Mirco Dondi[1]
Sviluppo e territorialità
Temi di formazione di
una scuola di dottorato
Dinamiche dello sviluppo, dinamiche del territorio
Atti della Summer School del Dottorato "Storia e geografia d'Europa. Spazi, Linguaggi, Istituzioni e Soggetti in Età' Moderna e Contemporanea",
Bologna, 1-2 luglio 2009
Criteri
di costruzione dei testi[2]
La Summer school 2009 del dottorato Storia e
Geografia d’Europa dell’università di Bologna è stata pensata non come
tappa di discussione delle ricerche in corso, ma come percorso di formazione
interno al dottorato.[3]
In questo ambito il lavoro di
formazione è concepito nella stesura di un testo di alta divulgazione.
Questo compito ha segnato un allargamento del programma formativo abitualmente
seguito. Si è chiesto ai dottorandi di misurarsi, a partire dalla conoscenza
del proprio argomento, su temi più generali. La congiunzione tra le competenze
intorno a un tema specifico e gli sviluppi in ambito più allargato sono
approcci diffusi nel mondo anglosassone.
L’obiettivo del percorso di
formazione mira a toccare due livelli. Nel primo livello si attesta la
capacità di esposizione: anche il tema più complesso deve essere redatto con
chiarezza e invogliare i non esperti alla lettura.
Nel secondo livello c’è una finalità di
natura scientifica: insegnare a non isolare la ricerca
nell’iperspecializzazione e nella segmentazione eccessiva del tema, ma al
contrario leggere il tema, laddove è possibile, nelle sue risultanze più
generali, dentro a comparazioni e connessioni tematiche, territoriali,
disciplinari. I lavori iperspecialistici procedono su una linea retta, senza
curarsi di ciò che sta accanto. La conseguenza più immediata è la
marginalizzazione editoriale della ricerca che, su una mole di lavori più ampi,
produce l’isolamento di settori di ricerca all’interno dello stesso mondo
scientifico. Non è un caso – guardando alla storia contemporanea ad esempio -
che la storiografia italiana, rispetto a quella britannica, a quella tedesca e
anche a quella francese, stenti a varcare i confini nazionali, con un numero
decisamente minore di lavori italiani tradotti all’estero.
Poste
queste premesse, al dottorando è stato richiesto di redigere un breve saggio di
ventimila caratteri (note e link esclusi) e di declinare il proprio tema
misurandolo con il tema della Summer school: Dinamiche dello
sviluppo, dinamiche della territorialità.Il taglio di alta divulgazione non ha implicato
l’assunzione acritica delle fonti né tantomeno la rinuncia al confronto con la
comunità scientifica. I testi sono stati confrontati con i membri del collegio
del dottorato, con due discussant esterni per ogni relazione e, per
essere pubblicati su “Storicamente”, i saggi sono stati sottoposti all’abituale
sistema di referaggio praticato dalla rivista. La stesura finale dei contributi
filtra questo complesso insieme di sollecitazioni.
Il percorso di lettura,
proposto in questa introduzione, non esaurisce i rimandi tematici e le
implicazioni contenute all’interno dei 13 saggi proposti. Gli studiosi si sono
dimostrati capaci di afferrare idee e problemi nonché di porsi, almeno in
parte, in relazione tra loro.
1989 – 2009: identità e globalizzazione
Un primo corpo di sei saggi finisce inevitabilmente
per misurarsi con altri due temi chiave della contemporaneità: globalizzazione e identità
Vale la pena rimarcare che 6 contributi su 13 si
soffermano sul ventennio 1989 – 2009 muovendo da temi diversi e da discipline
quali la storia o la geografia. Il dato mostra, con lampante evidenza,
l’interesse dei giovani ricercatori sui temi della storia più recente, a cui fa
invece da sfondo la ritrosia degli storici più affermati a misurarsi sulle
tematiche più vicine ai nostri giorni. Lo storico già formato predilige
percorsi apparentemente chiusi, non si addentra nella storia recente nel timore
che le sue categorie interpretative franino prematuramente di fronte alle
troppo rapide evoluzioni degli eventi. Eppure l’approccio storico è
prevalentemente concepito da questo gruppo di studiosi come strumento per
capire il presente, così come, per sondare la realtà, la geografia, più ancora
della storia, si lega alla sociologia e ai communication studies.
Globalizzazione e identità si pongono tra loro in
rapporto conflittuale e dinamico: l’avanzare della globalizzazione implica una
ridefinizione dell’identità.
Gli scenari ricostruiti nelle relazioni affrontano
l’incomposta tensione fra identità e globalizzazione da punti di vista apparentemente
lontani, ma comparabili: le tematiche della memoria si incrociano con quelle
della ricostruzione urbanistica, la città con il territorio rurale che
progressivamente invade, la crescita con le teorie della decrescita - concepite
come vie di uscita di un processo incontrollabile, i ceppi nazionali con
l’integrazione europea e le sue rappresentazioni. Nello specifico le dinamiche
della territorialità rimandano a pratiche di riterritorializzazione che lo
sviluppo post moderno implica.
a)
Memoria e spazio urbano
Un tema vasto, i memoriali della Shoà
(Frida Bertolini), dinanzi ad un’analisi tecnica, territorialmente ristretta,
sui meccanismi di governo del territorio urbano (Francesca Ruocco) si scioglie
in una decodificazione dei meccanismi decisionali.
Il saggio di Frida Bertolini, I
memoriali della Shoà in Europa e negli Stati Uniti, ha le caratteristiche
di quello che potrebbe essere uno studio classico: un tema di interesse
generale, coniugato su più dimensioni territoriali, arricchito da un corpo di
nuove interpretazioni. La Bertolini si cimenta con uno tra i temi più dibattuti
della contemporaneistica, i cui riflessi riguardano l’autorappresentazione di
ciascun popolo di fronte alla tragedia dello sterminio degli ebrei.
Comparazioni territoriali ed evoluzioni della memoria, con particolare
attenzione a ciò che è accaduto dopo il 1989, contraddistinguono il livello di
questo saggio che spazia attraverso Berlino, si sposta a Est, a Varsavia e in
Ucraina a Babij Jar, guarda
oltre Atlantico, a New York, senza dimenticare Gerusalemme. In mezzo la diversa
tipologia del ricordo tra Prima e Seconda guerra mondiale, l’evoluzione del
concetto di museo, la questione – irrisolvibile – legata alla natura del
monumento: in che termini il monumento fissa la memoria, come stimola la
riflessione, o se, viceversa, ipostatizza ciò che c’è e spinge progressivamente
all’oblio. Suscita interesse l’idea di James Young sui contro monumenti, una
sorta di memoriali in divenire, incompleti per definizione. I luoghi di memoria sono visti nella loro funzione di centro di competizione
politica, con le omissioni storiche che ciò comporta, e con il continuo
riadattatamento della memoria che sfocia, con l’allungamento del tempo, nella post
memoria, ovvero nella memoria in assenza di testimoni. Tra le suggestioni
che offre il saggio della Bertolini, l’idea di storia come bacino di
un’identità sociale (in divenire e modulata dai tempi), idea di storia e del
passato che non esita a prolungarsi verso il futuro attraverso i monumenti e la
vivificazione degli spazi. Nessun periodo segna un’eccezione rispetto a questa
norma.
Il contributo della geografa
Francesca Ruocco su La pianificazione strategica come strumento per il
governo del territorio è in parte connesso con il saggio di Frida
Bertolini. La Ruocco focalizza le sue osservazioni a partire dagli anni
Ottanta del Novecento sino a giungere al termine del primo decennio del 2000.
Per quanto il contributo sia incentrato su Bologna, la Ruocco mette in evidenza la trama comune che lega il governo delle principali città europee
progressivamente passate dai rigidi piani regolatori urbanistici, come erano
ancora concepiti negli anni Ottanta, a strumenti più flessibili e di indirizzo
quali sono i piani strategici. Il passaggio fra questi due strumenti operativi
non è neutro né sono indifferenti le ricadute sul territorio.[4] Dentro a questa ottica post moderna, trovano spazio opere
architettoniche imponenti e spettacolari. Il fine è quello di lasciare un segno
del proprio passaggio e della propria epoca, connaturando e identificando il
territorio. La Ruocco suggerisce la natura di questi processi decisionali volti
a “promuovere consenso e legittimazione intorno all’idea di città che si
intende costruire”. Teoricamente non si tratta di un consenso allargato da
raggiungere in un Consiglio comunale, ma di un confronto, attraverso i Forum,
con i cittadini, le associazioni e gli attori sociali, un confronto che
recuperi la frammentazione (post moderna) della rappresentanza. E’ proprio
attorno a questa dinamica che si muove il complesso dibattito che ha animato la
costruzione a Berlino di un’imponente memoriale della Shoà, concepito come una
nuova caratterizzazione della città europea maggiormente mutata nel ventennio
1989 – 2009, ed espressione del simbolo più condiviso, la Shoà, dell’allargata Unione Europea. Per quanto Berlino non abbia lesinato a dispensare
dimensioni monumentali ai suoi nuovi palazzi, la concezione di grandezza e
visibilità del memoriale della Shoà ha subito le controverse valutazioni di
politici e associazioni che hanno prodotto un ridimensionamento del monumento,
nell’altezza e nell’estensione, rispetto al progetto originale (Bertolini).[5]
b)
Paesaggi e critiche della crescita
Al
lato opposto della dimensione urbana si colloca l’area rurale, anche questa
analizzata da Roberta Borghesi a partire da una dimensione di ricerca coeva.[6] Allo stesso modo è connaturato alla ricerca delle specificità identitarie anche
il contributo di Massimiliano Capra Casadio su La Nuova destra: visioni economiche ed identità territoriali. Pur nella diversità dell’oggetto di
partenza, il paesaggio per la Borghesi e la nuova destra per Capra, i due saggi
si collocano su una linea speculare il cui condotto comune è critica dell’homo oeconomicus capitalista. Sia Capra che Borghesi mostrano attenzione alla
dimensione psicologica del consumo, sociologicamente connaturato alla
proiezione del sé. La dimensione ideologica della nuova destra francese rifiuta
l’economia marginalizzandola, mentre l’ecologismo evocato dalla Borghesi, e
attivo su alcune microaree, rimanda a un approccio responsabile verso il
territorio, per quanto Borghesi osservi che le possibilità di un’economia
alternativa (sobria, etica e solidale) restino embrionali, schiacciate dall’espansione
della città che si allarga, non tanto nella densità abitativa, ma nel modello
di strutture che chi si allontana dalla città finisce per richiedere.[7] Il saggio evoca il
centro come grande
assente. Senza entrare nel merito di giudizi di valore, si ripensi alla
funzione, anche in rapporto allo spazio, del triangolo industriale il quale ha funzionato da centro
economico e geografico. La post modernità ha privato l’economia italiana di
questo fulcro segnando anche la fine della grande impresa (altro elemento che
connatura il centro). A giudizio dello storico economico Giulio Sapelli,
l’assunzione di un centro come punto di propulsione resta vitale anche nella
postmodernità che richiede energie concentrate.[8] La città espansa, ma fondamentalmente decentralizzata che Borghesi analizza è
una ricaduta (fino a che punto governata?) della globalizzazione. Il calo della popolazione
riscontrato da Bologna (che non è il solo tra i principali centri urbani in
Italia a perdere abitanti) si colma con un aumento della popolazione dei
comuni, ora non più soltanto della prima ma della seconda cintura periferica.
Rispetto al passato non c’è un’integrazione di questi abitanti nelle dinamiche
dei nuovi territori (come accadeva un tempo per gli agricoltori), ma emergono
nuovi tipi di esigenze “urbane”, mentre saltano gli equilibri ecologici e
digradano le risorse locali, ragione non ultima del declino dell’agricoltura
tradizionale. Lo schema interpretativo di Borghesi ammicca a ipotesi di
decrescita latousciana o, quantomeno, al ristabilimento di equilibri nel quadro
di una crescita più lenta. E’ altrimenti il riflesso di ciò che Capra Casadio
riscontra nel pensiero francese della nuova destra che, dagli anni Ottanta,
osserva il percorso di crescita dell’economia mondiale in una prospettiva
esente da ampi obiettivi, se non quelli della propria sopravvivenza e della
propria espansione. Siamo di fronte a un circuito che, per strade diverse,
approda ancora al mostro metaforico di Serge
Latouche L’occidentalizzazione
del mondo] ,
la mega macchina tecno-socio-economica, priva di guidatore, nociva per le
culture nazionali e i legami sociali.
c) Europa / Europe
Gli
stati occidentali lamentano una attenuazione delle proprie identità nazionali e
sono attraversati da correnti di pensiero, trasversali ai tradizionali
schieramenti politici, che cercano di guardare oltre il flusso dell’economia
globale capitalista. All’opposto, a rimarcare un processo ritardato, ma celere
nel suo recupero, si trova il versante Est del continente europeo che, dopo
l’89, ha rimesso al centro della sua proiezione di sé, consumo e questione
etnica. Il tema è affrontato da Matteo Varani nel saggio sugli ultimi vent’anni
dell’Estonia intitolato Ceppi
nazionali, professioni e dinamismo economico. La relazione tra apertura al mercato e questione etnica
contiene un’insita contraddizione in quanto adottando il libero mercato l’Est
si è aperto alla globalizzazione economica occidentale che progressivamente
mette a margine la questione nazionale, pur con contraccolpi non secondari.
In Estonia la fine del sistema
comunista e di una ideologica sovietizzazione, ha portato alla riemersione dei
temi etnici, non compiutamente risolti nell’Europa dell’Est nella prima metà
del Novecento. La parte Est dell’Europa è quella che ha conosciuto le maggiori
variazioni territoriali sia in conseguenza della Prima guerra mondiale, sia in
conseguenza della Seconda. In entrambi i dopoguerra si è assistito a
rivendicazioni nazionali sopite o per ragioni commerciali (è il caso dell’Ungheria
negli anni Venti descritta da Antonio Gambino)[9] o per ragioni di geopolitica, come accade nel 1945 all’Estonia che perde la sua
indipendenza e viene sovietizzata.
Il federalismo, comunisticamente
ideologizzato, era stato il collante anche della Jugoslavia, tragicamente
dissolta, e sulle cui ceneri si è misurata l’inconsistenza politica
dell’Europa. Meno drammatiche sono state le conseguenze della dissoluzione nei
territori baltici dell’ex Unione Sovietica.
La crescita dell’economia estone, di
per sé un ammortizzatore di tensioni etniche, non ha risparmiato aspetti
aggressivi nella politica delle nazionalità, in particolare nei confronti della
minoranza russa, i cui diritti sono stati assegnati (con contraddizioni
legislative nel corso del tempo) in cambio della loro estonizzazione, unica
chiave per possedere i requisiti necessari all’ascesa sociale di quello che è
diventato uno dei paesi più capitalisti dell’Europa. Come in ogni luogo anche
in Estonia affiora una visione strumentale, quando non inventata della
nazionalità, con mutazioni interessanti nella gerarchia delle professioni; alla
perdita di status degli ingegneri, legati alla precedente visione sovietica
dell’economia, si pone come contraltare l’ascesa dei medici e soprattutto degli
architetti che hanno ridisegnato le città dell’Est, dato loro nuovi simboli,
senza dimenticare la funzione di volano del liberalizzato mercato immobiliare.
Di
fronte alla costruzione di un’identità nazionale, forzatamente provvisoria dato
l’incedere degli eventi, ma legata anche a un’identità immaginata, Emanuele
Frixa estende questo concetto alle cartografie dell’Europa a 25 Paesi. Nel
saggio Prime riflessioni
sulla costruzione infografica dell'Europa, Frixa assume come fonte i principali quotidiani
europei e il portale web Europa. Riprendendo i paradossi di David Morley, Frixa
si chiede quanto ciò sia ancora geografia, per poi condurre il lettore dentro a
una geografia della comunicazione, dove le mappe sono innestate dentro a mezzi
di comunicazione autorevoli e largamente fruiti, mezzi ovviamente non neutri a
partire dalle forme di impaginazione e di evidenziazione.
In
questo percorso di identità e globalizzazione, partito dai memoriali della Shoà
e arrivato all’infographics, il rimando comune è quello della riterritorializzazione che può essere espressa materialmente, con una monumentalizzazione dello
spazio, o anche più semplicemente, ma non meno efficacemente – come dimostra
Frixa – la riterriteriolizzazione può anche essere immaginata grazie alla
suggestione e alla divulgazione di semplici carte geografiche. Il “prezzo” lo
paga anche la geografia che da “un’apparente oggettività della
rappresentazione” diventa un “dispositivo retorico” per riprodurre un discorso
politico e una nuova forma di rappresentazione spaziale.[10]
La dinamicità degli Stati. Alcuni esempi tra Venezia e il Regno d’Italia
(XVIII° - XIX° secolo)
Dagli studi sulla Repubblica
veneziana nel XVIII° secolo (Andrea Pelizza) e da quelli sugli ingegneri
militari in età napoleonica (Lorenzo Cuccoli) emergono pienamente dinamicità e
progettualità dello sviluppo. Per quanto attiene alla Repubblica veneziana, il
declino dei commerci, e di conseguenza delle fortune dello Stato, non è lineare
e univoco nel corso del Settecento. Il declino è riscontrabile in rapporto alle
precedenti fortune della Repubblica veneziana, ma non si evince dalla capacità
decisionale del suo governo e dalle strategie adottate per rianimare il
commercio. Nel saggio Venezia e il riscatto degli schiavi nella prima metà
del Settecento, Andrea Pelizza mette in evidenza la rinuncia veneziana
all’azione militare contro la pirateria nord africana, variazione di strategia
quanto coscienza di un limite, nel quadro di condizioni interne e
internazionali progressivamente più difficili. Venezia è ancora in grado di
compiere rilevanti investimenti per garantire la sicurezza e il rilancio delle
sue navigazioni commerciali. A partire dagli anni Trenta del Settecento la
repubblica veneziana risolleva i suoi commerci, continuando a dimostrarsi dinamica
e garantendosi altri due decenni proficui. I commerci vengono garantiti da
nuovi bastimenti dotati di 24 cannoni, costruiti dagli armatori ai quali lo
Stato non manca di garantire ampie agevolazioni. La presenza dello Stato si
avverte anche nelle strategie poste in atto per la liberazione dei sudditi
veneti, o di persone al servizio di Venezia, tratte in arresto nelle coste
nordafricane. Nel secolo della nascita della nazione moderna, Venezia è ancora
lungi da integrare ogni individuo nella comunità politica, ma adotta strategie
di difesa dei sudditi nei confronti degli Stati esteri che appartengono al
comportamento di uno Stato moderno.
Con un’ottica di ancora più ampia
prospettiva si muove l’Italia napoleonica dove demolizioni, ridefinizione degli
spazi, nuove reti viarie incrociano strategie belliche e necessità
amministrative in un quadro allargato e d’insieme, rimasto sino a quel momento
estraneo agli Stati italiani d’ançien régime. Siamo di fronte alla prima
emersione dello Stato amministrativo e alla sempre più stretta congiunzione tra
politica e armi, rilevanti passaggi di costruzione del mondo moderno.[11] La figura cruciale per queste esigenze è quella degli ingegneri-geografi
chiamati dalla duplice necessità, amministrativa e militare, a mappare il territorio.
L’ambito militare e civile appaiono strettamente connessi, incarnati da queste figura professionale - l'ingegnere
militare – “mediatore tra Stato e privati, tra Stato e società, incaricato di
disciplinare il progresso” (Lorenzo Cuccoli).[12] Un lascito di esperienze e tecniche reimpiegato nell’Italia dei decenni
successivi, si pensi ai piani di costruzione e sventramento di Roma e Milano,
dentro all’humus culturale di una classe dirigente molto attenta a quello che
succede nei principali Stati europei.[13] Questa lettura porta Cuccoli ad inserirsi in un solco interpretativo che
ridimensiona il valore di cesura del 1815 per enfatizzare il nesso di
istituzioni, personale e competenze con l’età napoleonica.[14]
Il processo di decollo economico e di
nazionalizzazione degli Stati europei si scontra con rivendicazioni politiche e
sociali che hanno nella capitale della Francia la loro anticipazione. La mappa
delle barricate che delinea Michele Toss nel saggio Protesta sociale e
territorio a Parigi (1830 – 1848) non è soltanto il frutto dei processi di
sviluppo economico, ma è soprattutto inserita e comprensibile alla luce della
solidità del tessuto associativo. Toss esplora un’area urbana del tutto
peculiare - quella parigina della microindustria -, con aspettative (democrazia
o rivoluzione?), memoria storica e forti reti di vicinato solidale che
anticipano di mezzo secolo, senza raggiungere la stessa intensità, analoghe
esperienze di rivolta urbana in Italia.[15]
Dentro a questi contesti, lo sguardo
del geografo Federico Ferretti Articolazione
costiera ed egemonia europea nella geografia del XIX° secolo, tenta di offrire una macrolettura,
spaziale e temporale, della dinamicità economica degli Stati europei.
Riprendendo la comparazione tra Cina ed Europa di Jared Diamond[16],
Ferretti condivide l’idea che alla base dello sviluppo europeo ci sia stata
anche la frammentazione statale del continente europeo, del quale la Repubblica veneziana e il Regno italiano di impronta napoleonica possono essere inseriti fra
i numerosi modelli. In particolare, la frammentazione statale è stata favorita
dalla conformazione del continente europeo, con le sue grandi isole (la Gran Bretagna), con le sue penisole e le sue catene montuose che hanno impedito un’ampia
centralizzazione statale sul modello cinese, ma che ha permesso la circolazione
delle idee e la competizione economica, aspetti, di contro, sempre più scarni
nella Cina dei secoli XVII e XVIII che ne determinano la decadenza.
Articolazione costiera e navigazione si pongono come premesse alla base dei
commerci e della guerra, schema più aderente all’Europa occidentale che culmina
con l’imperialismo del XIX° secolo.
Donne nella grande trasformazione (l’Italia dagli anni
Cinquanta agli anni Settanta)
Due saggi indagano l’universo femminile
con tagli metodologici diversi, dall’analisi economico – quantitativa di Eloisa
Betti (Il lavoro
femminile nell’industria italiana: gli anni del boom economico) all’analisi storico - psicologica
di Lorenza Perini (Costruire/decostruire.
Lo spazio pubblico del discorso sull’aborto in Italia prima del 1978 e in
America dopo l’11 settembre 2001). Entrambe affrontano il lato
oscuro dello sviluppo economico e sociale.
Eloisa
Betti riflette su alcuni dati strutturali del boom economico italiano,
inquadrandoli dentro l’asse temporale di più lungo sviluppo 1951-1971. La
poderosa accelerazione dello sviluppo industriale italiano, con incrementi
percentuali del prodotto interno lordo superiori a quelli di Gran Bretagna e
Usa nel quindicennio 1955 –1970, non colma i disequilibri strutturali, né
coincide con il raggiungimento della piena occupazione (il risultato migliore è
quello del 1963 con il 3,9% di disoccupati). Alla diseguale crescita economica
per aree geografiche, con il triangolo industriale in funzione di traino, si
affianca la sperequata composizione dell’impiego che vede gli indici di
disoccupazione femminile sempre più alti di quelli maschili.[17] Nel quinquennio del miracolo economico (1958 – 1963) l’occupazione femminile
risulta essere in calo in termini assoluti. Anche osservando l’andamento del
fenomeno fino al 1971, il traino determinato dall’espansione del settore
industriale si riverbera nella crescita dell’impiego maschile e nel calo della
presenza femminile. Gli ingressi di giovani lavoratrici non colmano la perdita
complessiva di posti di lavoro occupati dalle donne. Tra uomo e donna
permangono disparità salariali formalmente compensate nel 1960, ma operanti
anche successivamente in altre forme, spesso inquadrando le donne con
qualifiche più basse. E’ il riscontro di un disagio economico sociale che resta
sommerso da lusinghieri macrodati, ma affiora in forme non trascurabili nelle
indagini sulla vita quotidiana. I saggi di Betti e Perini convergono nel
segnalare come negli anni Sessanta le aspettative delle donne non siano
elevate. La condizione di casalinga resta desiderabile: nei ceti medio-bassi il
modello del male bread-winner appare incontrastato. Il modello è
riprodotto nei messaggi pubblicitari, dall’altro lato, più sporadicamente e con
meno efficacia, è messo in discussione da quei programmi (radiofonici e
televisivi) che ambiscono a raccontare l’Italia com’è.
Le prime forme del racconto
femminile, illustra Lorenza Perini, non si pongono su un piano rivendicativo,
ma mirano ad affermare un’esistenza, “io esisto”, “e il racconto spezza almeno
per un attimo la catena inesorabile degli eventi.” Per la rimessa in
discussione dei ruoli occorre attendere la metà degli anni Settanta che agisce
sulla spinta del ‘68 mentre anche l’emigrazione, specie per le donne più
giovani, contribuisce a spezzare il consolidato tradizionalismo di ruoli e di
aspettative.[18] L’acquisizione della consapevolezza del ruolo di donna matura sulle esperienze
passate, si salda nei circuiti sociali, al punto che sempre più donne arrivano
a costituire un’avanguardia di sensibilità e conoscenze che sopravanza quello
che può definirsi il senso comune medio dei parlamentari. Chi è chiamato a
legiferare non può ignorare vissuti ed esperienze maturati su vicende estreme,
a partire dai debiti contratti per abortire o da una vita quotidiana dove si
impara a fare gli aborti (un segreto di spettrale solitudine fra le mura
domestiche), con i rischi insiti per la salute nell’immediato e nel lungo
termine. La ferita di un atto - che chiede “drammatica urgenza” - è ferita
della condizione di non potere mantenere i figli, di perdere una parte di sé, e
di ripetere, con la stessa disperazione, più e più volte ancora il trauma
dell’aborto, per un’atavica ignoranza verso il proprio corpo e la propria
sessualità.
Dentro al saggio della Perini si
avvertono gli effetti di una accelerazione temporale, quasi deflagrante nei
confronti di un dramma atavico, e prodotta, nella velocità delle trasformazioni
economiche, da acquisizioni contrastanti quali i modelli legati al boom
economico e la critica di quei modelli dentro ai circuiti sociali delle nuove
generazioni.[19]
Sintetico epilogo guardando al terrorismo nell’epoca della globalizzazione
L’occasione per un’ultima annotazione
la offre la seconda parte del saggio di Lorenza Perini sugli Stati Uniti
dell’era George W. Bush. Il tema è quello dell’intensa campagna antiaborista,
rinvigoritasi dopo l’11 settembre 2001.
Come il diritto al divorzio anche il
diritto all’aborto è comunemente entrato, nella seconda metà del Novecento,
nelle legislazioni sociali degli Stati occidentali, in quel percorso di
compimento della secolarizzazione che è stato alla base, sin dal XIX° secolo,
del cammino delle società laiche e moderne. La società statunitense ha rappresentato
un modello per l’Europa occidentale nei primi decenni postbellici - oltre che
di un sistema di consumo - anche di costumi più liberi e laici.
Nell’era del terrorismo globale il
corpo ha riacquisito una centralità puramente strumentale, un’acquisizione numerica
pronta all’uso, non distante dalla concezione demografica delle dittature
fasciste degli anni Trenta. C’è il corpo del kamikaze immolato al fanatismo
islamico e c’è l’altrettanto strumentale richiamo al corpo del fondamentalismo
di matrice cristiana - antilaico, antimodernista - che si esprime nel
messianesimo visionario delle crociate antiaboritiste. Le ideologie
contrapposte (quella islamista e quella fondamentalista statunitense, con i
loro diversi registri e riferimenti) si sono trovate concordi nel concepire un
sistema di pensiero che vorrebbe privare l’individuo di disporre del proprio
corpo.[20]
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