Dossier antisemitismo e chiesa cattolica
Annalisa Di Fant
Don Davide Albertario propagandista antiebraico
L'accusa di omicidio rituale
(Questo articolo fa
parte del Dossier Antisemitismo
e chiesa cattolica in Italia (XIX-XX sec.)
Premessa
L'accusa del sangue sull'«Osservatore
Cattolico» di Milano
«Certezza del ritualismo
nelle uccisioni giudaiche»
La spavalderia albertariana:
una sfida e un'intervista
Bibliografia
Premessa
Davide
Albertario,
sacerdote–giornalista
lombardo, è uno dei protagonisti più noti del movimento
cattolico intransigente del tardo Ottocento. Al suo nome, sia seguaci
sia storici di professione hanno spesso accompagnato epiteti
altisonanti, come “campione”, “alfiere”,
“soldato”, tesi a sottolineare la statura eccezionale in
senso positivo di questo strenuo difensore dei diritti del papato e
della religione cattolica. Descrivendone l'operato, quindi, se
vengono ricordati i suoi eccessi polemici, lo si fa quasi sempre con
l'aria di ritenerli peccati veniali, ed essi vengono compresi e
giustificati alla luce dell'asprezza polemica che caratterizzava in
generale gli scontri ideologici tra Chiesa e mondo liberale a quel
tempo.
L’irriducibile
militanza albertariana, la concezione battagliera dell'agone
politico, i contenuti violentemente intransigenti veicolati dal suo
giornale, «L'Osservatore
Cattolico»,
non potevano non suscitare la simpatia e l'ammirazione di coloro che
oggi alimentano la rete
, reale e
virtuale,
del cattolicesimo più reazionario.
Alla
luce anche della fortuna attuale di cui gode il personaggio, ciò
che mi propongo di sottolineare con questo breve saggio è un
aspetto già noto della polemica che promosse, ma che non
appare sempre adeguatamente valutato nelle ricerche ad esso dedicate.
Davide Albertario, infatti, attraverso le pubblicazioni
dell’«Osservatore», contribuisce in modo
determinante alla polemica antiebraica cattolica di fine Ottocento ed
è forse nel mondo cattolico, assieme ad alcuni redattori della
«Civiltà Cattolica», il massimo propagandista
italiano dell’antisemitismo, non esitando a ricorrere ad uno
dei suoi argomenti più violenti: l’accusa
di omicidio rituale.
Nel
farlo persegue, come altre testate cattoliche intransigenti [Di Fant
2010], una linea di scontro irriducibile con la modernità
secolarizzatrice, di cui gli ebrei emancipati sono simbolo, e col
sistema liberale concretatosi in Italia nell’unificazione a
scapito della Chiesa [Miccoli 1985; Menozzi 1993]. Un uso politico e
strumentale della polemica antiebraica che pare quanto mai redditizio
nella difesa della causa cattolica, soprattutto di fronte ai successi
riscossi all’estero dai movimenti politici fautori
dell'antisemitismo [Miccoli 1997].
L'accusa
del sangue sull'«Osservatore Cattolico» di Milano
La
tradizionale accusa rivolta agli ebrei di praticare omicidi a scopo
rituale, prediligendo come vittime bambini cristiani, torna in auge
negli ultimi decenni dell'Ottocento, rappresentando il paradigma
ideale per dimostrare quanto sia pericolosa la presenza “dell'ebreo”
in seno alle popolazioni cristiane, ed è sfruttata dalla
maggior parte della stampa cattolica in diverse occasioni,
soprattutto negli anni Novanta. Il giornale di Albertario, per sua
stessa ammissione, mostra una particolare sollecitudine a non farsi
sfuggire nemmeno un'opportunità per servirsene, e nel maggio
del 1890 scrive:
L'Osservatore
Cattolico,
che, può dirlo coscienziosamente, fra i giornali europei è
uno dei più assidui ed energici a mettere in guardia contro le
malefatte degli ebrei, assassini moralmente della società, e
positivamente e ritualmente dei cristiani, come un dì i loro
padri lo furono di Gesù Cristo, si è fatto premura di
render noto, il dì 14 maggio, il nuovo assassinio rituale
commesso dagli ebrei lo scorso mese di aprile, a Damasco.
Si
allude qui a un violento articolo in cui, citando l'«Univers»,
si è data notizia di una «seconda
edizione dell'assassinio di P. Tomaso», a cinquant'anni dal
primo celebre caso di accusa del sangue di Damasco [Frankel
1997]: introducendo la riproduzione
dell'articolo del giornale cattolico francese, viene aspramente
stigmatizzata l'«immensa impudenza - pari solamente a quella
dei loro buoni fratelli i framassoni», degli ebrei quando
giurano di essere innocenti, «ma i deicidi son anche
cristianicidi, per quanto si affannino a spergiurare».
Pochi
giorni dopo si coglie l'occasione per stilare un elenco dei principali «misfatti» commessi dagli ebrei «allo
scopo di obbedire alla legge rabbinica di procurarsi sangue cristiano
per celebrare santamente la loro Pasqua». L'elenco, idea «opportuna e doverosa»
(in realtà già presente nella precedente letteratura
antisemita, dalle presunte rivelazioni di un fantomatico ex
rabbino moldavo [Rivelazioni 1883] alle
copiose pubblicazioni della «Civiltà Cattolica»
[Taradel e Raggi 2000]), ripercorre dal 418 al
presente «la storia degli ammazzamenti perpetrati dalla
Sinagoga […] lunga catena di misfatti che si svolge nel corso
dei secoli sotto la mano dei capi d'Israele». Nella lista viene
messo in risalto il caso di Tiszaeszlár, risalente al 1882,
«delitto irrefutabilmente constatato» e negato solo
grazie all'«oro ebraico», ma viene citato anche un caso
che si sarebbe verificato a Breslavia nel 1888 (episodio di cui era
stato scritto in una corrispondenza da Berlino,
come ennesima prova dell'indiscutibile esistenza del «Blutkult talmudico»). Dopo aver specificato che, per mancanza di tempo e
spazio, si citano solo i casi più importanti (la lista è
«spaventosa, ma tutt'altro che completa»), si sottolinea
come la Chiesa abbia
conferito il titolo di santi e di martiri a diversi fanciulli vittime
di tali assassinii: «segno è dunque che la Chiesa ha
voluto colla sua sanzione affermare ineluttabilmente il fatto
dell'assassinio rituale, e del movente giudaico in
odio di Cristo». Un'altra
osservazione, che si fa a margine dell'elenco, è che «in
questi ultimi anni gli assassinii talmudici si sono moltiplicati con
una recrudescenza proporzionata all'estendersi della potenza e
prepotenza israelita»:
La
recentissima uccisione rituale del giovanetto Enrico Abdel-Nur a
Damasco è l'ultimo atto – per quanto si sa – della
cupa sanguinosa tragedia di cui il mondo è teatro dai tempi
apostolici fino a noi. Tutta l'era cristiana è stata segnata
da questo terribile stigma. Dalla grande immolazione deicida
consumata sul Golgota, venendo giù giù fino a noi, la
razza maledetta da Dio non ha cessato di spargere il sangue dei
discepoli di Cristo. Ha sete e bisogno e obbligo
rituale di sangue cristiano. Ed attraverso il mondo si raccoglie un grido
uniforme dalla bocca di tutti i popoli: «Gli ebrei ammazzano i
cristiani, specialmente i bambini, per fare uso del loro sangue in
orribili cerimonie». E gli assassinii commessi ma rimasti
ignorati? E quelli perpetrati dalla Massoneria, per dato e fatto
della Giudaicheria, colla quale è una cosa sola?
I
riferimenti al «grido uniforme» di tutti i popoli, e alla
Massoneria, esecutrice degli ordini della «Giudaicheria»,
conferiscono all'antica accusa, una portata e una dimensione
accentuatamente politiche: gli ebrei dal deicidio ai tempi presenti
non hanno mai cessato di «spargere il sangue» dei
cristiani, ma ora il fatto è noto, ed è sotto gli occhi
di tutti, nonostante ebrei e massoni cerchino di celarlo in tutti i
modi.
Nel
1891, l’attivismo antiebraico del giornale riceve un
riconoscimento esterno: un osservatore francese, pur lamentando la
mancanza in Italia di un «journal
antisémitique», lo loda esplicitamente - assieme
alla «Civiltà Cattolica» - per l'impegno che
entrambe le testate dimostrano nella denuncia delle malefatte degli
ebrei: «Il n'existe malheureusement en
Italie aucun journal antisémitique. Dans la Civiltà
Cattolica on s'est pendant plusieurs
années occupé des Juifs et tout le monde regrette que
ces articles n'aient pas été publiés séparément.
Il y a à Milan un journal qui parle souvent des Juifs. C'est
le seul qui ait le courage de le faire et c'est l'Osservatore
Cattolico» [Bournand
1891, 160].
In
quello stesso anno si ha a Corfù un episodio di accusa del
sangue che provoca pogrom,
emigrazioni di massa dall’isola, e le solite code
giornalistiche. «L'Osservatore Cattolico», dopo essersi
inizialmente servito come fonti alternative alle «pappolate e
mistificazioni» delle agenzie telegrafiche ufficiali, di
testate affini nell'interpretare i fatti, quali
l'«Italia
del Popolo» di Milano,
e l'«Eco
d'Italia» di Genova,
scrive un lungo articolo sulla Pietà
… per gli ebrei!:
la pietà
per le vittime delle violenze antisemite, invocata dalla maggior
parte della stampa liberale sulla scorta delle notizie diramate dalla
«ebreofilissima Stefani», non ha ragione d'essere. La
vicenda è analoga a quella di Damasco, di Breslavia e di
Tiszaeszlár: «Che meraviglia se la popolazione di Corfù,
vedendo anche colà protetti dal governo gli ebrei, vuol farsi
giustizia da sé, e coinvolge nel biasimo e nella rappresaglia
tutta l'ebraicheria corfuana, per farle verosimilmente pagare in
medesimo tempo il fio di torti antecedenti? Noi non giustifichiamo
tale condotta, ma sappiamo spiegarcela». La colpa principale è
delle autorità che proteggono i colpevoli e, coprendo il
delitto, «offendono la massima parte della cittadinanza, e
calpestano le leggi di natura, le civili, le penali».
Accomunati nella colpa sono quindi gli ebrei, autori o complici del
misfatto, e le autorità civili che li difendono dalle accuse,
e prima ancora li lasciano prosperare indisturbati. La reazione
furiosa del popolo (che, si fa notare, è però in
massima parte «scismatico», ossia appartenente
alla Chiesa ortodossa),
essendo basata su accuse assolutamente verosimili e nascendo da una
situazione pregressa insostenibile, risulta perciò del tutto
comprensibile:
Quindi
è tanto più probabile che la popolazione sia avversa
agli ebrei non solo pel recente fatto, ma per tutto un sistema di
soprusi ed angherie. Ora venite a sdilinquire di pietà, pei
bevitori del sangue d'innocenti bambini! Ora fate appello ai governi
per proteggere… gli assassini! I giornali civili, imparziali,
onesti, dovrebbero anzitutto invocare luce, giustizia, severità,
dovrebbero esigere che la si faccia finita una buona volta con questo
rito selvaggio, bestiale, orribile. […] Pietà per
mignatte insaziabili, per cospiratori eterni! Rientrino nella
legalità, mostrino sensi d'umanità, se legalità
e umanità vogliono in proprio favore.
Non
solo si comprende la violenza popolare, ma la si fa derivare dalle
caratteristiche che, ancora una volta, investono l'ebraismo nella sua
globalità: l'omicidio rituale è l'acme di tutto un
sistema, più generale, di soprusi. E infatti, a dimostrare
come gli ebrei sollevino ovunque un'opposizione, nello stesso
articolo il discorso si allarga a considerare le misure di rigore
volute dal governo
russo,
che provocano il biasimo fuori luogo della stampa liberale.
La
lotta agli ebrei, nei commenti dell'«Osservatore», appare
come un terreno su cui cattolici ed ortodossi si trovano a combattere
dalla stessa parte, e nonostante i cattolici reclamino sempre la
propria “eccellenza”, è interessante notare come
osservino e valutino comunque positivamente le altrui mosse. Questa
lettura apologetica della violenza popolare antiebraica è un topos ricorrente in tutta la stampa cattolica, che il giornale di
Albertario ben esemplifica. La tesi è che ovunque ci sia una
presenza ebraica, è naturale che sorga un'opposizione contro
di essa, perché tutte le pratiche degli ebrei - che riflettono
l'agire dei loro “padri” deicidi, dagli incontestabili
riti di sangue al comportamento economico - istigano ad una dura
reazione.
Ciò
è ribadito esplicitamente di lì a qualche giorno in un
altro articolo:
Come
i loro padri imprecarono sul proprio capo e sul capo dei loro figli
il sangue del Cristo ucciso, così i non degeneri discendenti,
a sfogo del non poter ricrocifiggere alla loro volta il Nazareno, ne
svenano i seguaci pel rito pasquale, a quel modo che, del resto,
cercano colle usure, coi monopolii, colle più abbominiose
speculazioni di Borsa, cogl'incettamenti, e con simili mezzi, di
svenare il piccolo commercio, la piccola proprietà. Ed è
per questo che dappertutto l'ebreo è mal visto, odiato,
detestato, come si detestano le jene e i vampiri; scismatici,
protestanti, mussulmani, tutti li aborrono, e se li subiscono è
a contro-cuore, se talvolta mostran loro sorridente il viso è
per dolorosa necessità e per sottrarsi a mali maggiori. I
cattolici non li odiano, perché la religione cattolica è
amore; odiano però anch'essi le loro opere tanto esiziali, e
dove possono ne combattono la malefica azione.
L'amore
della Chiesa è dimostrato dal caritatevole atteggiamento
papale, la cui contrapposizione alla malvagia condotta degli ebrei è
uno dei capisaldi della propaganda cattolica, argomento utile sia a
scagionare i cattolici dall'accusa di fomentare l'odio antiebraico,
proprio di «scismatici, protestanti, mussulmani», sia a
enfatizzare per contrasto la perfidia ebraica, che a tanto amore
corrisponde «col denigrare il Clero,
e col praticare le prescrizioni del Talmud che vogliono l'odio e la
persecuzione contro i cristiani».
La
propaganda sull'omicidio rituale occasionata dai fatti di Damasco e
di Corfù, viene ripresa e amplificata di lì a
pochissimo, con un'eco ancora maggiore, grazie all'accusa del sangue
che si diffonde a
Xanten,
una località tedesca della Renania, nell'estate del 1891: un
macellaio ebreo, Adolf Buschof, viene accusato dell'uccisione di un
bambino cristiano, Jean Hegemann, ma verrà infine, l'anno
dopo, scagionato.
Fin
dalla scoperta dell'assassinio molto spazio viene dato al caso
dall'«Osservatore Cattolico», soprattutto grazie alla
solerzia del suo «infaticabile ed avveduto»
corrispondente
tedesco,
esplicitamente lodato dalla redazione
quando a fine agosto viene annunciata la sua partenza in missione non solo verso Xanten, ma anche verso
Corfù: «Il nostro corrispondente studierà sul
luogo il problema criminale, e ci manderà in proposito
relazioni interessantissime»; in entrambi i luoghi «è
precisamente necessario uno studio accurato d'un serio e imparziale
pubblicista cristiano, per sorvegliare meglio le cabale e la perfidia
della Sinagoga».
La
posizione
dell'anonimo pubblicista,
lungi dall'apparire imparziale, è chiara fin dal primo
cenno che
fa alla vicenda di Xanten, prima ancora di partire: «Più
gli ebrei si affannano a spergiurare impudentemente ch'essi non hanno
mai commesso alcun delitto rituale di sangue, più si
moltiplicano invece le prove e i fatti di tali assassinii»; e
il resoconto che stila dopo esser stato circa tre settimane in
loco,
dà per certa la colpevolezza del primo sospettato, Buschof. In
seguito,
dicendosi «amico personale» del commissario incaricato
delle indagini, Wolff, si augura che questi sappia «condurre a
buona fine questa causa celebre, che ha un interesse capitale per
l'intero mondo civile, perché distruggerà la leggenda
giudea della cosiddetta diffamazione antisemitica».
Proprio
i tentativi di sottrarsi a tale «diffamazione» e di
difendere la Chiesa cattolica nel suo complesso dall'accusa di
incentivare l'odio antiebraico, finiscono per intrecciarsi alla più
aperta e bieca propaganda antisemita, la quale raggiunge un'intensità
e una frequenza davvero inusitate dalla fine del 1891 a tutto il
1892, senza che, apparentemente, ciò susciti alcun dubbio o
imbarazzo sull'evidente contraddittorietà rispetto alla linea
autodifensiva. Sul giornale milanese quasi ogni giorno appaiono uno o
più articoli di contenuto
antiebraico,
e pressoché tutte le corrispondenze
da
Berlino contengono invettive spesso molto violente, probabilmente
ispirate anche dalla situazione locale, vista la centralità
della propaganda antiebraica sui giornali tedeschi del periodo
[Hartston 2005].
Tra
il marzo e l'aprile del 1892, in 18 puntate, viene pubblicato un
ampio "studio" sulla Certezza
del ritualismo nelle uccisioni giudaiche, che già nel titolo
esplicita il suo programma. L'anonimo
autore è – in una
nota in calce al primo articolo della serie - definito «nostro
valoroso amico e collaboratore» dalla redazione,
che loda e si congratula per «l’opera sua provvidenziale,
santa, salutare», scrivendo articoli «d'una importanza
capitale e d'una poderosità probativa irrefutabile».
Nella sua prolissa argomentazione, tale scrittore fa mostra di aver
ampiamente attinto alla ormai ampia letteratura antisemita
disponibile; si serve principalmente delle rivelazioni del sedicente
ex-rabbino moldavo Neofito, ma anche della «Civiltà
Cattolica», degli scritti di Rohling, Medici, Laurent,
Desportes, Gougenot des Mousseaux, Drumont, e persino delle lettere
aperte a Toscanelli.
Tutte opere che, come si dice nella prima puntata, gli ebrei cercano
di occultare facendole materialmente sparire dalla circolazione.
Ormai
alla quarta puntata, giunge la dichiarazione «che già
avremmo dovuta premettere a tutto il nostro lavoro»:
È
solo amor di verità che ci spinge al presente studio,
opportunissimo in un tempo nel quale la razza giudea, pecuniariamente
e politicamente padrona del mondo, persiste, or qua or là,
nelle sue pratiche sanguinarie, sicura di restare sempre impunita in
quei membri che forse la sorte e una parola secreta dell'alto
sinedrio giudaico centrale ha obbligati alla carneficina rituale.
Le
«uccisioni giudaiche», ampiamente descritte anche nei
particolari più truci, sono in generale la «terribile
conseguenza di quella cecità di mente e durezza di cuore che,
rimproverata da Cristo ai giudei, vieppiù crebbe in loro dopo
il deicidio» (V puntata), e in particolare rispondono ad un
precetto contenuto nel Talmud, una «legge positivamente certa»
(III puntata). Il segreto con cui gli ebrei cercano di ammantare tale
pratica è stato rotto dalle confessioni raccolte a Trento,
Damasco e Tiszaeszlár, che vengono ampiamente riprese; così
come viene riproposta la lista degli omicidi rituali dall’anno
425 al tempo presente, stavolta sotto il titolo Un
elenco di assassinii rituali consumati o tentati (XVII puntata), e con una numerazione progressiva che arriva alla
cifra di 154. Tale elenco sembra già essere divenuto un topos esso stesso: dopo quello stilato nel maggio del 1890,
all'inizio del 1892 ne era stata pubblicata una versione più
dettagliata,
che ne avrebbe fatto «il più completo di quanti uscirono
finora», e di cui il corrispondente di Berlino aveva riferito
il grande apprezzamento espresso dalla «Kreuzzeitung».
La
presentazione del catalogo, che «forma contro i giudei la
requisitoria più schiacciante [...] un muro di bronzo
inoppugnabile alla critica», precede l'ultima puntata dello
“studio”. Questa costituisce, in realtà, una
conclusione solo parziale: «I lettori, che sì
benignamente accolsero il nostro lavoro, non vogliano crederlo
completo; è ben lungi dall'essere tale, e noi amiamo chiamarlo
piuttosto abbozzo, che lavoro» (XVIII puntata),
e si invita perciò il pubblico
a partecipare alla raccolta di
ulteriori dati. Il punto provvisorio non viene posto in un giorno
qualsiasi bensì a Pasqua, come non manca di notare l'autore
stesso: «presso la tomba della prima vittima del furore
giudaico deponiamo la penna, protestando, come già facemmo nel
corso del lavoro, che niun sentimento di umana passione ci ha mossi
nel compilare questi articoli, ma solo il desiderio di smascherar
ancora una volta la menzogna e di mettere in chiara luce la verità».
Non
è quindi casuale la divulgazione di questo “studio”
in un periodo particolare come quello delle festività
pasquali, così come, altrettanto strategica, pare la sua
collocazione rispetto a un importante evento per la redazione del
giornale milanese.
Il
giorno prima dell'inizio delle pubblicazioni sulla Certezza
del ritualismo, infatti, ampio
risalto viene data all'udienza privata
concessa dal papa al direttore Albertario. Ricevuto il 6 marzo, quest'ultimo sostiene che il pontefice lo ha
trattenuto «per ben 45 minuti in varji e gravi argomenti,
sollecitandomi con somma benevolenza a dirgliene quello che ne
pensassi». Albertario non specifica il contenuto di questi
«argomenti»: «Sebbene l'Augusto interlocutore non
mi abbia vietato di riferire il discorso, pure mi tengo obbligato
alla riservatezza. Le parole del Papa mi sono di insegnamento e mi
saranno di guida nelle più alte vertenze che attualmente si
agitano. Posso però dire che Sua Santità si dimostrò
soddisfattissima dell'Osservatore
Cattolico e venne egli stesso
determinando dei punti e fatti che lo avevano più
favorevolmente impressionato». Introdotti anche Luigi Oggioni e
Angelo Mauri, che hanno accompagnato il direttore a Roma in
rappresentanza dell'amministrazione del giornale, Leone XIII, avrebbe
detto, testuali parole: «Leggo l'Osservatore e ripeto a loro la mia piena soddisfazione; il vostro giornale si
toglie fuori dalla comune; continuate con coraggio». Non manca
la finale benedizione impartita oltre che ai tre presenti, al lavoro
da essi prestato, ed ai colleghi.
L'importanza
dell'approvazione espressa dal papa, della sua «piena
soddisfazione» (che gettano nuova luce anche sull’intervista
che cinque mesi dopo Leone XIII rilascerà sul tema
dell’antisemitismo a «Le Figaro»), è
testimoniata anche dall’enfasi con cui ne parlano sul
giornale
sia lo stesso Albertario, sia il corrispondente berlinese, che
congratulandosi con la redazione segnala come in Germania la cosa sia
stata assai notata: «tutti ne argomentano la specialissima
importanza ed autorevolezza dell'Osservatore
Cattolico».
È
significativo che l'udienza pontificia abbia luogo in un momento in
cui si sta consolidando la fama del giornale di Albertario come
autorità “in materia ebraica”, sia in
Germania
che in
Austria,
nei cui parlamenti i deputati antisemiti, stando alle corrispondenze
che giungono da Berlino e Vienna, si servono dei sedicenti studi del
giornale di Milano per sostenere l'esistenza dell'omicidio rituale.
Ed effettivamente pare che il giornale sia citato dalla stampa
protestante tedesca antisemita proprio quale organo "vaticano",
come attesta nella prefazione
all'edizione del 1892 del suo lavoro
sull'accusa del sangue,
il teologo e orientalista protestante di Berlino Hermann Strack, che
polemizza direttamente coll'«Osservatore» proprio in
seguito all'intenso battage antiebraico del 1891-92.
È
del resto palese il tentativo di chi si occupa della questione sul
giornale di Albertario di ammantarsi di un carattere di
scientificità, statuto più volte rivendicato anche
nella serie dedicata al rito di sangue, e corroborato pure da nuove,
determinanti «prove storiche»: nel mese di aprile del
1892 non mancano infatti le segnalazioni di
altri recentissimi, presunti, tentati omicidi rituali prima a Porto
Said, e poi a Costantinopoli.
Nel
luglio del medesimo anno, ispirata da notizie francesi questa volta,
si pubblica una riflessione
sul fenomeno dell’antisemitismo, che
viene descritto e giustificato secondo lo schema corrente e
consolidato della “legittima difesa”. I suoi aspetti più deteriori, i tumulti e le violenze, sono
disapprovati dalla Chiesa; prova ne è che a combattere gli
ebrei in questo modo sono specialmente gli ortodossi e i protestanti:
I
cattolici si limitano a constatare quale sia il carattere dell'ebreo,
quali siano le sue opere, quali effetti derivano da quel carattere e
da quelle opere. Noi che in Italia ci siamo trattenuti degli ebrei
più di ogni altro giornale cattolico, ben ci guardammo
dall'eccitare le passioni popolari, ma abbiamo compiuto il dovere
nostro di istruire i cristiani sulla natura dell'ebraismo. […]
noi non propugneremo mai l'anti-semitismo cieco, passionato,
piazzaiuolo; ma i cattolici devono difendersi contro gli ebrei dai
quali sono assaliti in modo iniquo, con arti scellerate, con
prepotenze inaudite, i cattolici devono salvare la fede, la
coscienza, la pace, la borsa contro l'invadenza semitica.
Dall'apologia dell'atteggiamento
della Chiesa verso gli ebrei, si passa alla rivendicazione della
propria linea editoriale sulla questione, che non ha per fine quello
di eccitare “passioni”, ma solo quello di insegnare ai
cattolici come difendersi. Le ambizioni pedagogiche del giornale di
Albertario saranno da lui stesso ribadite, come vedremo, anche
nell'intervista che rilascerà all'inizio della controversia
con Hermann Strack, al giornale milanese «L'Italia del Popolo».
Che
campagne come quella animata dall'«Osservatore Cattolico»,
e in varia misura anche da altri organi cattolici, finiscano, come
minimo, per mettere sulla difensiva i lettori rispetto agli ebrei, è
molto probabile: le descrizioni truculente dei riti di sangue, e
quelle inquietanti dell'invasione, allo stesso tempo palese ed
occulta, degli ebrei nella società, non possono che formare
un'immagine profondamente negativa dell'ebraismo. Al momento dello
svolgimento del processo per l'omicidio di Xanten, che si tiene a
Cleve nel luglio 1892, si può quindi verosimilmente ipotizzare
che il pubblico della stampa cattolica sia ampiamente preparato a
giudicarne l'andamento e soprattutto l'esito.
L'intenso battage dispiegatosi nei mesi precedenti, e il paragone, più volte
evocato, col processo del 1883 a Nyiregyháza, forniscono un
sicuro metro di giudizio con cui valutare prima l'indubitabile
colpevolezza dell'ebreo Buschof, e poi la sua assoluzione comprata,
come tutte le precedenti, dall'«oro giudeo».
Il
giornale, durante i dibattimenti, sottolinea lo scandalo
di vederli falsati dal
«terrorismo esercitato dalla difesa sulla intera città
[...] Dappertutto si vedono spioni col naso curvo che riferiscono ai
rabbini ogni parola imprudente dei testimoni a carico che poi sono
assaliti dalla difesa. Che spettacolo scandaloso!». Scontato perciò il rigetto
del verdetto di innocenza.
La
spavalderia albertariana: una sfida e un'intervista
«L'Osservatore
Cattolico», che si dimostra sdegnato ma non sorpreso dall'esito
del dibattimento, si spinge fino a lanciare una scommessa:
offre 10.000 lire al «Corriere della Sera», che aveva
negato potesse essersi trattato di omicidio rituale, qualora si
rivelasse in grado di dimostrare la falsità del capo d'accusa.
La sfida è praticamente ignorata dal «Corriere»,
che dedica pochissimo spazio alla polemica del giornale cattolico e
si limita a pubblicare un telegramma da Berlino in
cui si informa che la scommessa viene raccolta da Hermann Strack,
«pronto a dimostrare l’empirismo e l’inesattezza
dei 75 paragrafi proposti dall’Osservatore
Cattolico» (ossia della serie sulla Certezza del
ritualismo). La vicenda però
finisce sul nascere poiché Strack, che aveva lasciato
all'«Osservatore» la scelta di tre giudici dalla
comprovata fama scientifica, si vede proporre una rosa di papabili
composta tutta da personaggi che esulano dalla sua definizione, e il
cui denominatore comune è l'essere piuttosto di comprovate
opinioni antisemite (tra loro addirittura il canonico Rohling e un
ministro ortodosso, sindaco di Corfù ai tempi dell’accusa
del sangue dell’anno precedente), e si rifiuta quindi di
partecipare alla dimostrazione, a queste condizioni. Tuttavia,
proprio in risposta alla provocazione del giornale milanese, il
professore tedesco aggiorna e riedita nell'ottobre del 1892 il suo
studio pubblicato
l'anno prima, che diventerà, tradotto anche in inglese e in
francese, un testo imprescindibile nella confutazione della menzogna.
Nell'articolo
in
cui Albertario, a causa dell'abbandono dell'avversario, dichiara
definitivamente troncata la «questione Strack»
(diversamente dalla «questione ebrea, che è del dominio
universale»), ne approfitta per allargare la polemica a tutti i
nemici della Chiesa - liberali, transigenti, massoni ed ebrei - che
cercano invano di prevaricare i cattolici oppugnando la verità».
Appena
lanciata la sfida, nello stesso mese di luglio 1892, Albertario in
persona rilascia un'interessante intervista
sull'omicidio
rituale all’«Italia del Popolo». Un episodio, questo, poco conosciuto, accaduto
in un periodo di forte protagonismo albertariano, che può
gettare ulteriore luce sulle motivazioni e le convinzioni del
sacerdote,
rispetto alle quali le lettere
autografe
finora
accessibili non offrono elementi utili di valutazione.
La
prima domanda dell’intervistatore, Oreste
Cipriani, riguarda la competenza richiesta
per la prova, ossia la conoscenza del controverso Talmud. Albertario
opera un cauto distinguo: se nel «campo ermeneutico»,
dell'interpretazione del Talmud, e delle prescrizioni che conterrebbe
relative all'uso del sangue, Albertario ammette che non vi è
accordo tra i teologi, anche cattolici (sebbene i «più
competenti» sostengano che le contiene), nel «campo
pratico» e «reale», si dichiara invece
categoricamente sicuro che gli ebrei abbiano storicamente introdotto
l'uso del sangue cristiano nei loro riti:
Io
non ne dubito affatto. Per me questa delle uccisioni rituali è
storia tanto certa come se si fosse compiuta sotto i miei occhi.
Nessun dubbio tra i dotti su questo punto. Qui non c'è la
divergenza teorica tra i cattolici, che esiste invece
nell'interpretazione del Talmud.
Ed è questa storia certa, questa tradizione viva, che nessuno
può dimenticare nel leggere e interpretare ciò che può
essere dubbio o equivoco nel Talmud.
È
la linea che il giornale manterrà sempre nei confronti
dell'accusa del sangue: è un dato di fatto storico, sotto gli
occhi di tutti (di qui l'importanza degli elenchi più volte
proposti dei tentati o avvenuti omicidi rituali), agli esperti il
compito di dimostrare che si fonda sul Talmud, che tuttavia si
ricorda essere un codice integrato da chiose tramandate oralmente,
che quindi hanno lasciato poche tracce documentate.
Ricorda
quindi gli «oltre 120 fatti storici» enumerati nello
studio pubblicato dal suo giornale nei mesi precedenti, fatti «che
nessuna quantità d'oro ebreo e nessun tribunale di Cleve
potranno cancellare. […] la voce pubblica non riposò
mai sulle decisioni assolutorie». Interrogato su quali siano le
motivazioni che inducono gli ebrei all'omicidio rituale, Albertario
si schermisce sostenendo che è molto complesso coglierle;
tuttavia avanza alcune delle classiche ipotesi: il Talmud è
stato interpretato come prescrivente l'uso rituale del sangue; gli
ebrei nel dubbio che Gesù fosse davvero il Messia, cercano di
assicurarsi almeno un po' di sangue redento; gli ebrei si vendicano
della diaspora, che li ha colpiti dopo il deicidio, sui seguaci di
Cristo; gli ebrei praticano l'omicidio rituale in analogia al
deicidio, per commemorarlo ripetendolo su chi può
rappresentare Cristo.
L'intervistatore
incamera impassibile, e solo alla fine domanda se Albertario non tema
che possa sorgere una «lotta antisemitica» con
«conseguenze dolorose» anche in Italia. Questa la
risposta:
No.
La lotta antisemitica è ben lontana dal mio pensiero. La
questione è più scientifica che d'avversioni religiose.
Se però pervenissi a far conoscere quali punti tengono gli
ebrei di fronte ai cristiani, ne sarei lieto, non per assalire ed
offendere, ma per presentare ai miei correligionari armi di difesa.
Io non sento l'odio per nessuno, nemmeno verso gli ebrei.
Difesa
quindi, difesa pratica, e non offesa... sostiene il sacerdote.
Pochi
mesi dopo, in occasione dei risultati delle
elezioni, il giornale milanese vanterà esplicitamente quello
che considera un effetto pratico della sua propaganda, ossia la flessione dei voti
liberali, nell’articolo intitolato I massoni e gli ebrei nelle elezioni:
Con
piacere abbiamo constatato che la qualità di ebreo e di
massone ha in molti collegi nauseato gli elettori. Bisogna insistere
nel popolarizzare le notizie che fanno conoscere al popolo che cosa
sieno gli ebrei ed i massoni. Essi sono liberali, si sa, ma tra i
liberali hanno la parte del prepotente, di ficcanaso, di mettimale,
di camorristi, e sono vincolati ad un giuramento che non permette
loro di seguire nemmeno quel minimo rimasuglio di onestà
naturale che sia sorvissuto alla iattura piena che di ogni moralità
loro impone il cupo sinedrio che li governa.
È
un articolo che mostra chiaramente quale sia l’intento che sta
alla base della propaganda del giornale: screditare il sistema
politico liberale, smascherando «cosa sieno gli ebrei ed i
massoni».
Alla
controversia sorta tra Albertario e Strack e ai suoi strascichi sulla
stampa italiana e tedesca, la «Scuola
Cattolica»
dedica
sette lunghi
articoli
tra il settembre 1892 e l'agosto 1893, molto probabilmente opera di Angelo Mauri, viste le iniziali presenti
in calce a tutti i contributi, e considerando il fatto che egli
collabora con entrambe le testate; egli è del resto –
come abbiamo visto - uno dei colleghi che accompagnano Albertario in
udienza presso Leone XIII ricevendone
lodi e incoraggiamento.
Si tratta di un resoconto fazioso, il cui intento, del tutto
consonante con la visione di Albertario, è bene espresso dalle
parole che chiudono l’ultima
parte, specialmente laddove si auspica che il giudaismo, che è una
minaccia ai corpi, alle borse e all'anima dei popoli cristiani, venga
combattuto «più praticamente»:
Credemmo
utile fare la storia di questa vertenza, la quale interessò
tanto la Germania e l'Italia. Né dall'una né dall'altra
parte si è ancora pronunciata l'ultima parola; ma già
fin da adesso si vede che l'orrenda
favola,
i semiti non la potranno distruggere. Illustri polemisti cattolici se
ne occupano, e non tarderemo, crediamo, ancor molto tempo a vedere il
risultato dei loro lavori. Intanto lasciamo pure da un canto la
questione, e pensiamo, che il giudaismo invadente, aspetta d'essere
più praticamente combattuto. Con la stampa, con l'usura, con
la massoneria, con la scuola, con tutti i mezzi è il
giudaismo, che oggi ci mette il piede sul collo. Affrontiamolo senza
tregua e, riflettendo all'esiguità del suo numero,
rammentiamoci che per popoli cristianamente liberi è delitto
lasciarsi calpestare e soffocare da una stirpe che, senza
frammischiarsi alla nostra nazionalità, restando ebrea e non
altro che ebrea in Italia come in Francia, in Germania come in
Russia, nell'antico e nuovo mondo, vuole in nome della patria,
assorbire, assorbire e assorbire, se non sempre quello del nostro
corpo, certo il sangue delle nostre borse e la virtù
dell'anima nostra.
Si
noti come ci si riferisce agli ebrei, indifferentemente, come
«giudaismo», «semiti», «stirpe»
(«ebrea e non altro che ebrea»): una duttile confusione
lessicale che si riscontra in tutti gli articoli della serie, e, più
in generale, su tutta la stampa cattolica quando si occupa di
“questione ebraica”.
Concludiamo
con un’ultima citazione. A due anni dall'inizio della
martellante campagna sull'omicidio rituale, nell'aprile del 1893,
l'«Osservatore» dimostra di essere assolutamente fermo
nelle sue opinioni; in uno dei molti articoli dedicati alla
confutazione
del libro di Strack
- che si riduce a una riproposizione, ampiamente autoreferenziale,
delle “prove storiche” dell'esistenza del delitto - si
puntualizza ancora una volta il carattere meritorio della missione
intrapresa contro gli ebrei, che si configura come un mezzo di
“civilizzazione”:
L'opposizione
al giudaismo che noi facciamo non ha nulla di comune con quello che
dicesi in Germania antisemitismo.
È antisemitismo il nostro, ma assolutamente alieno dalla
violenza; noi ci limitiamo a dimostrare come il giudaismo,
specialmente quello che si fonda sulla tradizione ebraica corrotta e
sul Talmud,
è essenzialmente nemico dei cristiani fino all'eccidio, e che
gli eccidi sono realmente avvenuti; noi denunziamo il carattere
camorristico degli ebrei, per cui e sostanze e potenza si appropriano
con tutti i mezzi che vengono alla loro portata; abbiamo dimostrato
che gli ebrei sono al servigio degli oppressori dei cristiani, e che
ciò si verifica in ogni nazione. Senza legge morale, senza
coscienza, dominati dall'avversione dei cristiani e dall'egoismo il
più incorreggibile e che in loro è la norma unica di
pensiero e d'azione, gli ebrei costituiscono il cancro della società.
Ponendo sull'avviso i cristiani di questo stato di cose, compiamo un
dovere; e nel compierlo abbiamo ben determinato di che non ci
associamo all'antisemitismo di Stocker, di Ahlwardt, e nemmeno di
Drumont. Desideriamo che i cristiani non si lascino ingannare; vedano
come, per esempio, Crispi nella Riforma usa degli ebrei per oltraggiare i cattolici e gli ebrei sono felici
di poterlo servire; desideriamo che gli ebrei si diportino da persone
civili.
Esplicito, anche qui, il fine
ultimo della polemica: denunciando il «carattere camorristico
degli ebrei» e il loro contributo all’oppressione dei
cristiani, si intende mettere sull’avviso questi ultimi del
pericolo che corrono. Pericolo che può essere scongiurato solo
sul piano politico, volendo escludere dall’orizzonte cattolico
la violenza tipica di altri movimenti di «opposizione al
giudaismo» verso cui tuttavia
l’«Osservatore Cattolico» mantiene un atteggiamento
ambiguo, oscillante tra la cauta presa di distanza e l’imitazione,
come si vede proprio nell’uso dell’accusa del sangue e di
un linguaggio molto aggressivo.
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