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Lorenzo Cuccoli*
Gli ingegneri militari nell'Italia napoleonica
Dinamiche dello sviluppo, dinamiche del territorio
Atti della Summer School del Dottorato "Storia e geografia d'Europa. Spazi, Linguaggi, Istituzioni e Soggetti in Età' Moderna e Contemporanea",
Bologna, 1-2 luglio 2009
Possiamo assimilare
gli ingegneri militari agli ufficiali dei corpi facoltativi[2],
distinti dai corpi di linea per l'istruzione tecnico-scientifica –
sostanzialmente ingegneristica - che richiedevano. Essi avevano funzioni
tecniche, amministrative e gestionali. In particolare ci occuperemo dei corpi
di terra, ossia artiglieria, genio e ingegneri-geografi, tralasciando i servizi
di marina, i quali pure rientrerebbero a pieno titolo tra le armi dotte[3].
Questa definizione di ingegnere militare sarebbe stata probabilmente contestata
all’epoca: il genio reclamava il monopolio di tale titolo, ed in effetti fino
all’inizio del XVIII secolo il termine “ingegneri” indicava essenzialmente i
costruttori di fortezze ed i poliorceti[4].
Raramente troviamo gli ufficiali d'artiglieria definiti come tali, mentre nel corpo topografico il termine, che fungeva da
rivendicazione per un corpo che stava uscendo dalla sua subalternità, è sempre
seguito da “geografi”. Ciò non toglie che vi fosse una comunanza di formazione,
realizzata proprio in quel periodo in Francia all’École polytechnique e in
Italia nella Scuola di Modena[5].
Proprio le polemiche sugli utilizzi del termine testimoniano il fatto che si
trattasse di figure professionali in corso di definizione, così come i loro
omologhi civili e la stessa disciplina dell’ingegneria[6].
Questi ufficiali erano o
aspiravano ad essere intermediari privilegiati tra il governo e la società, in
particolar modo nella gestione del rapporto con il territorio e nello sviluppo
di quello che oggi chiameremmo “complesso militar-industriale”. Tenteremo
pertanto di offrire alcuni spunti di riflessione sul ruolo da loro giocato, in
questa chiave di lettura, nella Repubblica italiana e nel Regno d'Italia
all'inizio del XIX secolo, facendo riferimento anche all’ineludibile modello
francese. Tale approccio ci porta a prescindere dalle funzioni più attinenti
alla guerra per concentrarci piuttosto su quelle civili ed amministrative,
tutt’altro che secondarie anche in un periodo di conflitti permanenti. Anzi,
proprio il carattere di eccezionalità conferiva ai militari una centralità
senza precedenti nella società. Occorre sottolineare, peraltro, che gli
ufficiali delle armi dotte erano senza dubbio i più civili tra i militari, vera
e propria cerniera tra le due sfere, la cui compenetrazione, non così
squilibrata come si vorrebbe talvolta far credere, si sostanziava nella figura
stessa di Napoleone, artigliere a capo degli stati qui considerati. Essi erano
dunque interpreti ed agenti di una rivoluzione amministrativa di forte impronta
tecnocratica[7], la
quale, se si declinava nell’emergenza, non si esauriva in essa, ma piuttosto
tentava di individuare soluzioni pensate per il lungo periodo.
Offriremo pertanto
in questa sede dei case-studies che si possono inquadrare in un contesto
nel quale la dimensione progettuale e gli sforzi dispiegati si scontrano con
una certa precarietà. Eppure, quali che siano poi i risultati effettivamente
conseguiti, sono sempre sottese esigenze strutturali, di razionalizzazione, di
pianificazione, di efficienza, di economia, come si conviene del resto alla
professione dell’ingegnere. Dapprima, ci concentreremo sugli ufficiali
incaricati della gestione del territorio, quelli del genio e del corpo
topografico. Successivamente, ci occuperemo degli artiglieri, incaricati della
gestione delle fabbriche militari. Infine, esamineremo il ruolo degli ufficiali
delle armi dotte per quanto concerne un punto di intersezione tra le dinamiche
del territorio e quelle dello sviluppo: la gestione del patrimonio boschivo.
Dinamiche del
territorio: il genio e gli ingegneri-geografi
I corpi facoltativi
più direttamente legati al territorio erano il genio militare e gli ingegneri-geografi.
Il genio era infatti responsabile della costruzione e del mantenimento di
fortificazioni, caserme e opere pubbliche di rilevanza militare. Occorre notare
che gli ingegneri militari erano incaricati solamente della sovrintendenza dei
lavori, i quali venivano appaltati a privati: erano perciò dei mediatori tra il
governo e i costruttori. Vi fu un'attività notevole nel periodo napoleonico in
tutte queste sfere, favorita non solo dalle esigenze di guerra e dalla
ridefinizione di uno spazio strategico di dimensioni molto maggiori rispetto
agli stati italiani di Antico Regime, ma anche dalla nuova sensibilità
amministrativa che si dispiegava, idealmente, nell'interesse dei governati. Si
possono trovare alcuni casi nei quali queste esigenze venivano ad avvicinarsi:
ad esempio, l'attenzione al sistema viario e le demolizioni delle piazzeforti
piemontesi attuate dai francesi durante il periodo repubblicano. Le grandi
strade del Sempione e del Moncenisio furono opera di ingegneri civili, ma
quella del Monginevro fu affidata al genio. Le demolizioni, coordinate sempre
dagli ingegneri militari, erano certo dettate da necessità strategiche,
tuttavia permisero ad esempio l'apertura della città di Torino, prima confinata
dalle mura[8].
Gli
ingegneri-geografi, dal canto loro, erano incaricati di interpretare il
territorio e descriverlo nel dettaglio, utilizzando gli strumenti cartografici
e testuali. Se l'obiettivo prioritario era costituito da una sintesi in grado
di orientare il militare, senza dubbio la raccolta di informazioni e la
classificazione sistematica delle risorse erano necessarie anche
all'amministrazione. La Carta generale della Repubblica italiana su scala
1:20.000, intrapresa nel 1802 - ma mai portata a termine - fu certamente il
progetto più importante in questo ambito. Sia la carta che le rilevazioni
statistiche sull'intero territorio spettavano agli ingegneri-geografi francesi
e italiani. Un questionario assai dettagliato, approntato dal capo del corpo
topografico italiano, l'ingegnere svedese Gustav Tibell, fu pubblicato nel
1803. Esso era diviso in tre parti: topografica, statistica e militare. Una sua
utilizzazione sistematica «avrebbe reso il topografo militare l’intermediario
obbligato nella via di ogni ulteriore riforma amministrativa[9]».
Ma quest'impresa fu sostanzialmente insabbiata dal vicepresidente Melzi, che
arrivò a decretare nel 1804 lo scioglimento dell’importuno corpo topografico:
la costruzione del nuovo ordine e la centralizzazione sotto l'egida francese
passavano per una “decostruzione” del territorio di Antico Regime - consacrato
dalla carta della Lombardia e dal Catasto Teresiano - che Melzi non aveva
intenzione di accettare. La carta generale era concepita da Tibell non come uno strumento
strettamente militare, ma come un'opera da ridurre e pubblicare, prefigurando
anche un monopolio degli ingegneri-geografi sulla cartografia della Repubblica.
Tali ambizioni scaturivano dalla ricerca di legittimità, di status ed anche di
finanziamenti di questo corpo, che ebbe un'esistenza travagliata e provvisoria fino al 1811,
anno in cui fu decretata un'organizzazione militare definitiva[10]. In quell'anno, era stata stampata una carta
amministrativa del Regno d'Italia, solamente però su scala 1:500.000, e le
memorie militari (statistiche) erano terminate per un solo dipartimento, quello
della capitale Milano[11]. Se Tibell
aveva dunque cercato di porsi come intermediario privilegiato tra il governo
e il territorio, l'operazione non ebbe grande successo: le esigenze militari
ebbero la meglio su quelle civili, ed il corpo fu
impiegato a seconda delle necessità strategiche più impellenti, trascurando le
operazioni più lunghe ed ambiziose. L’espansione del teatro di
guerra comportava la necessità di cartografare rapidamente sempre nuovi
territori. Nondimeno, la mole di attività svolta dagli ingegneri-geografi fu
notevole, e i materiali da loro raccolti costituiscono fonti estremamente
interessanti sia che se ne considerino i metodi, per la storia della della
cartografia o per la storia dell’amministrazione, sia che se ne consideri
l’oggetto, la carta come prodotto o la descrizione geografica e statistica[12].
Alle
statistiche raccolte dai militari si affiancarono poi
iniziative
semiprivate che ebbero più fortuna, come quella di
Melchiorre Gioia.
Dinamiche dello
sviluppo: gli artiglieri
Gli ufficiali
d'artiglieria erano al centro del “complesso militar-industriale”, ed erano
pertanto figure-chiave nell'ambito dello sviluppo tecnologico. Essi avevano
infatti la responsabilità della sorveglianza sulla costruzione di tutte le armi
e munizioni dell'esercito, comprese le attività attinenti: armi bianche,
moschetti, cannoni, affusti, avantreni, produzione di polvere da sparo,
proiettili, palle di cannone e bombe. Quasi tutte le attività erano appaltate
dallo Stato ad imprenditori, mentre spettava agli ufficiali la definizione di
standard ed il controllo della qualità della merce. Anch'essi erano dunque
intermediari tra lo Stato e i privati. Solo gli arsenali, ossia i luoghi di
assemblaggio finale delle armi, erano direttamente gestiti dallo Stato. Questo
sistema presentava notevoli continuità con le pratiche di Antico Regime: se in
Francia durante la Rivoluzione si era sperimentata una statalizzazione delle
fabbriche, nel tentativo di centralizzare la produzione e l'innovazione,
l'esperimento fu poi abbandonato con il Direttorio. I dibattiti attorno alla
questione furono tuttavia assai accesi, come ha mostrato Ken Alder, e ci
sembrano illustrare bene l’influenza degli apparati decisionali delle armi
dotte nell’ambito dello sviluppo: in questo caso, un ruolo di freno in quella
che si dimostrò a posteriori una vera e propria «amnesia tecnologica». Tali
dibattiti coinvolsero due lobbies di artiglieri, e la posta in gioco era
notevole: la standardizzazione nella produzione degli armamenti. La lobby di Gribeauval, 1° ispettore generale d'artiglieria, aveva fatto
dell'intercambiabilità dei pezzi nelle armi il proprio obiettivo fin dagli anni
'60 del Settecento. Essa avrebbe ridotto sia i costi di produzione, consentendo
di prescindere da operai specializzati ed artigiani, che quelli di
manutenzione, garantendo la possibilità di riparare facilmente le armi
attraverso la sostituzione dei pezzi difettosi o danneggiati. La
standardizzazione fu introdotta per i cannoni, ma i moschetti presentavano
problemi più complessi. Honoré Blanc elaborò un procedimento, che diede buoni
risultati ed ottenne l'avallo dell'Accademia delle Scienze. Dopo la morte di
Gribeauval nel 1789 e gli anni più convulsi della Rivoluzione, nei quali
appunto questi procedimenti furono appoggiati direttamente dal governo, si ebbe
uno scontro tra le lobbies dei generali d'Aboville, successore di
Gribeauval, e Gassendi, capodivisione per l'artiglieria al Ministero della
guerra e amico di Bonaparte. Gassendi poneva l'accento sulla necessità di
«armonia» tra lo Stato e gli artigiani, in modo da garantire un output costante
di armi da fuoco di qualità. Il Candido generale Drouot, tra i più celebri
nell'artiglieria napoleonica, sosteneva che: «Bisogna conciliare con gentilezza tre
interessi che sono spesso opposti, quello del governo, quello dell'operaio,
quello dell'imprenditore; con gentilezza, pazienza e costanza, le nostre armi
saranno sempre le migliori possibili». In effetti erano anche i rischi della dequalificazione
del lavoro e della proletarizzazione degli operai a giocare contro i
procedimenti industriali di Blanc. Ma non si deve pensare che Bonaparte si
sarebbe fermato di fronte a simili ostacoli: a decidere la contesa furono una
serie di esperimenti, nei quali il controllo del personale fu decisivo.
D'Aboville, che aveva garantito sussidi statali per Blanc ed aveva pure
investito personalmente nell'impresa, si era reso conto della fragilità di
questo sistema misto, che dipendeva da reti di patronage, e considerava
necessaria la statalizzazione; ma egli fu sostituito a capo dell'artiglieria
nel 1802. Gassendi, che divenne a sua volta 1° ispettore generale nel 1805,
ebbe la meglio: l'impossibilità di fabbricare moschetti con parti
intercambiabili fu “dimostrata” dagli esperimenti[13]. La soluzione adottata sembra dare
ragione al giudizio di Armando Frumento, per il quale: «L'imperatore trascurò l'innovazione tecnica proprio nel
campo militare. La sua burocrazia contribuì ad insabbiare pratiche riformatrici
che non gli furono neppure proposte[14]». I procedimenti di Blanc dovettero
essere reintrodotti negli Stati Uniti negli anni '40 dell'Ottocento, prima di
diffondersi definitivamente in Europa.
In Italia emersero
dinamiche affini. Il controllo dei lavoratori costituì un problema, tanto che,
come in Francia, si propose di militarizzarli[15].
Per quanto riguarda la nazionalizzazione delle fabbriche, vi fu il progetto di
un tenente d'artiglieria francese in servizio italiano, Lagrennelais, di
istituire uno Stabilimento nazionale per la fabbricazione di ferri colati
spettanti all'artiglieria nel 1804. Questo avrebbe dovuto comportare
l'acquisizione di fonderie, miniere e cave. Il tenente pensava che la gestione
statale sarebbe stata più efficiente ed economica di quella degli appaltatori.
Il colonnello direttore dei parchi Verlato, dal canto suo, non ravvisò malafede
né negli appaltatori, né negli ispettori[16],
ossia gli stessi ufficiali d'artiglieria. Occorre ricordare che il predecessore
di Verlato, il capobrigata Guillaume, era stato rimosso meno di un anno prima
proprio per un affaire di presunta corruzione: un contratto per
proiettili e ferri da maglio da lui approvato fu annullato – su denuncia degli
altri concorrenti all'appalto - dal vicepresidente della Repubblica italiana
Melzi, il quale si lamentò: «Che disgraziata condizione non è quella di un
governo che ha d’aver fare per forza con ladri insigniti, onorati, distinti,
condecorati ecc.! Che triste augurio per un tale sistema[17]!!»
Il vicepresidente tuonava contro i francesi, ma in realtà l'imprenditore dietro
a questa faccenda era il cremonese Gaetano Pietro Cadolino. Egli non solo vinse
un secondo appalto a prezzi inferiori, ma fu anche risarcito per le perdite
subite, su decisione di Napoleone[18].
Cadolino fu proprietario
fino al 1807 della fonderia di Pontevico, cercando poi vanamente di venderla
allo Stato. Essa ebbe un ruolo importante nel Regno d'Italia, producendo 65
quintali al giorno di proiettili per l'artiglieria[19].
La fonderia di cannoni a Dongo, che Lagrennelais avrebbe voluto statalizzare
nel 1804, fu ampliata e rinnovata nel 1810, diventando una nuova fonderia «ad uso di quelle di Francia e
Inghilterra», la
quale consentì l'autonomia del Regno per quanto riguardava i ferri necessari
all'artiglieria. Il proprietario Gaetano Rubini fu accusato di «smodata avidità di guadagno», ed anch'egli
cercò di vendere lo stabilimento al governo nel 1813[20]. Un altro polo importante era quello
attorno a Brescia per i fucili: nel 1806 all'arsenale della città se ne
assemblavano fino a 40-50 al giorno, mediamente 600 al mese. Vi erano 200 operai
all'arsenale, più 600 all'esterno ed altri 2.000 nelle zone adiacenti,
specialmente a Gardone Val Trompia, dove si svolgeva il lavoro preparatorio. L'ispettore
generale dell'artiglieria Calori si compiaceva nel 1803: «La maggior parte
delle fabbriche... presentano l'idea d'un grandioso stabilimento; oltre a
queste, si può dire che ogni casa è una bottega di lavoro d'armi da fuoco
portatili, cosicché tutto il Gardone può chiamarsi una fabbrica d'armi».
Peraltro lo stesso Calori trovò
863 canne da scartare su 1114 (77%). Dopo una revisione ne furono accettate
altre 183 (per un totale del 39%) e 286 furono classificate come dubbiose[21] (26%). Nonostante i notevoli sforzi degli
anni del Regno per accentrare il controllo della produzione a Brescia si può
confermare una «sostanziale incapacità dei fabbricanti locali di giungere
rapidamente ad un soddisfacente grado qualitativo e di standardizzazione delle
armi prodotte[22]». Dal punto di vista quantitativo,
bisogna comunque osservare che la produzione bresciana per l'esercito tra il
1803 e il 1813 è stimata a circa 140.000 armi da fuoco, poco più di metà della
produzione annua francese[23].
Sono evidenti da
questi cenni le contraddizioni di tale sistema misto di produzione, affidato
agli imprenditori, ma in cui la verifica della merce per l'acquisto del governo
spettava agli ufficiali d'artiglieria. Un tale sistema non incoraggiava né gli
investimenti dei privati in tali settori, né l'innovazione. Esso dipendeva da
reti di patronage, limitando di fatto la concorrenza a pochissimi
imprenditori. Naturalmente, la congiuntura bellica ebbe risvolti positivi per
la siderurgia, ma si ebbe un ridimensionamento con la Restaurazione. D'altro
canto, le numerose opere pubbliche, in particolare gli investimenti nella rete
viaria e negli edifici civili e militari, stimolarono i rami manifatturieri
direttamente connessi all'edilizia: le attività estrattive e la lavorazione del
legno[24].
Tra dinamiche dello
sviluppo e del territorio: le armi dotte e la deforestazione
Un interessante
punto d'intersezione tra dinamiche dello sviluppo e rapporto con il territorio
si può trovare nel problema della deforestazione, in un periodo nel quale il
legno era utilizzato nell'edilizia e nella fabbricazione di oggetti di ogni
tipo - comprese le armi da fuoco - oltre a costituire ancora una fonte
energetica essenziale. Tenteremo dunque di abbozzare un quadro del ruolo delle
armi dotte in questo ambito, pur in mancanza di studi specifici per quanto
riguarda l'Italia.
Occorre rimarcare
che proprio a cavallo tra Sette e Ottocento si moltiplicano in tutta Europa gli
allarmi per la situazione dei boschi, con considerazioni sul degrado ambientale
e sulle ricadute economiche, dovute alla penuria di legno[25].
In effetti, la Francia si ritrova in quel periodo con la superficie minore di
foreste, sia in rapporto alle epoche precedenti che a quelle successive[26]. Anche in Italia la situazione boschiva sembra aggravarsi in età
napoleonica, a causa delle attività belliche e dei rivolgimenti[27].
Il ruolo degli
eserciti, specialmente in campagna, era senza dubbio deleterio. A prima vista
le armi dotte sembrerebbero responsabili primarie anche per le loro attività in
tempo di pace: pur non arrivando ai consumi di alberi ad alto fusto della
marina militare[28],
l'artiglieria necessitava di notevoli quantità di legname per la costruzione
degli affusti dei cannoni (olmi), per i moschetti, come combustibile (carbon
di legna) per le industrie metallurgiche e per la fabbricazione della polvere
da sparo. Il genio abbisognava di legna da cantiere per le impalcature, i piani
inclinati ed i dispositivi di leva, di legna da costruzione per le strutture
degli edifici.
Tuttavia, a ben
vedere, le armi dotte sono inserite a pieno titolo nell'ambito delle politiche
statali di sfruttamento razionale e conservazione del patrimonio boschivo.
Naturalmente, le statistiche, compilate anche dagli ingegneri-geografi,
prestavano attenzione alle risorse di legname[30].
È in effetti proprio nel contesto dei tentativi di formulazione di queste
politiche che si devono intendere gli allarmi contro il taglio indiscriminato
di alberi, principalmente ad opera di privati, fossero essi trafficanti di
legna o contadini. Negli anni '80 del Settecento in Lombardia si considerarono
due approcci: Gian Rinaldo Carli propose una più stretta regolamentazione da
parte del potere centrale, mentre Cesare Beccaria si schierò per l'avvio di una
privatizzazione dei boschi. Naturalmente, entrambe le soluzioni penalizzavano
coloro che usufruivano dei boschi demaniali. In effetti, come notava anche
Beccaria, non era scontato che l'interesse del privato fosse per la
conservazione degli alberi. Si decise per la privatizzazione, che però fu assai
limitata. In età napoleonica, Melchiorre Gioia si schierò pure sul fronte
liberista, osservando che:
La massima parte de' boschi
lariensi essendo comunali soggiace ad un continuo distruttore saccheggio. Il
contadino guidato dal solo momentaneo bisogno taglia quanta legna a caricar le
sue bestie è necessaria o se stesso, senza badare alle regole della più pronta
e regolare riproduzione degli alberi. Alcuni particolari col pretesto di
cogliere legna per loro uso ne fanno mercanzia qualche volta anche all'estero...
Quindi i boschi comunali sono sempre in istato peggiore che quelli de'
particolari; ciascun distrugge e nissuno ripianta[31].
Per questo,
affermava che: «La nazione guadagnerebbe ben di più
lasciando i boschi sotto la vigilanza dell'interesse privato», e i privati avrebbero dovuto essere liberi di tagliare gli
alberi, per non essere disincentivati a piantarli[32].
Aggiungeva:
Non vi sono che due casi, in
cui la legge può impedire l'atterramento de' boschi o la libertà di tagliarli;
1.° Quando questi sono situati in modo che il loro taglio ponga in pericolo le
sottoposte abitazioni e le campagne coltive... 2.° Quando l'artiglieria o la
marina nazionale abbisognano de' necessarj legnami, perché salus populi
suprema lex. Dunque i soli boschi, in cui crescono questi legnami, e da
cui sono trasportabili, possono essere oggetto di divieto. Il restante
debb'essere interamente a disposizione dei proprietarj[33].
La regolamentazione
napoleonica fu in realtà più dirigista, anche se una vera e propria svolta in
tal senso si ebbe solo nel 1811. Già durante la Repubblica italiana, tuttavia,
erano tutelate le necessità delle armi dotte: nel 1803, l'ispettore generale
dell'artiglieria Calori suggerì l'approvazione del Decreto riguardante la
conservazione de' Boschi per i legnami necessarj al servizio dell'artiglieria e
della marina[34];
con esso, si proibiva l'abbattimento di alberi d'alto fusto («Olmi, Querce, Abeti, Aceri, Frassini, Carpini, Faggi e Pini») senza licenza del prefetto, sia nei boschi nazionali che in
quelli privati. Vale a dire che, anche a causa dell'aumento delle esigenze di
legna dovuto alla congiuntura bellica, il Regno d'Italia vide una «legislazione
forestale organica e unitaria e una amministrazione centralizzata e
gerarchicamente ordinata», che rimase in vigore nel Lombardo-Veneto[35].
Vediamo dunque le
armi dotte in un rapporto con lo sviluppo industriale ed il territorio che può
definirsi moderno, in quanto attento allo sfruttamento “razionale” e
centralizzato delle risorse dello Stato, con tutte le limitazioni che seguono
da questa centralizzazione per i privati non proprietari. Naturalmente, gli
imprenditori possessori di industrie metallurgiche, che facevano capo ai
servizi dell'esercito, possedevano i loro boschi dai quali trarre legname.
Abbiamo dunque
esaminato il ruolo degli ingegneri militari per quanto attiene al rapporto con
lo sviluppo e con il territorio. Si può osservare l'interesse di questo periodo
di transizione tra era moderna e contemporanea sotto diversi punti di vista –
politico, ideologico, economico, sociale – agli albori della rivoluzione
industriale. È importante altresì rimarcare come la figura del militare fosse
davvero al centro della società in questo periodo, in quanto garante
dell'ordine, ingranaggio fondamentale dell'apparato amministrativo ed
incarnazione, almeno idealmente, della “carriera aperta ai talenti”. La figura
dell’ingegnere militare - mediatore tra Stato e privati, tra Stato e società,
incaricato di disciplinare il progresso - appare per certi versi ancora più
significativa, specialmente in relazione allo sviluppo tecnologico ed al
rapporto con il territorio, anche in un'ottica di lungo periodo. Infatti, il
tecnocrate, proprio per la sua natura per così dire anfibia, aveva il vantaggio
di potersi facilmente riciclare nella società civile, come testimonia il
successo degli ingegneri militari della Scuola di Modena durante la
Restaurazione. Molti di essi abbandonarono la divisa per operare come ingegneri
civili, privati o al servizio dello Stato, e non pochi ebbero un ruolo
importante nella costruzione delle ferrovie del Nord Italia[36].
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| Questo articolo
si cita: Lorenzo Cuccoli, Gli ingegneri militari nell'Italia napoleonica, «Storicamente», 6 (2010), http://www.storicamente.org/05_studi_ricerche/summer-school/cuccoli_ingegneri_militari.htm |
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| DOI 10.1473/stor86
Data di pubblicazione
6 agosto 2010
Versione
portatile
Note
[1]Univ.
Bologna, Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche,
P.zza San Giovanni in Monte 2, Bologna, I-40128, Italy,
lorenzo.cuccoli@gmail.com
[2]«Nel linguaggio militare diconsi quelli distinti dal comune della soldatesca
presa in generale, per appartenere ai quali son necessarie di quelle scienze ed
arti, che facoltà si appellano», V. Mortillaro, Nuovo dizionario
siciliano-italiano, Palermo, Stabilimento Tipografico Lao, 1876, 448.
[3]L'espressione “armi dotte” deriva dal francese “armes savantes”; più in uso
all'epoca erano “corps à talents” in francese e “corpi facoltativi” in
italiano.
[4]H. Vérin, La gloire des ingénieurs : L’Intelligence
technique du XVIe au XVIIIe siècle, Paris, Albin
Michel, 1993, in particolare il I capitolo.
[5]Sull’evoluzione degli
ingegneri-geografi francesi nel solco delle altre armes savantes cfr. P.
Bret, Le Dépôt général de la Guerre et la formation scientifique des
ingénieurs-géographes militaires en France (1789-1830), «Annals of
Science», 48 (1991), 114-157. In
Italia solo artiglieria e genio passarono per la Scuola di Modena, malgrado i
progetti per farvi entrare anche gli ingegneri-geografi. Questo si deve allo
status incerto del corpo topografico fino al 1811. È da rilevare che gli
allievi di Modena (quindi anche gli artiglieri) conseguivano un titolo
equipollente a quello di ingegnere civile, cfr. B. Giordano, Gli ufficiali della scuola militare di Modena
(1798-1820): una ricerca prosopografica,
Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2008, 19.
[6]Si veda almeno L. Blanco (ed.), Amministrazione,
formazione e professione: gli ingegneri in Italia tra Sette e Ottocento,
Bologna, Il Mulino, 2000.
[7]Per la tesi della militarizzazione della
società napoleonica cfr. J.P. Bertaud, Quand les enfants parlaient de
gloire. L'armée au cœur
de la France de Napoléon,
Paris, Aubier, 2006. Sul carattere
liminare della figura dell’ufficiale delle armi dotte, considerato anche come
prototipo del moderno funzionario, si veda J. Langins, Conserving the
Enlightenment. French
Military Engineering from Vauban to the Revolution, Cambridge (MA), MIT Press, 2004, in particolare p. 139 e 163.
[8]A
Milano venne demolita la cittadella. Cfr. P. Prost, Les
forteresses de l’Empire. Fortifications, villes de guerre et arsenaux
napoléoniens, Paris, Moniteur, 1991, 79-83 e 89. Cfr. anche M.
Viganò, Dalla tattica alla strategia: le fortificazioni nel periodo
napoleonico in Italia (1796-1814), in: V. Scotti Douglas (ed.), L'Europa
scopre Napoleone 1793-1804, Atti del Congresso internazionale napoleonico,
Cittadella di Alessandria, 21-26 giugno 1997, Alessandria, Edizioni dell’Orso,
1999, vol. I, 399-457 e A. Fara, Napoleone architetto nelle città della
guerra in Italia, Firenze, Olschki, 2006.
[9]F. Sofia, Una scienza per l’amministrazione. Statistica e pubblici apparati
tra età rivoluzionaria e restaurazione, Roma, Carucci, 1988, vol. I,
250-281 (in particolare p. 269). Il questionario di Tibell si trova
nell'articolo Delle memorie militari, in: Giornale dell’Accademia
Militare della Repubblica italiana, Milano, Stamperìa e fonderìa al Genio
Tipografico, tomo III, 1803, 37-134. Quello dei topografi sul territorio viene
definito «sguardo statistico» da M. Quaini, Identità professionale e pratica
cognitiva dello spazio: il caso dell’ingegnere cartografo nelle periferie
dell’impero napoleonico, «Quaderni Storici», 90/3 (1995), 679-696, in
particolare p. 690.
[10]Per le manovre di Melzi contro il corpo topografico italiano cfr. il mio Le
armi dotte nell’Italia napoleonica in: ORDINE E DISORDINE.
Amministrazione e mondo militare nel Decennio francese, atti del
VI Seminario di Studi “Decennio francese”, Vibo Valentia,
2-4 ottobre 2008, in corso di stampa. Sul catasto cfr. F. Sofia, Olonisti e
Cispadani nei dibattiti del Consiglio Legislativo, in: A. Robbiati Bianchi
(ed.), La formazione del primo Stato italiano e Milano capitale 1802-1814,
atti del Convegno internazionale di Milano, 13-16 novembre 2002, Milano, LED
Edizioni Universitarie, 2007, 587-608 (in particolare pp. 606-607). Sulla carta
ed il corpo topografico cfr. M. Signori, L’attività cartografica del
Deposito della guerra e del Corpo degli ingegneri topografi della Repubblica e
del Regno d’Italia, in: Cartografia e istituzioni in età moderna,
atti del convegno di Genova, 2-8 novembre 1986, Roma, Ministero dei Beni
Culturali e Ambientali, Direzione Generale dei Beni Archivistici, 1987,
493-526.
[11] A. Campana, Rapporto Storico de’lavori
eseguiti dal Corpo degli Ing. Geografi dalla sua formazione fino all’Anno 1811,
ms., in Archivio di Stato di Milano, Ministero della guerra (d'ora in poi ASM
MG), cart. 2849. Un esemplare della carta
amministrativa del Regno d'Italia, stampata dal Deposito della guerra italiano
nel 1811, si trova nell’archivio del Service Historique de la Défense,
Vincennes, M13 B A1 33.
[12] H.M.A. Berthaut, Les
ingénieurs géographes militaires 1624-1831, Paris, Imprimerie du service
géographique, 1902, vol. II,
347, 388-390. Per una prima
presentazione dei lavori statistici sull’Italia cfr. H. Contamine, Une
source inexplorée de l’histoire l’économique de l’Italie napoléonienne, in: Studi napoleonici, Atti del primo e secondo Congresso Internazionale,
Portoferraio, 3-7 maggio1962; 3-6 maggio 1965, Firenze, Olschki, 1969, 383-386.
[13]Questa ricostruzione si deve a Alder, Engineering the Revolution: Arms and
Enlightenment in France, 1763-1815, cit.,
322-331.
[14]A. Frumento, Il Regno d'Italia napoleonico: siderurgia, combustibili,
armamenti ed economia 1805-1814, Milano, Banca commerciale italiana, 1991,
142. In questo particolare caso Gaspard Monge tentò di denunciare a Napoleone
le manovre di Gassendi, senza esito.
[15] In effetti durante il governo
rivoluzionario i lavoratori delle fabbriche d'armi erano a tutti gli effetti
requisiti e soggetti a disciplina militare, ma poi le loro fabbriche furono
smantellate. Una nuova proposta, non legata alla nazionalizzazione delle
fabbriche, si deve al generale Augustin Lespinasse, nel suo Essai sur
l’organisation de l’arme de l’artillerie, Paris, Magimel, 1800, 56-57 e
108. In Italia il colonnello Verlato, direttore dei parchi, si pronunciò nel
1804 per tale soluzione negli stabilimenti della Val Trompia, cfr. P. Crociani, V. Ilari, C. Paoletti, Storia Militare del Regno Italico
(1802-1814), Roma, USSME, 2004, vol. I, t. II, 760.
[16]A. Frumento, Le Repubbliche cisalpina e italiana con particolare riguardo a
siderurgia, armamenti, economia ed agli antichi luoghi lombardi del ferro
1796-1805, Milano, Banca Commerciale Italiana, 1985, pp. 304-305.
[17] Lettera di Melzi al ministro degli esteri
Marescalchi, n° 1575, 12 dicembre 1803,
in C. Zaghi (ed.), I carteggi di Francesco Melzi D'Eril duca di Lodi: la
vice-presidenza della Repubblica italiana, Milano, Museo del Risorgimento e
raccolte storiche del Comune di Milano, vol. V, 1961, 331.
[18]A. Frumento, Le Repubbliche cisalpina e italiana con particolare riguardo a
siderurgia, armamenti, economia ed agli antichi luoghi lombardi del ferro
1796-1805, cit., 255-258.
[19]A. Frumento, Il Regno d'Italia napoleonico: siderurgia, combustibili,
armamenti ed economia 1805-1814, cit., 124.
[20]Ibidem, 499-503, 591 e 597.
[21]Rapporto di Calori al ministro della guerra, 19 gennaio 1803, in ASM MG
100, cit. in A. Frumento, Le Repubbliche cisalpina e italiana con
particolare riguardo a siderurgia, armamenti, economia ed agli antichi luoghi
lombardi del ferro 1796-1805, cit., 263. Del resto, a Brescia nel 1812 il
direttore Blondel respinse i 9/10 dei proiettili, cfr. A. Frumento, Il Regno
d'Italia napoleonico: siderurgia, combustibili, armamenti
ed economia 1805-1814, cit., 489. Per la situazione di Brescia nel
1806 cfr. p. 148.
[22] A. Moioli, L'economia lombarda fra
tradizione e innovazione: le manifatture, in: G.L. Fontana, A. Lazzarini
(eds.), Veneto e Lombardia tra rivoluzione giacobina ed età napoleonica.
Economia, territorio, istituzioni, Cariplo-Laterza, Bari, 1992, 179-244,
(in particolare p. 195). Cfr. anche A. Cova, Tradizione e innovazione nel
mutato contesto politico e territoriale dell'età francese, in: S. Zaninelli
(ed.), Storia dell'industria lombarda, Miano, il Polifilo, 1988, vol. I,
105-197 (in particolare p. 114 e pp. 140-143).
[23] P. Crociani, V. Ilari, C. Paoletti, Storia
Militare del Regno Italico, cit., vol. I, t. II, 764.
[24] A. Moioli, L'economia lombarda fra
tradizione e innovazione: le manifatture, cit., 197 e 217.
[25] A. Lazzarini, Boschi e territorio in
area veneta, in: L. Blanco (ed.), Organizzazione del potere e
territorio: contributi per una lettura storica della spazialità, Milano,
Franco Angeli, 2008, 159-171 (in particolare p. 159).
[26] R.
Delort, F. Walter, Histoire de l'environnement européen, Paris, PUF,
2001, 267.
[27] B.
Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dell'età
napoleonica, Torino, Einaudi, 1974, 194.
[28] «La construction d’un vaisseau de 80 canons exige
l’emploi de 3737 stères de bois (108 982 pieds cubes) de chêne et, qui plus
est, chaque catégorie de bois doit être présente à une proportion bien précise»,
N. Todorov, Le redressement naval de 1810-1813 napoléonien et la géographie
maritime de l'Europe, «Cahiers du CEHD», 36
(2008), 137-170, in particolare p. 145.
[29] F. Vion-Delphin, La consommation militaire en bois franc-comtois
(XVIIIe siècle), in: A. Corvol, J.P. Amat (eds.), Forêt et
guerre, Paris, L'Harmattan, 1994, 117-125 (in particolare pp. 122-123).
[30] Tibell consacrò tre pagine ai boschi,
menzionando il problema di «dove farvi delle tagliate d’alberi» in Delle
memorie militari, cit. (Parte topografica, 10.
Boschi, 65-67). Non altrettanto dettagliato era il questionario standard
per i francesi, pubblicato da Louis Puissant nel Traité de topographie,
d’arpentage et de nivellement, Paris, Courcier, 1807, 285-295 (Statistique, Valeurs foncières, 289).
[31] M. Gioia, Discussione economica sul Dipartimento
del Lario, Milano, Pirotta e Maspero, 1804, 83-84.
[33] Ibidem,
87 (corsivo dell'autore).
[34]24 gennaio 1803, in Bollettino delle
leggi della Repubblica italiana, Milano, Luigi Veladini Stampatore
Nazionale, 1803, 21-22.
[35] Fino alla sua incorporazione nel Regno
d'Italia, cfr. Lazzarini, Boschi e territorio in area veneta, cit.,
165-166. Cfr. anche A. Visconti, Suolo e sottosuolo dall'assolutismo
asburgico all'età napoleonica. Il mutare dei ruoli dei boschi e delle miniere
nelle alte valli lombarde, in: Blanco, Organizzazione del potere e
territorio: contributi per una lettura storica della spazialità, cit.,
173-187 (in particolare pp. 185-187). Sul ruolo di conservazione del patrimonio
boschivo delle armi dotte in Francia nel XIX secolo cfr. F. Reitel, Le rôle
de l'armée dans la conservation des forêts e A. Guillerme, Les économies
de combustible dans l'armée sous la Restauration (1815-1830), in: Corvol,
Amat (eds.), Forêt et guerre, cit., 49-57 e 127-130.
[36] cfr.
B. Giordano, Gli ufficiali della scuola militare di Modena (1798-1820): una
ricerca prosopografica, cit., 150-152.
La Scuola di Modena fu attiva dal 1798 al 1814.
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