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Tullia Catalan
La ricezione del sionismo
nella stampa cattolica italiana (1897-1917)
Una ricerca in corso
Questo articolo fa
parte del Dossier Antisemitismo
e chiesa cattolica in Italia (XIX-XX sec.)
La reazione della stampa cattolica italiana alla nascita e
alla diffusione del sionismo negli anni di fine Ottocento e primo Novecento, fino alla
svolta della dichiarazione Balfour del 1917 con la concessione inglese di un focolare
ebraico in Palestina, è un tema che non è stato ancora molto approfondito dalla
storiografia, che ha scelto di concentrarsi soprattutto sul periodo della prima guerra
mondiale, sugli anni del Mandato Britannico (1922-1948) e sui rapporti fra Vaticano e
stato di Israele dopo il 1948[].
Ad oggi, lo studio più esauriente per il periodo precedente al Mandato è ancora il
lavoro di Sergio Minerbi [2008], che ha focalizzato il suo importante volume sui
rapporti politico-diplomatici fra il Vaticano e le altre nazioni, prendendo anche in
considerazione i contatti avvenuti fra la Santa Sede e i leaders sionisti dal 1897 al
1917. Tuttavia, pur avendo usato nel proprio lavoro la stampa cattolica ufficiale,
Minerbi non ne fa oggetto specifico di trattazione, ma la usa esclusivamente come
fonte.[] Sempre Minerbi inoltre, in una ricerca
probabilmente propedeutica al volume, ha affrontato più nel dettaglio le dinamiche
intercorse all’interno del Vaticano di fronte alle posizioni sioniste durante la grande
guerra, avvalendosi in maniera più diffusa degli organi di stampa ufficiali ed ufficiosi
della Santa Sede [Minerbi 1967]. Vi sono poi altri studiosi, come ad esempio, Renato
Moro, Annalisa Di Fant, Michele Nani e di recente Valerio Marchi, che hanno preso in
considerazione in lavori incentrati su altri temi, anche la questione della ricezione
del sionismo nel cattolicesimo italiano[]; mentre
Raffaella Perin, nella sua tesi di dottorato ha fornito un interessante contributo alla
conoscenza dei fatti soprattutto grazie ai documenti consultati nell’Archivio Segreto
Vaticano, inerenti ai rapporti fra la Chiesa e il sionismo in occasione della morte di
Theodor Herzl[].
Dopo il lavoro pionieristico di Minerbi, ciò che ha caratterizzato la maggior parte
della produzione storiografica su questo tema è stata da parte dei successivi autori la
ripresa costante e spesso acritica delle stesse fonti, che ha condotto in alcuni casi a
riproporre i medesimi errori formali nella loro citazione[], e che nonostante un indubbio approfondimento della lettura ed
evidenziazione di alcuni elementi rispetto ad altri, non ha portato a significativi
progressi nella ricerca rispetto ai risultati raggiunti da Minerbi. Un’attenta
ricostruzione dei rapporti diplomatici tra la Chiesa e la Terra Santa si trova negli
studi di Daniela Fabrizio, le cui ricerche si sono incentrate sulla controversa
questione dei Luoghi Santi [Fabrizio 2000; 2004].
Finora inoltre non è stato fatto sul tema del rapporto fra la Chiesa e il sionismo
delle origini uno spoglio mirato su testate del cattolicesimo intransigente di
provincia, sicuramente meno autorevoli dell’«Osservatore Romano» e di «Civiltà
Cattolica», ma altrettanto importanti per toccare con mano quale fosse all’epoca la
reazione del mondo cattolico e del “paese reale” alla nascita e alla diffusione del
sionismo, tenuto conto anche della delicata questione dei Luoghi Santi, assolutamente
centrale per la politica diplomatica della Chiesa cattolica[].
Non va infatti trascurato il fatto che il movimento sionista nacque ufficialmente
proprio a ridosso della campagna cattolica europea anti-dreyfusarda, mentre in
Austria-Ungheria si affermava sulla scena politica della capitale il partito cristiano
sociale con a capo Karl Lueger, borgomastro di Vienna dal 1895[]. Un momento pertanto cruciale per la storia dell’ebraismo europeo da
una parte e, della Chiesa contemporanea dall’altra, che vide in questi anni la
progressiva trasformazione del tradizionale antigiudaismo in antisemitismo politico,
propagandato e sostenuto anche dalla stampa cattolica locale, con linguaggi e stereotipi
di sovente più espliciti e meno raffinati di quelli usati dalle testate più vicine alla
Santa Sede, seppure erano state queste ultime a dare l’avvio alla campagna antisemita
[Miccoli 1997].
Vi è poi a mio avviso un’altra pista di indagine che andrebbe presa in considerazione
per comprendere meglio le posizioni dei cattolici e della stampa cattolica italiana
sull’evolversi del movimento sionista fra fine Ottocento e primo Novecento. Sarebbe
infatti utile interrogarsi sulle reazioni degli ebrei italiani, anche quelli non
sionisti, agli incontri avvenuti nel 1904 e nel 1917 tra autorevoli esponenti del
movimento sionista internazionale e la Santa Sede[],
in quanto si può affermare che vi era attenzione da parte della stampa ebraica italiana,
anche di quella non filo-sionista, nei riguardi di ciò che le testate cattoliche
italiane, anche quelle provinciali, sostenevano nei riguardi del sionismo[]. In questo modo il quadro dei rapporti fra ebrei e
chiesa cattolica si articolerebbe meglio e attori e punti di vista diversi tra loro
entrerebbero in gioco, restituendoci una realtà più frammentata e complessa di quella
ricostruita dagli studi politico-diplomatici.
Il principale obiettivo di questo lavoro è quello di prendere in esame la stampa
cattolica più vicina alla Santa Sede, «La Civiltà Cattolica» e «L’Osservatore Romano»,
in modo da capire attraverso la lettura di queste due testate quale fosse stata
all’epoca la ricezione di tre eventi importanti nella storia del sionismo: la fondazione
ufficiale del movimento al I Congresso di Basilea nel 1897; la visita a Roma del leader
del sionismo mondiale Theodor Herzl e il suo incontro con Papa Pio X nel 1904; la visita
di Nahum Sokolow in Vaticano e i primi commenti a caldo dopo la Dichiarazione Balfour
nel novembre 1917.
Si intende poi confrontare quanto emerge da questa stampa cosiddetta “ufficiosa”,
sempre molto attenta e misurata nelle sue considerazioni in merito agli eventi indicati,
con le informazioni desunte sui medesimi avvenimenti da alcune testate cattoliche locali
più o meno prestigiose ed influenti e a quanto sembra da un primo sondaggio meno caute e
più esplicite nella loro avversione al sionismo nei loro interventi. Tale verifica a più
ampio spettro è stata fatta soprattutto per il 1897, ed è stata condotta su alcune
riviste del cattolicesimo intransigente di provincia di una certa importanza e
diffusione. Le testate consultate sono quelle dell’intransigentismo cattolico:
«Osservatore Cattolico» di Milano, «Eco di Bergamo»; «Unità Cattolica» di Firenze; «Voce
della Verità» di Roma e «Amico» di Trieste, ma tranne che per quest’ultima testata, non
è stato al momento possibile estendere la ricerca agli altri due momenti qui presi in
esame, il 1904 e il 1917[]. Va inoltre evidenziato
come in realtà tutte le riviste cattoliche fossero sottoposte nei loro contenuti ad un
capillare controllo centrale.
Del resto in questa prima fase del lavoro ci si è concentrati maggiormente sull’inizio
del sionismo e sul 1897[], in quanto anche in
seguito allo scoppio nell’autunno dello stesso anno dell’Affaire
Dreyfus, la campagna antisemita avviata dalla stampa cattolica trovò in
questo periodo uno dei suoi punti più alti, rispetto alle date successive qui
analizzate, caratterizzate invece da un abbandono dello strumento propagandistico
dell’antisemitismo da parte della Chiesa, anche a causa degli alterni risultati dell’uso
politico.
Alla luce di quanto è emerso da questa prima indagine, al di là della irrinunciabile
questione per la Chiesa della salvaguardia dei Luoghi Santi, in questi periodici di
modesta caratura intellettuale, ma di vasta diffusione popolare, per contrastare il
sionismo furono usati in modo incisivo tutti gli stereotipi più noti
dell’antisemitismo.
La ricerca è tuttavia ancora in itinere, altre testate cattoliche di provincia
andrebbero consultate per il 1904 e 1917, poiché il mio sondaggio per queste date si è
limitato alla «Civiltà Cattolica» e all’«Osservatore Romano».
Infine, andrebbe fatto un analogo lavoro anche sulla stampa cattolica vicina ai
cattolici moderati e andrebbero consultate altre fonti, quali ad esempio carteggi di
esponenti di rilievo del movimento cattolico italiano, in modo da vedere quali erano gli
orientamenti su questi temi di un altro importante e non trascurabile versante della
Chiesa italiana, i cui rapporti con l’ebraismo non sono ancora stati approfonditi come
invece l’importanza del tema meriterebbe.
Questo contributo vuole essere una prima riflessione sulla ricezione della fase
iniziale del sionismo nella stampa cattolica semi-“ufficiale”. Nelle pagine che seguono
pertanto, sarà data centralità soprattutto al 1897, anno di nascita del movimento
sionista, durante il quale le maggiori testate cattoliche italiane, e anche quelle di
provincia, commentarono e discussero con toni più o meno duri, spesso infarciti da
stereotipi antisemiti, l’affacciarsi sulla scena politica internazionale del nuovo
movimento nazionale ebraico, che rivendicava come territorio la Palestina.
Attenzione inoltre verrà data anche al 1904, anno della visita di Theodor Herzl in
Italia e suo incontro con il Re e con il Pontefice, per poi concludere con la
Dichiarazione Balfour del 1917, autentico momento di svolta per il movimento sionista,
percepito da questo momento con maggiore allarme dalla Chiesa e di conseguenza dalla
stampa cattolica, preoccupata per la salvaguardia dei Luoghi Santi.
La nascita ufficiale del sionismo nel 1897 e le prime
reazioni della stampa cattolica
Il primo articolato commento sul progetto degli ebrei
sionisti di fondare un nuovo stato ebraico in Terra Santa fu pubblicato nella stampa
cattolica semi-ufficiale il 20 aprile 1897 sulla rivista dei gesuiti di diffusione
internazionale «La Civiltà Cattolica» da un anonimo estensore, identificato in padre
Raffaele Ballerini[].
L’articolo, La
Dispersione d’Israello per il mondo moderno, pur non usando mai nel testo
la parola sionismo, già nel titolo allude al tema della condanna divina nei confronti
degli ebrei, in modo da influenzare da subito i lettori contro gli obiettivi dei
sionisti di rientrare in Palestina [Bensoussan 2007]. Su questa affermazione incentrata
sulle Sacre Scritture e sugli scritti di Agostino[] tese a giustificare in modo inoppugnabile l’impossibilità del ritorno a
Gerusalemme per gli ebrei, si sono soffermati gli storici che hanno preso in esame
l’articolo, tanto citato, ma spesso trattato frettolosamente dalla storiografia,
soprattutto quella americana[], che ha tralasciato invece di analizzare la cornice storica entro la quali
sono state enunciate queste affermazioni.
Si tratta di un intervento lungo, che esige una attenta lettura e che va
contestualizzato anche nel periodo in cui fu pubblicato, non a caso quello pasquale e
durante l’intensificarsi sulla stampa cattolica anche italiana della campagna
antiebraica, sull’onda dell’affermazione del partito cristiano-sociale in
Austria-Ungheria, indicata spesso come la nazione più sottomessa agli ebrei.
In esso sono presenti molti dei temi della polemica antiebraica cattolica dell’epoca:
la condanna dell’emancipazione civile degli ebrei, che è qui interpretata anche come
causa principale dell’antisemitismo moderno; la condanna divina a essere un popolo
eternamente in diaspora, lontano da Gerusalemme e dalla Terra Santa fino al giorno del
giudizio e della conversione di tutti i non cristiani; l’accusa agli ebrei di tramare
segretamente all’interno delle rispettive nazioni, legati dall’appartenenza a una
medesima stirpe, ovunque stranieri e ritenuti una nazione nella nazione[]; l’interesse costante degli ebrei per la pratica
dell’usura e per i facili guadagni, da cui il periodico fa derivare la loro presunta
incapacità di lavorare la terra e la diffusa debolezza morale.
L’articolo inizia argomentando le deleterie conseguenze per il mondo cristiano causate
dall’emancipazione civile degli ebrei in Europa, frutto della Rivoluzione francese, che
è ripresa non a caso da Ballerini anche nelle conclusioni, con l’intento di chiudere il
suo ragionamento, ponendo l’accento sull’origine della situazione di criticità nella
quale i cristiani a suo avviso vivono in molti degli stati europei. Nella parte centrale
dello scritto l’attenzione del lettore è convogliata sulla ricostruzione anche
quantitativa della presenza ebraica in Europa, nella quale spicca l’uso di un lessico
infarcito di stereotipi di animalizzazione degli ebrei, già rilevati a suo tempo anche
da Giovanni Miccoli [1997, 1437]. Ballerini infatti sostiene che la «stirpe giudaica
pullula con maggiore fecondità», scrive che «circa sessantamila si annidano nella città
di Parigi», e afferma che «il formicolaio però è sempre nelle terre dell’antica Polonia,
e nelle prossime che lo circondano»[].
Collegata inoltre al tema dell’impossibile ritorno degli ebrei in Palestina, è la
parte dell’articolo dedicata a illustrare i fallimenti delle colonie agricole fondate e
finanziate dal barone Hirsch in Argentina: secondo Ballerini questo esperimento non è
riuscito per due motivi:
La prima, che il giudeo di lavori faticosi,
specialmente campestri, non vuol saperne; e l’esperienza prova esser più facile trovare
una mosca bianca, che non un ebreo contadino. L’altra, che le condizioni poste agli
emigranti erano sì gravose, che riuscivano intollerabili […] Per lo che i poco più di
seimila che navigarono per quella terra promessa, ne sono in buon numero tornati,
preferendo il viver essi di usura in Europa […].[]
L’intento di Ballerini era di sottolineare in questo
passaggio che gli ebrei non erano adatti ai lavori agricoli e di conseguenza non
preparati ad affrontare i disagi della Terra Santa.
Vi è poi una parte dello scritto dedicata dal gesuita alla situazione
dell’Austria-Ungheria, definita un vero e proprio “feudo” degli ebrei, arginato solo
grazie alla recente «vigorosa riscossa dei cristiano sociali»; un’altra parte è invece
focalizzata sull’Italia, dove gli ebrei con l’emancipazione sono riusciti a ottenere
posti di prestigio e di potere in tutto l’apparato amministrativo, politico e nel
giornalismo. Ballerini afferma infatti: «Quindi non è da stupire che in Italia pure,
contro gli ebrei, come per tutto altrove, prenda fiamma quell’animosità, che viene
giustificata dal titolo di legittima difesa dei diritti più sacri della natura: e sono
la coscienza da salvare e la borsa da conservare»[].
A questo punto, dopo avere illustrato le caratteristiche a suo avviso negative
dell’integrazione degli ebrei nei paesi dell’Europa centro occidentale, Ballerini
riprende nuovamente il tema della Palestina, affermando che tra i vari rimedi studiati
per liberare la cristianità dalla piaga giudaica, si propone spesso quello
di scacciarli da’ suoi confini, di rilegarli nuovamente nella Palestina e costringerli,
coll’oro carpito ai popoli dell’Europa, a ristabilirsi nella pristina loro terra, a
riunirvisi in corpo e rifarvisi nazione, rifabbricando una opulenta Gerusalemme, che
risorgerebbe metropoli del Regno loro.[]
Il progetto tuttavia non sembrava percorribile neanche a un sostenitore degli
ebrei come l’economista francese Pierre Paul Leroy-Beaulieu, ricorda Ballerini,
riproponendo le motivazioni sollevate dallo studioso, che vedeva nell’approvvigionamento
di viveri, nell’estensione del territorio e nella presenza dei Luoghi Santi gli ostacoli
principali ad accogliere un così elevato numero di ebrei in Palestina.[]
Va notato come l’articolista si rifiuti di ascrivere agli ebrei l’intenzione autonoma
di ristabilirsi in Palestina, ma presenti al contrario il progetto come rimedio
escogitato dai cristiani per liberarsi di essi. Questo stratagemma discorsivo gli
permette però di chiudere l’articolo con due punti che gli stanno, a quanto sembra,
particolarmente a cuore e che egli definisce gli unici rimedi possibili per evitare il
rientro ebraico in Terra Santa e la supremazia ebraica nei paesi dove sono stati
emancipati. Il primo rimedio è individuato nella condanna delle Sacre Scritture alla
dispersione degli ebrei; mentre il secondo, definito esplicitamente «il rimedio più
pratico, più alla mano e più efficace» è individuato nell’opera politica dei
cristiano-sociali, che tende a ripristinare la situazione di discriminazione effetto di
quella condanna divina.
È proprio su quest’ultimo punto dell’antisemitismo politico usato strumentalmente dai
cristiano-sociali che vorrei soffermarmi, in quanto l’articolo di Ballerini apre una
diversa prospettiva nella lettura dei rapporti che caratterizzarono prima del 1917 i
rapporti fra Santa Sede e i leaders sionisti, e non va trascurato il fatto che Herzl
vivendo a Vienna, conoscesse bene gli strumenti e i temi usati dai cristiano-sociali in
funzione antiebraica [Pulzer, 1988; Pauley, 1993].
Non è un caso pertanto che Ballerini concluda il suo lungo intervento dedicando
proprio alla politica dei cristiano-sociali austriaci le considerazioni finali del suo
scritto. Parlando di rimedio possibile contro l’eccessiva influenza ebraica, egli lo
individua
nell’uso leale, dov’è lecito, di quell’arma stessa dei
popolari suffragi, di cui l’ebraismo corruttore si è valso, per assoggettare a sé i
paesi che lo hanno ospitato. Quando poi i voti del maggior numero siano in mano dei
Parlamenti cristiani, si potrà vedere fino a qual punto la parità dei diritti, concessa
al disperso Israello, sia da mantenere, sia da togliere, sia da riformare.[]
Un messaggio esplicito ai lettori di
«Civiltà Cattolica», che da un lato pone in altra luce anche gli interventi che si
ebbero negli anni successivi in concomitanza dei Congressi sionistici, nei quali il
ruolo dell’ebraismo austriaco, ma soprattutto viennese venne sempre messo negativamente
in rilievo; e dall’altro invece sembra sollevare una cauta critica alla politica
astensionistica della chiesa in Italia.
Nel corso del 1897 su «La Civiltà Cattolica» uscì sul sionismo solo questo lungo
intervento di Ballerini, mentre al I Congresso sionista di Basilea che si tenne in
agosto, la rivista dedicò un trafiletto, nel quale però si sosteneva erroneamente che
fosse il secondo congresso e non il primo.[]
Dal canto suo l’altro periodico vicino alla Santa Sede, «L’Osservatore Romano» [Leoni
1970; Di Fant 2002, 17-18], fondato nel 1861, era intervenuto già nel giugno del 1894 e
nel maggio del 1895 con due brevi articoli nei quali si commentava, ma in modo ancora
fugace il progetto sionista, non senza tuttavia mettere in campo la più tradizionale e
antica delle accuse antigiudaiche, quella del deicidio, assieme alla condanna divina
alla diaspora, che venne come si è visto ripresa con maggiore forza nel 1897.
Nell’annunciare infatti il progetto di apertura di un’università ebraica a Gerusalemme
con il finanziamento dei Rothschild e degli Hirsch, così si esprime l’anonimo
articolista:
Sia questo un nuovo mezzo di richiamo dei Giudei nella loro
antica metropoli? Si comincerebbe così a verificare il ritorno predetto nelle Sacre
Carte degli spersi figliuoli di Giuda nella città deicida, per ivi rendere l’ultimo
ossequio al divino Redentore del genere umano?
Ad ogni modo, vi è chi non vedrebbe di mal occhio spopolarsi l’Europa e il mondo
cristiano da questi nomadi […].[]
Ritroviamo qui un tema, quello dell’allontanamento degli ebrei dall’Europa
proposto come un rimedio da alcuni antisemiti, che Ballerini riprese proprio all’inizio
del suo articolo, e che all’epoca probabilmente fu oggetto di discussione all’interno
del mondo cattolico. Di condanna divina alla dispersione vi è cenno anche nel breve
articolo Gli ebrei in Palestina, pubblicato
nell’agosto del 1896.[]
Nei mesi che anticiparono il I Congresso di Basilea l’«Osservatore Romano» uscì con
due interventi: il primo dedicato alla preparazione degli ebrei americani all’imminente
congresso, nel quale il periodico mise in rilievo come il progetto degli ebrei ricchi
«vampiri d’Europa» fosse di fare della Palestina una sorta di rifugio per «gli inabili e
gli impotenti al lavoro», sottolineando nelle conclusioni la velleità di tale
prospettiva[]. Il secondo intervento invece
era solo un breve accenno al fatto che gli ebrei si stavano già attrezzando con delle
navi fornite dai Rothschild per il loro prossimo trasferimento a Gerusalemme[].
Nonostante l’attenzione fosse abbastanza alta negli ambienti vaticani nei riguardi dei
progetti sionisti, le prime notizie sul Congresso di Basilea svoltosi a fine agosto
1897, furono alquanto laconiche e asettiche, secondo uno schema poi ripreso anche dalla
stampa locale, anche se, come si vedrà, con alcune eccezioni[]. Più incisivo e collegato in parte all’impianto discorsivo
riscontrato in «La Civiltà Cattolica», si presenta l’articolo pubblicato dal periodico
all’indomani del congresso, dove la ricostruzione della presenza ebraica nel mondo è
accompagnata dall’uso dell’animalizzazione degli ebrei, comparati questa volta alle
immense mandrie, che popolano le praterie della Pampas nel nuovo mondo».
Per l’«Osservatore Romano» l’impossibilità di avere una statistica corretta sul numero
degli ebrei in Europa, era una prova evidente della fondatezza della condanna di Dio
alla dispersione: «È ancora una prova novella dei vani tentativi che ora fa per darsi
una patria, essendo che come per la nequizia sua il Figliuolo dell’uomo non aveva una
pietra sopra cui poggiare il capo, così essa non deve avere un palmo di terra sopra cui
posare il piede»[].
In definitiva le due più autorevoli pubblicazioni cattoliche si pronunciarono nel
corso del 1897 con toni spesso irrisori e denigratori nei riguardi del sionismo e senza
manifestare, almeno apertamente all’opinione pubblica, l’esistenza di una seria
preoccupazione per il progetto sionista di fondare uno stato ebraico in Palestina.
Al contrario è ben noto che la chiesa si mobilitò subito per acquisire maggiori
informazioni sui possibili scenari futuri, richiamando a Roma mons. Bonetti all’epoca
rappresentante apostolico a Costantinopoli per trattare la delicata questione con la
diplomazia francese, in quanto all’epoca la Francia era responsabile degli interessi
cattolici in Terra Santa.[]
Per quanto riguarda invece altre testate cattoliche italiane, va detto che l’interesse
nei riguardi del sionismo, a differenza delle posizioni assunte tempestivamente da «La
Civiltà Cattolica» e dall’«Osservatore Romano» giunse, ad eccezione dell’«Osservatore
Cattolico» di Milano[], all’indomani del I
Congresso di Basilea, ma si caratterizzò per il numero di articoli e per l’asprezza dei
toni usati rispetto alla linea adottata dai due periodici ufficiosi.
Sull’«Osservatore Cattolico» uscirono cinque articoli nel mese di settembre; cinque ne
uscirono sulla «Voce della Verità» di Roma; due sull’«Amico» di Trieste; mentre l’«Unità
Cattolica» di Firenze fra fine agosto e settembre pubblicò cinque articoli e «L’Eco di
Bergamo» ne pubblicò due. Dagli studi di Valerio Marchi inoltre, apprendiamo che anche
«Il Cittadino Italiano», il periodico cattolico del Friuli, nel corso del 1897
intervenne sulla questione del sionismo e della Palestina [Marchi 2011, 161-165;
Urettini 2007], così come intervennero anche i giornali cattolici torinesi studiati da
Michele Nani [2006, 190-191].
Ci troviamo pertanto di fronte a un materiale abbastanza ricco, che pur essendo in
parte ripreso nei contenuti dalle testate ufficiali italiane e straniere [Di Fant 2002],
tuttavia presenta spazi di riflessione autonoma, che vale la pena indagare più nel
dettaglio. Per il 1897 di maggiore interesse per le posizioni assunte sul sionismo sono
gli interventi pubblicati in due periodici: l'«Osservatore Cattolico» e la «Voce della
Verità».
Ad esempio, nell’«Osservatore Cattolico», considerato il maggiore periodico
intransigente del Nord Italia [Di Fant 2002, 19], stupisce non poco il brusco passaggio
nell’arco di nemmeno una settimana da un tono asettico, che nel descrivere il Congresso
di Basilea adotta il termine – in voga nel mondo liberale e fra gli ebrei stessi – di
«israeliti» e riporta seppure in modo stringato e senza ulteriori commenti le decisioni
principali dell’assemblea[], ad un linguaggio
invece ricco di stereotipi e di temi propri dell’antisemitismo politico. Ci si trova
difatti di fronte ad un progressivo aumento degli attacchi nei riguardi del sionismo,
che si concretizza nel sapiente uso del singolare per indicare in realtà tutti gli
ebrei, come nell’articolo Il Giudeo in cerca di un regno[], dove si annuncia il progetto sionista, e si mette in rilievo l’incapacità degli ebrei,
nonostante il possesso del denaro, di realizzare i loro desideri: «Poiché gli ebrei così
potenti per oro non sono ancora riusciti a cesellare questo oro in corona. Quel popolo
che regna dappertutto, si affligge di regnare in nessuna parte»[]. Anche qui sono intrecciati sapientemente alcuni
stereotipi tradizionali: quello del possesso dell’oro, quello dell’ebreo errante e
quello invece più recente, che stigmatizza la capillare presenza degli ebrei nei ruoli
di rilievo delle società europee, frutto secondo la chiesa della Rivoluzione francese e
della conseguente emancipazione civile e politica degli ebrei [cfr. Brice, Miccoli
2003].
Nei giorni seguenti il periodico intervenne nuovamente, commentando questa volta in
prima pagina, da un lato le reazioni al congresso di Basilea di alcuni antisemiti,
definiti «lieti che gli ebrei pensassero ad andarsene a disinfettare l’Europa», e che
erano andati a suo dire ad applaudire i discorsi di Herzl; e dall’altro introducendo un
argomento poco affrontato, quello delle reazioni negative al sionismo politico di gran
parte dell’ebraismo francese e tedesco, strumentalmente lette dal periodico come una
chiara testimonianza della poca forza e serietà politica del movimento [].
Passaggio quest’ultimo importante, perché il sionismo andava a inscriversi per le sue
caratteristiche e per la struttura organizzativa voluta dallo stesso Herzl in
quell’insieme di movimenti di rivendicazione nazionale, che all’epoca caratterizzarono
lo scenario europeo [Berkowitz 1993]; pertanto l’attacco doveva essere condotto dalla
chiesa non solo sul piano teologico, ma anche su quello politico. Infine, vi era nella
gerarchia cattolica la costante cura di minimizzare l’importanza della nascita del
sionismo, e perciò in chiusura l’articolo si affrettava a fugare nei lettori il dubbio
che la chiesa nutrisse delle preoccupazioni a riguardo, come al contrario affermava la
stampa liberale[].
Nel mese di settembre l’«Osservatore Cattolico» usciva con un editoriale dedicato al
sionismo e alla figura dell’ebreo errante[],
stereotipo della condanna divina alla dispersione, nel quale riecheggiavano temi e
figure quali l’usura, il cosmopolitismo, l’incapacità di lealtà alla nazione di
appartenenza, già proposte e trattate nel primo, pioneristico saggio di «Civiltà
Cattolica», analizzato in precedenza[]:
L’ebreo errante s’aggira, s’aggira: accumula capitali, istromenti del lavoro,
tesoreggia, monopolizza, usuraio che ha in mano le dei mille e mille popoli, fra i quali
erra senza diventare mai sangue e carne di un solo focolare di quei popoli, e quando gli
pare che la sua bisaccia di viaggio sia colma abbastanza per ritornare a Sionne, egli
tenta chiamare a raccolta i dispersi figli di Israele a condurli là, là alla terra
promessa di giorni che furono ma che non torneranno più.
e dove si
ritornava anche sulla questione dell’atteggiamento di generale indifferentismo
manifestato dagli ebrei emancipati e liberali nei riguardi del sionismo, usando
l’artificio del singolare e facendo convergere tutti i mali della modernità
nell’ebraismo, descritto come corrotto e vizioso:
Tra i rabbini, nelle
sinagoghe, nella stampa ebraica la contraddizione, la confusione sul tema del sionismo è
già ordine del giorno […] Parlate all’ebreo, parlate al libero pensatore, parlate al
positivista del ritorno dell’ebreo a Sionne, della riedificazione del regno d’Israele,
della maledizione di Dio che vieta in eterno la ricostituzione di quell’antico regno, di
quella Gerusalemme, e positivista e libero pensatore, ed ebreo vi rideranno in viso, o
non vi intenderanno: essi non intendono se non borsa e sport, vino, donna e
canto.[]
Anche «L’Eco di
Bergamo», il quotidiano considerato tra i più moderati fra quelli intransigenti, faceva
proprie queste posizioni asserendo che gli ebrei «preferiranno sempre dimorare tra le
nazioni civili e ricche per dissanguarvi colle usure i cristiani»[], e al tempo stesso metteva in luce un altro
importante collegamento: quello fra la massoneria di Roma e l’ebraismo di orientamento
liberale, per giustificare così le simpatie manifestate dai giornali liberali nei
confronti del sionismo[].
Per quanto riguarda il periodico dei cattolici intransigenti fiorentini, «L’Unità
Cattolica», esso annunciava l’imminente convegno sionista riecheggiando nel titolo
l’intervento di Ballerini in «La Civiltà Cattolica» e ponendo l’accento sul fatto che
gli ebrei italiani probabilmente non avevano alcuna intenzione di andare a colonizzare
la Palestina, in quanto impegnati a «sfruttare i goym del Bel Paese».[] Nelle brevi corrispondenze successive, dedicate ai
lavori del Congresso, il periodico mantenne tuttavia un linguaggio neutro e asettico,
tranne che in una nota dove si commentava la chiusura dei lavori e si ironizzava sul
prezzo imposto dal Sultano per la vendita della Palestina agli ebrei[].
Di ben altro tenore invece il giornale romano, «La Voce della Verità», che nel corso
delle prime due settimane di settembre pubblicò un paio di articoli fra i più polemici e
denigratori degli ebrei e del progetto sionista, attingendo a piene mani stereotipi e
temi dal già citato articolo di Ballerini, e lanciando anche un durissimo attacco alla
stampa liberale italiana, che si era schierata in favore del sionismo accusando la
Chiesa cattolica di preferire in Terra Santa la presenza dei «turchi infedelissimi» a
quella ebraica[].
In un altro articolo pubblicato in prima pagina durante i giorni del Congresso
sionista, la «Voce della Verità» accanto alla tradizionale condanna divina, riproposta
per rassicurare i lettori dell’impossibilità dell’attuazione del progetto, argomentava
ulteriormente l’infondatezza della ricostituzione di un regno ebraico in Palestina,
asserendo che oramai «gli ebrei stessi non sono più adatti a formare una nazione», in
quanto privi della capacità di dedicarsi ai lavori agricoli, e inclini a «errare per il
mondo», risultando fondamentalmente infedeli a
qualsiasi patria.
In definitiva i temi antiebraici usati in funzione strumentalmente antisemita dalla
stampa cattolica erano gli stessi, anche se con declinazioni e sfumature che variavano
molto secondo la città e i collaboratori del periodico.
Ad esempio il tenore e il contenuto degli articoli dell’«Amico», il settimanale
cattolico diretto da Ugo Mioni, erano più vicini a quelli dei cristiano-sociali
austriaci, ai quali lo stesso Mioni si appoggiava, anche se con delle riserve, per
condurre la lotta politica nella Trieste asburgica[]. Il periodico, infatti, usa un linguaggio graffiante ed esplicito,
fatto di continui rimandi alle tradizionali accuse dell’antigiudaismo come il deicidio e
l’omicidio rituale, dimostrandosi più attento rispetto ai periodici italiani ai rimedi
politici a disposizione della chiesa per arginare la temuta presenza ebraica. Tali
posizioni si spiegano con il ruolo, seppur marginale, che i cristiano sociali avevano
conquistato in quel periodo nel mondo cattolico di Trieste e del Litorale
austriaco.
1904 e 1917: dalla visita di Herzl alla
svolta della dichiarazione Balfour
Negli anni successivi continuò l’attenzione della stampa
cattolica italiana nei confronti del sionismo; in concomitanza dei congressi uscirono
dei resoconti dai toni meno accesi rispetto a quelli adottati nel 1897[], fino a giungere nei primi anni del secolo ad un
silenzio quasi completo su quanto stava accadendo in ambito sionista, interrotto
saltuariamente da qualche sporadica notizia[].
Questo calo di interesse coincise con il venire meno dell’attenzione nei riguardi della
questione sionista e anche ebraica, che caratterizzò l’atteggiamento della chiesa sulla
stampa nei primi Novecento [Miccoli 2004, 27]. Ciò tuttavia non significò da parte del
Vaticano disinteresse totale nei riguardi dei progressi del sionismo; come ha bene
illustrato Minerbi vi fu sul versante politico e diplomatico una costante attenzione,
soprattutto rivolta alla salvaguardia dei Luoghi Santi[].
Tale mutamento di posizione pubblica è comprensibile se lo contestualizziamo
all’interno di quello che fu dagli anni Ottanta e fino agli inizi del XX secolo l’uso
dell’antisemitismo nella propaganda cattolica.[] Esso fu usato come strumento per colpire il mondo liberale e il diffuso laicismo e
anticlericalismo, dei quali i cattolici vedevano gli ebrei come massimi rappresentanti.
Giovanni Miccoli ricorda che la chiesa giocò, proprio negli anni dell’Affaire Dreyfus e dell’affermazione dei cristiano-sociali a
Vienna e in Austria-Ungheria, tutte le sue carte per riconquistare la sua antica
egemonia nella società. Tale clima contribuì a portare alla rottura dei rapporti dei
cattolici con la Francia ed ebbe nei primi del Novecento l’effetto conseguente di
attenuare la campagna antisemita sulla stampa, visto il finale esito negativo
dell’impegno cattolico nelle fila antidreyfusarde [Miccoli 2004, 23 e 26-27], mentre
sulla stampa provinciale il filone antisemita continuò ad essere ripreso di tanto in
tanto, soprattutto in occasione dei congressi sionisti [Marchi 2011, 171-177].
A dare l’idea di quanto fossero stati anni difficili per gli ebrei quelli del papato
di Leone XIII, ci aiuta un bilancio fatto dagli stessi ebrei sul «Corriere Israelitico»
in occasione della morte del pontefice, avvenuta nel luglio del 1903:
E
nemmeno gli stessi organi ufficiali o ufficiosi del Vaticano serbarono un indirizzo più
benevolo verso di noi. La Voce della Verità, la Civiltà Cattolica, e l’Osservatore
Romano non aiutarono certo alla lotta contro i pregiudizi religiosi e la fola degli
omicidi rituali.
Così passammo questo quarto di secolo sempre più peggiorando e nel timore di un
avvenire ancora più fosco. Ed oggi siam giunti al punto, che dobbiamo chiuder gli occhi
e abbandonarci alla corrente, come fa un annegato quando sa che non c’è più speranza di
salvarsi[].
Un chiaro segnale
che nella Chiesa cattolica vi era stato un mutamento di strategia nei confronti degli
ebrei e quindi del sionismo, si desume dal silenzio che caratterizzò la stampa ufficiosa
del Vaticano in occasione della visita del leader sionista Theodor Herzl a Papa Pio X il
25 gennaio 1904, preceduta tre giorni prima da un colloquio con il cardinale Merry del
Val [Nahon 1966; Nahon 1960].
Né «La Civiltà Cattolica», né tantomeno l’«Osservatore Romano» pubblicarono un rigo su
questi due incontri, che da quanto scrive Herzl nei suoi diari, ebbero come tema la
delicata questione dei Luoghi Santi, e come risultato un cortese, ma fermo rifiuto del
pontefice ad appoggiare in qualsiasi modo gli obiettivi dei sionisti [Minerbi 1988,
303.][].
Sappiamo dai Diari di Herzl e da alcuni suoi carteggi con il Presidente della
Federazione Sionista Italiana, l’avvocato Felice Ravenna, che in realtà la preparazione
dell’incontro con Pio X non fu un’impresa facile. Essa tuttavia stava particolarmente a
cuore al leader del sionismo mondiale, che con lungimiranza aveva bene compreso quanto
la Chiesa poteva influire sul piano diplomatico e spirituale, in positivo e in negativo,
nei futuri piani sionisti di stabilire uno stato ebraico in Palestina [cfr. Minerbi
1988, 152]. In una sua lettera a Felice Ravenna del settembre 1903, Herzl con grande
chiarezza illustrò le ragioni per le quali desiderava tanto conferire con il
papa:
Nou ne voulons que la terre profane en Palestine. Nous n’avons pas
l’idée de toucher aux lieux saints même de loin.
Les lieux saints doivent être extraterritorialisés pour tojours, res sacrae extra
commercium du droit des gens. Cette proposition je veux la faire accepter et protéger
par le Pape, comme le Souverain spirituel respecté et reconnu même par le chrétiens des
autre églises [cfr. Nahon 1960, 242].
Il fatto che in occasione
dell’incontro un profondo silenzio caratterizzasse gli organi di stampa cattolici può
essere inteso anche come l’espressione da un lato di una preoccupazione per l’evolversi
del movimento sionista, tanto ridicolizzato agli inizi da tutti i periodici qui
analizzati; e dall’altro da un atteggiamento del Vaticano improntato alla cautela,
considerato anche che il papato di Pio X era iniziato da poco.
Da quanto si legge nella stampa ebraica su questo incontro, sembra che anche Herzl
avesse preferito tacere sui suoi esiti negativi e sulla chiusura totale manifestata da
Pio X nei riguardi del sionismo, accentuando la favorevole accoglienza avuta dal Re
Vittorio Emanuele.
Fuorviante rispetto alla realtà degli avvenimenti è il resoconto di Dante Lattes sul
«Corriere Israelitico», nel quale si afferma:
Il papa avrà pensato che in
ogni modo lo spettacolo è bello e che il Dio pietoso della Bibbia non può che benedire
gli sforzi di coloro che ebbero da Lui una missione civile ed umana nel mondo […] Il
papa deve pensare che il ritorno degli Ebrei nella Terra dei loro padri è voluto dalla
Bibbia e, se si effettuasse, sarebbe il più gran segno della verità delle Profezie che
ce lo promisero. Se insomma la politica non ci mette il suo bastone, rendendo vana tutta
la simpatia che il nostro movimento desta nelle menti moderne, Re Vittori Emanuele e
Papa Pio X […] saranno fra i sostenitori non meno augusti del nostro risorgimento
[…].[]
Un altro scenario nei rapporti fra ebrei e Vaticano si delineò nel corso del
1917, prima della Dichiarazione Balfour, durante il papato di Benedetto XV, succeduto a
Pio X nel settembre 1914, quando nel corso di alcuni incontri avuti con il leader
sionista Nahum Sokolow nel maggio dello stesso anno, il pontefice manifestò una prima
apertura dettata da ragioni umanitarie nei riguardi del movimento nazionale
ebraico[]. A differenza di Herzl, che aveva
capito la chiusura politica e diplomatica del Vaticano verso il sionismo, Sokolow a
detta di Minerbi, si rivelò più ingenuo del suo predecessore, scambiando alcune
espressioni di cortesia del papa per una reale svolta nella politica della Santa Sede
[Minerbi 1988, 152]. Nell’incontro del 1917 la particolare situazione politica generata
dal conflitto in corso e il timore della Chiesa per i futuri equilibri della Palestina,
già indicata come probabile protettorato inglese, contribuirono a focalizzare il tema
sulla questione della tutela dei Luoghi Santi, dei quali la Santa Sede intendeva
discutere con le grandi potenze e non con gli ebrei.[]
Pur essendo in parte cambiato il clima nei rapporti fra ebrei e Santa Sede e tenuto
conto del fatto che il cardinale Gasparri e monsignor Pacelli nel corso dei rispettivi
incontri con Sokolow manifestarono solidarietà umana per le persecuzioni contro gli
ebrei in atto in Russia e il congedo del Pontefice al rappresentante sionista si
concluse con la famosa frase «saremo buoni vicini», anche in questa occasione la stampa
ufficiale cattolica scelse di non dare notizia degli incontri, adottando la linea già
tenuta nel 1904[].
I primi articoli sull’«Osservatore Romano» risalgono a dicembre 1917, cioè dopo la
Dichiarazione Balfour, mentre su «La Civiltà Cattolica» si affrontò l’argomento appena
nel 1919 [Caviglia 1981, 81-82; Fabrizio 2000]. Bisognerebbe perciò fare uno spoglio
della stampa cattolica di provincia per verificare se questa assenza di notizie fosse in
realtà presente anche a livello locale. Tale prolungato silenzio della stampa più vicina
alla Santa Sede su di un tema così sensibile derivava forse dal fatto che nei primi mesi
del 1917 gli equilibri politici apparivano ancora troppo fluidi, nonostante l’accordo
Sykes-Picot del 1916 – l’internazionalizzazione della parte centrale della Palestina –
avesse dato speranza al Vaticano per la futura destinazione dei siti tanto cari alla
Chiesa [cfr. Minerbi 1988, 155-159].
Fino alla Dichiarazione Balfour, i rapporti tra ebrei e Santa Sede sembrarono essere
migliorati anche perché il Vaticano confidava in un aiuto da parte ebraica per
partecipare alla futura Conferenza di Pace, (cosa che poi non avvenne) [Minerbi 1988,
167], ma anche perché il sionismo era ancora visto dalla Chiesa come un’utopia.
Con la Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 la situazione mutò radicalmente e la
concessione di un focolare nazionale ebraico in Palestina sotto il protettorato
britannico mise il Vaticano di fronte a un fatto compiuto, facendo sorgere il timore che
gli ebrei potessero, come sostiene Minerbi, governare autonomamente senza uno stretto
controllo degli inglesi[]. Anche in questo caso si
prese tempo prima di uscire sulla stampa, infatti, appena un mese dopo, nel dicembre
1917, «L’Osservatore Romano» pubblicò sei articoli sulla questione, in nessuno dei quali
però si riscontra l’uso di un linguaggio infarcito di stereotipi antisemiti paragonabile
a quello rintracciabile negli articoli del 1897. Ciò non significa tuttavia che
l’ostilità della Chiesa nei confronti del movimento nazionale ebraico fosse sopita:
semplicemente sul piano politico e diplomatico viste le incertezze e la prossima
Conferenza di Pace, era più opportuno mantenere un profilo defilato.
La prima notizia della Dichiarazione Balfour l’«Osservatore Romano» la diede il 4
dicembre 1917, riportando gli esiti di una manifestazione svoltasi a Londra nella quale
gli ebrei per mezzo di Lord Rothschild espressero la loro profonda riconoscenza al
governo britannico per il sostegno dato al sionismo, Al meeting partecipò anche Lord
Robert Cecil, il quale soprattutto in un passaggio del suo discorso toccò uno dei punti
che maggiormente preoccupavano la Chiesa. Lord Cecil infatti sostenne che
Una delle cause per le quali la Gran Bretagna è entrata in guerra è stata quella
di assicurare a tutti i popoli il diritto di governarsi da sé stessi e di svilupparsi
senza timore della minaccia dei loro grandi vicini. In questa via una delle più grandi
misure che noi abbiamo preso è il riconoscimento del sionismo. È la prima misura
costruttiva in quella che sarà, lo speriamo, la nuova riorganizzazione del mondo dopo la
guerra. Non è soltanto il riconoscimento di una nazionalità è la rinascita di una
nazione, che avrà una influenza importante per la storia del mondo e conseguenze
incalcolabili sulla razza umana futura.[]
Una legittimazione ufficiale del sionismo e dei suoi obiettivi territoriali che
senza dubbio sollevò timori nelle alte sfere del cattolicesimo, in merito alla futura
gestione politica dei Luoghi Santi. Non è un caso che il periodico riportasse il
resoconto del meeting, senza tuttavia aggiungervi alcun commento o considerazione.
La capitolazione di Gerusalemme e l’entrata degli inglesi a Gerusalemme furono
salutate dalla Santa Sede con una certa apprensione[], anche se l’«Osservatore Romano» si espresse in toni più positivi,
esprimendo in una nota di redazione soddisfazione per il fatto che «la Città Santa sia
in mano di una potenza cristiana piuttosto che di una potenza non cristiana»[]. Obiettivo dell’articolo era probabilmente quello
di enunciare le aspettative della Santa Sede. Infatti si aggiungeva:
Tale
sentimento di compiacenza è tanto più grande e ragionevole quando si pensi ai concetti
di libertà e di equanimità che ispirano gli atti dell’Inghilterra: giacché essi fanno
bene sperare che siano riconosciuti e rispettati nella terra che fu culla della
religione cristiana i diritti e gli interessi della Chiesa Cattolica.[]
Più incisivi altri due interventi, apparsi nei giorni successivi.
Nel primo fu pubblicata la parte saliente del discorso del Cardinale Vicario di Roma,
Basilio Pompili, che nell’annunciare ai romani la notizia della presa di Gerusalemme,
esprimeva accanto alla gioia anche un profondo rammarico per il fatto che non tutti i
liberatori appartenevano alla «fede voluta da Cristo», alludendo al fatto che pur
essendo cristiani, non tutti erano cattolici. Pompili infatti chiudeva la sua allocuzione con l’auspicio di una redenzione
comune nel nome di Cristo: «affinché tutti gli infedeli, rinnegati gli antichi errori,
si ritrovino presto fratelli nella città consacrata dall’amore di Gesù Cristo».[]
Le parole di Pompili furono riprese il giorno successivo con l’intento di porre
l’accento soprattutto sul loro intento spirituale, nell’accentuazione di una auspicabile
ricomposizione in Terra Santa di tutte le chiese cristiane nel cattolicesimo. Per quanto
riguarda invece la presenza ebraica, sancita dalla Dichiarazione Balfour, nemmeno un
cenno, ma al contrario una completa omissione[].
Nei tre momenti salienti per i rapporti tra la Santa Sede e il movimento
sionista qui analizzati, il 1897 acquisisce senza dubbio una sua centralità per quanto
riguarda l’uso strumentale di un discorso antisemita sulla stampa ufficiosa cattolica,
che fece da apripista per i temi e i linguaggi sviluppati poi sulla stampa cattolica
provinciale di orientamento intransigente.
Quest’ultima infatti, a seconda della sua locazione geografica e dell’ambiente
culturale locale, oltre a cogliere le tematiche principali enunciate su «La Civiltà
Cattolica», diede in alcuni casi un suo proprio ed originale contributo alla messa in
circolazione di nuovi stereotipi antiebraici, spesso enunciati con maggiore virulenza
rispetto ai due periodici vicini alla Santa Sede. Ciò è imputabile ad una strategia
messa in opera dal Vaticano, che non potendosi esporre oltre un certo limite per
equilibri diplomatici, lasciava libere le testate locali ad esso vicine di dialogare con
ben altri toni con il “paese reale”. Di rilievo inoltre per questa prima fase la fiducia
che queste testate dimostravano di avere nei confronti dell’operato dei
cristiano-sociali, che venivano additati spesso come rimedio concreto e immediato al
temuto dilagare dell’ebraismo nella società liberale.
Nell’arco di tempo qui preso in esame il sionismo venne nella prima fase spesso
ridicolizzato su queste riviste, per essere poi dal 1904 considerato un autentico e
serio pericolo per i Luoghi Santi, la cui salvaguardia rappresentò uno dei nodi centrali
nella politica vaticana dall’indomani della Dichiarazione Balfour.
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Abstract
and bibliographic
information
ISSN: 1825-411X
DOI 10.1473/stor123
Storicamente, art. 47, 7-2011
Published: December 23th 2011
Plain
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Reprints' Address:
Univ. Trieste, Dipartimento di Storia e Culture dall'Antichita' al Mondo Contemporaneo, Androna Campo Marzio 10, Trieste, I-34123, Italy, catalant@units.it
Notes
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