia fondata
sull’illusione dell’esistenza del «migliore dei mondi», che non sarebbe altro
che la consacrazione della way of life occidentale, starebbe lentamente
stritolando «tutte le popolazioni ancora radicate nella propria specificità»,
omogeneizzando ed appiattendo ogni forma di differenzazione culturale e di
legame tradizionale, che hanno da sempre costituito l’identità propria di ogni
civiltà, mediante l’imposizione di un unico modello di sviluppo e di progresso [12].
La principale arma in mano al Sistema per assoggettare tutti i popoli
della terra “uccidendone l’anima” è una subdola forma di penetrazione culturale
che tende ad omologare innanzitutto i costumi, e quindi, in conformità al
vigente complesso economico, i consumi.
Un
ulteriore passaggio decisivo, come già rilevato in precedenza, si deve inoltre
identificare nell’articolo che de Benoist pubblicò nel 1982 sulla rivista «Éléments».
Queste pagine segnano una svolta risolutiva per la Nouvelle Droite e lo
sganciamento definitivo e totale dalle posizioni della destra tradizionale
francese, sempre più arroccata in un radicale anticomunismo e nella scelta
atlantista in campo geopolitico. L’ideologo del GRECE sostiene che l’Europa
degli anni Ottanta è un territorio occupato da due superpotenze fin dall’ordine
internazionale instaurato a Yalta, tanto che «dire che l’Europa è oggi occupata
a Est è una menzogna per omissione. La verità è che l’Europa è occupata militarmente e ideologicamente a Est, economicamente e culturalmente a
Ovest». Emerge in queste righe quel radicale antiamericanismo che aveva, da
sempre, contraddistinto le posizioni ideologiche di de Benoist, che vedeva negli
USA il principale vettore della tanto osteggiata società mercantilista. Una
impostazione del genere si traduce nel tracciare una strada da percorrere per
l’Europa, che non poteva essere altro che una «terza via» dove il continente
potesse diventare finalmente «una potenza autonoma, indipendente, volontaria e
imperialmente sovrana». In questa prospettiva diviene obbligatorio per la
Nouvelle Droite «gerarchizzare gli avversari», designare cioè il nemico
principale in un «atto di coraggio e di lucidità elementare», individuando
il sistema politico, fra i modelli socio-economici delle due superpotenze, «meno
favorevole all’universalismo all’egualitarismo e al cosmopolitismo», quello
che sia cioè meno decisivo nel provocare la «disgregazione sociale e lo sgretolamento
delle identità», la cui diffusione non condurrebbe altro che alla «fine
della storia». Per il GRECE
«Il nemico principale (…)
sarà quindi il liberalismo borghese e “l’Occidente” atlantico-americano, di cui
la società-democratica europea non è che uno dei più pericolosi surrogati. (…)
L’America non è una nuova Roma, ma una nuova Cartagine. Noi saremo sempre per
Roma, contro Cartagine» [13].
Nel 2000
Alain de Benoist cercò di rilanciare l’immagine della Nouvelle Droite, che nel
corso degli ultimi tempi era stata fortemente indebolita da un’altra campagna
denigratoria, scatenata dalla stampa francese nei suoi confronti fin dal 1993.
Il GRECE inoltre era rimasto scosso e ridimensionato, verso la fine degli anni
Ottanta, da numerosi allontanamenti. Attraverso la pubblicazione di due manifesti
programmatici, il primo pubblicato sul n. 94 di «Éléments», firmato da
Alain de Benoist e da Charles Champetier, dal titolo La Nouvelle Droite de
l’an 2000, ed il secondo incluso nel volumetto Manifesto per una rinascita
europea, il movimento di pensiero che si era riunito fin dal 1968 attorno
al GRECE, cercava di orientarsi attorno ad un riepilogo delle proprie attività
ed ad una messa a punto delle sue posizioni principali [14].
Nonostante questo tentativo la Nouvelle Droite nel suo complesso e
l’associazione GRECE, attorno alla cui effettiva composizione odierna «regna il
vago», risultarono sempre più portare l’impronta decisiva del proprio filosofo
principale, nella cui orbita continua a gravitare il «nocciolo duro» delle
iniziative metapolitiche, tanto che risulta quantomeno difficile
riferirsi ancora storicamente e politicamente ad un movimento di neodestra,
come quello che si era benissimo potuto identificare fino a questa data, mentre
è divenuto più interessante e suggestivo tentare l’indagine delle ultime
sintesi a cui è approdato il pensiero politico
di Alain de Benoist [15].
Gli ultimi saggi del filosofo francese, infatti, si articolano attorno ad una
critica sempre più serrata nei confronti del sistema economico capitalista,
della globalizzazione e delle dottrine liberali, per approdare a posizioni che
abbracciano l’ecologia, il comunitarismo o l’idea della decrescita.
Nell’articolo Il liberalismo contro le identità collettive, intessuto da
forti connotazioni antiutilitariste, de Benoist nega fermamente il potere
regolatore del libero mercato che sta alla base dell’ideale economico
capitalista e che si manifesterebbe attraverso quella che Adam Smith ha
chiamato la mano invisibile, il cui potere è ritenuto capace di portare
una giustizia sociale fra gli uomini. Così nelle teorie liberali:
«Il mercato può infatti
essere considerato alla stregua di una legge regolatrice dell’ordine sociale
senza legislatore. Regolato dall’azione della “mano invisibile”, neutra per
natura perché non incarnata da individui concreti, esso instaura a sua volta
una modalità di regolazione sociale astratta, fondata su “leggi” obiettive che
si presume permettano di regolare le relazioni fra gli individui senza che
esista fra di essi alcun rapporto di subordinazione o di comando. L’ordine
economico sarebbe in tal modo chiamato a realizzare l’ordine sociale (…). Le
connotazioni teologiche di questa metafora sono evidenti: la “mano invisibile”
non è altro che un’incarnazione profana della Provvidenza. (…) La società
liberale non è altro che il luogo degli scambi utilitari ai quali partecipano
individui e gruppi, tutti quanti mossi dall’esclusivo desiderio di massimizzare
il proprio interesse. (…) Tutto diventa fattore di produzione e di consumo,
tutto è presupposto risultare dall’aggiustamento spontaneo dell’offerta e della
domanda. (…) tutto ciò che non può essere espresso in termini quantificabili e
calcolabili è considerato privo di interesse o inesistente. Il discorso
economico si rivela perciò profondamente portato alla reificazione delle
pratiche sociali e culturali. Esso si contrappone di nuovo alle identità
collettive, dato che queste identità hanno un valore che non si esprime in
termini di prezzo. Riducendo tutti i fatti sociali ad un universo di cose
misurabili, esso trasforma alla fine gli stessi uomini in cose, in cose
sostituibili e intercambiabili al cospetto del denaro»[16].
E’ proprio
sulla base di questi presupposti di negazione dell’individualismo liberale che
il pensiero di de Benoist si avvicina a quel fenomeno politico sorto attorno ad
alcuni teorici statunitensi, fra cui Alasdair Mac-Intyre e Charles Taylor,
durante gli anni Ottanta ed identificabile con il termine di comunitarismo, ed è, quindi,
anche grazie a nuovi movimenti di pensiero come quest’ultimo che, per de
Benoist, la comunità può tornare ad essere il centro di una nuova politica che
si possa ritenere emancipata dalla dittatura della società mercantile, e possa,
in tal senso, divenire l’oggetto di nuove prospettive economiche e sociali che
siano capaci di trasformare gli stessi concetti di identità e di appartenenza
in conformità all’era postmoderna in cui sarebbe già entrata l’umanità.
In questo senso:
«il concetto di identità
si ridispiega in una maniera che respinge i raggrinzimenti essenzialistici per
assumere la forma di una narratologia aperta, di tipo fondamentalmente
dialogico. La problematica comunitaria (…) riveste un’acutezza nuova nel quadro
di un’interrogazione sul pluralismo e sul “multiculturalismo” delle società
contemporanee (…) nella prospettiva di un ritorno a piccole unità di vita
collettiva che si sviluppano al di fuori dei grandi apparati istituzionali (…)
la comunità appare come il contesto naturale di una democrazia di prossimità,
democrazia organica, democrazia diretta, democrazia di base fondata su una
partecipazione più attiva e sulla ricostruzione di nuovi spazi pubblici locali» [17].
Un altro
tema di cui il capofila della Nouvelle Droite si è largamente occupato, e sul
quale ha, già da tempo, stabilito interessanti dibattiti ed avvicinamenti, come
ad esempio il confronto con Serge Latouche e con il movimento antiutilitarista,
raccolto attorno al MAUSS link a www.revuedumauss.com , avviato fin dagli anni Ottanta,
è quello della decrescita link a www.decrescita.it e della conseguente messa in discussione delle idee di progresso, di crescita
economica e di sviluppo[18].
Nello studio Obiettivo decrescita de Benoist si schiera apertamente a
sostegno di una visione del mondo e della società che ponga l’ecologia, ed i
comportamenti civili da essa derivati, ai primi posti dei propri valori
fondanti. Il mondo contemporaneo oggi deve, infatti, confrontarsi con due
problemi che non possono più venire ignorati e che rimettono in discussione le
stesse forme di vita, di consumo energetico e di integrazione con il pianeta
dell’umanità: «la degradazione dell’ambiente naturale di vita sotto l’effetto degli
inquinamenti (…) e (…) l’esaurimento delle materie prime e delle risorse
naturali oggi indispensabili all’attività economica». Problemi come la
deforestazione, la desertificazione, il riscaldamento globale, la dipendenza
dei consumi dal petrolio e dalle altre energie non rinnovabili, come il carbone
o i gas naturali, l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri etc.,
obbligano ad una profonda riflessione che metta sotto processo l’idea stessa
alla base del progresso capitalista, la crescita illimitata dello sviluppo
economico. Alain de Benoist spiega che la nozione di decrescita sostenibile
«parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita
in uno spazio finito», dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera
hanno dei limiti deve giustamente essere il concetto di «limite» a
venire privilegiato. L’idea stessa della decrescita, sollevando
problematiche aperte e, per certi aspetti, del tutto nuove, nella sua proposta
di «ripensare interamente l’attuale modo di organizzazione della società, di
finirla con l’egemonia del produttivismo e della ragione strumentale, in poche
parole di rompere con la religione della crescita e con il monoteismo del
mercato, di agire sulle cause piuttosto che sugli effetti», deve necessariamente
condurre, secondo de Benoist, ad un superamento delle vecchie scissioni
politiche che porti come conseguenze ad «inevitabili convergenze», fra una
«sinistra socialista», che sia in grado di abbandonare il «progressismo», ed
una destra che abbia saputo rompere con «l’autoritarismo, la metafisica della
soggettività e la logica del profitto» [19].
Queste
nuove prospettive si innestano, nel pensiero debenoistiano, in una critica
sempre più serrata rispetto allo schizofrenico andamento dell’economia mondiale
contemporanea, che sposa pienamente l’interpretazione che Luc Boltanski ed Eve
Chiapello hanno dato del moderno capitalismo [20].
Per i due autori, a partire dalla crisi petrolifera del 1973, ci troveremmo di
fronte ad una nuova forma di capitalismo, il turbocapitalismo, la cui
maggiore caratteristica risiederebbe nella straordinaria crescita di peso dei
mercati finanziari, i cui effetti perversi si palesano nella distorsione
endemica fra economia reale ed economia finanziaria. Partendo da questa
considerazione, de Benoist si lancia nell’accusa nei confronti della concezione
liberale dell’economia che ha creato i presupposti per quella svolta capitale
che è stata la «deregolamentazione», inaugurata dalle politiche di Ronald
Reagan negli USA e da Margaret Thatcher in Gran Bretagna durante gli anni
Ottanta. In tal modo la «liberalizzazione dei mercati finanziari è stata uno
dei motori essenziali della globalizzazione», la deregolamentazione e le
privatizzazioni hanno così fatto parte di una stessa tendenza: «il passaggio da
una liquidità bancaria a una liquidità puramente finanziaria», i cui effetti
perversi sono stati quelli di aver dato origine ad un inarrestabile processo di
fusione e di concentrazione delle grandi imprese multinazionali, dotate di
sempre maggior potere, persino nei confronti degli stessi stati nazionali,
ormai esautorati nelle loro tradizionali prerogative, in nome di un capitalismo
che reclama «in maniera statuaria una libertà di manovra totale» [21].
Le conseguenze sulle persone, per richiamare il sottotitolo di un
celebre testo di Zygmunt Bauman, sono in questo caso terribili[22].
Tuttavia, in questo
sistema di economia capitalista che appare inarrestabile, ed il cui trionfo
risiede nel fatto di apparire come una dimensione obbligata e fatale del
progresso dell’umanità, che è stato capace di diffondere un modello di consumo
ormai talmente interiorizzato dalle menti delle persone da apparire
irrinunciabile, nonostante le immense diseguaglianze che ha generato, e di
ergere il benessere materiale alla sola attrattiva possibile per tutti coloro
che sono esclusi dai suoi privilegi, si possono notare delle crepe che
potrebbero minarne fatalmente le fondamenta. Le speculazioni finanziarie degli
agenti di borsa e delle multinazionali e gli incontrollati trasferimenti e
spostamenti di capitali hanno dato origine ad una «“bolla” speculativa che non
potrà gonfiarsi indefinitamente», ed anche se, per il momento, «tutto il mondo
vive a credito» questo sistema non potrà camminare per molto tempo con le sue
gambe [23]. La
recente crisi finanziaria, in questo senso, potrebbe essere solamente l’ultima
di quelle terribili conseguenze, congiunturali al vigente modello di sviluppo,
che diversi autori hanno da tempo cominciato a denunciare. Ad Alain de Benoist
bisogna sicuramente riconoscere il merito di essere stato uno di questi, ed
indubbiamente uno dei pochissimi che abbia cominciato a farlo partendo da
prospettive politiche collocabili a destra, pur con tutte le ambiguità che
questa definizione comporta in riferimento al percorso intellettuale del
maggior autore della Nouvelle Droite.
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