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Cristiana Facchini
Antisemitismo delle Passioni
La «Palestra del clero» e il tema del deicidio
Questo articolo fa
parte del Dossier Antisemitismo
e chiesa cattolica in Italia (XIX-XX sec.)
Negli anni Trenta del Novecento, di fronte all’avanzata del razzismo nazista,
alcuni settori della chiesa cattolica cercarono, con grande fatica, di mutare
posizione teologica rispetto agli insegnamenti antiebraici che, per secoli, la
tradizione religiosa aveva ampiamente diffuso. Il contributo degli insegnamenti
religiosi cristiani alla diffusione dell’antisemitismo moderno, tra cui quello
nazista, è tema quanto mai controverso e dibattuto. La sensibilità nei confronti
di questo rapporto, del nesso tra tradizione antiebraica e più moderne forme di
antisemitismo politico, di cui quello razziale fu una variante, nonché la
questione della ricaduta concreta degli insegnamenti cristiani nella diffusione
dell’antisemitismo moderno maturò proprio in quegli anni quando la “cultura del
disprezzo” nei confronti degli ebrei assunse toni sempre più preoccupanti ed
aggressivi fino a divenire legislazione antisemita. All’interno della chiesa
cattolica le prime riflessioni atte a prendere una posizione di distanza furono
elaborate nel corso degli anni Trenta e mirarono in prima istanza ad arginare
l’antisemitismo nazionalista e razziale così come si era venuto a sviluppare in
Germania dopo l’avvento del nazismo. Quelle poche e rare prese di posizione
segnalerebbero, secondo alcuni, un primo tentativo di revisione teologica finalizzato all’elaborazione di una
immagine più positiva degli ebrei e dell’ebraismo, ossia una scelta di
recuperare una lettura dell’ebraismo in chiave meno conflittuale e negativa
rispetto al cattolicesimo e alle altre confessioni cristiane. Queste
argomentazioni, ben analizzate dagli studiosi, e miranti a distinguere un
‘antisemitismo legittimo’ da uno ‘inaccettabile’ colpiscono, in primo luogo,
soprattutto per la loro intrinseca debolezza argomentativa, sia di carattere
teologico e culturale, che politico e sociale. D’altro canto, però, queste prese di posizione appaiono deboli proprio perché
incapaci di incidere nettamente sul pensiero tradizionale e provocare una
revisione teologica capace di attivare un mutamento antropologico radicale,
ancor più difficile da attuare in regimi totalitari.
La consapevolezza che in una cultura religiosa fortemente ancorata alla
tradizione teologica e ai suoi insegnamenti il cambiamento di prospettiva debba
scaturire, oltre che dalle pressione dei condizionamenti esterni, anche e
soprattutto, da una rilettura e reinterpretazione dei discorsi normativi che
hanno contribuito alla formazione di quei discorsi antiebraici, dovrebbe
spingere gli studiosi a prestare attenzione alla rilevanza, all’impatto e alle
modalità con cui una tradizione religiosa accoglie o elabora il cambiamento. A
fronte di una vasta mole di scritti e ricerche sull’antisemitismo che lievitano
in numero esponenziale in relazione ad un antisemitismo sempre più proteiforme e
informe, poca attenzione è stata rivolta – almeno nel contesto italiano – alla
conformazione discorsiva antiebraica di matrice teologica e alle pratiche
culturali e normative che essa produce. Eppure, per concludere questa breve
premessa, tra i fedeli e tutti coloro che in qualche modo rimangono entro i
confini della cultura religiosa, cattolica e/cristiana, il cambiamento di
percezione e comportamento rispetto all’ebraismo e agli ebrei può avvenire solo
e in conseguenza di una mutazione di carattere teologico, gestita dal centro e
messa in pratica a livello locale dall’intensa attività del clero in rapporto
alla comunità dei fedeli. I cambiamenti di percezione rispetto ad ebrei ed
ebraismo – e i caratteri di quel mutamento, le forme di questa nuova sensibilità
– costituiscono un oggetto di studio particolarmente interessante che
richiederebbe il contributo della sociologia e della antropologia per dare
risultati interpretativi di rilievo. Questo cambiamento di sensibilità nei
confronti dell’ebraismo, ora percepibile rispetto al passato più recente, è il
frutto di un complesso movimento di revisione, avvenuto sia all’interno della
chiesa cattolica che nelle comunità cristiane di altra confessione. Un
cambiamento lento ma non del tutto definitivo.
La mole degli studi sull’antisemitismo è in questi ultimi anni visibilmente
aumentato anche in Italia, così come gli studi sull’antisemitismo cattolico. Per
quanto concerne la ricerca sull’antisemitismo nel mondo cattolico la
storiografia contemporanea si è soffermata sull’attenta e meticolosa
ricostruzione del contesto storico, così come sui nessi tra antigiudaismo (di
matrice religiosa) e antisemitismo moderno (di matrice politica e razziale),
problemi in parte connessi anche alla dichiarazione vaticana del 1998 con la
quale si ribadiva, attraverso la distinzione concettuale di antigiudaismo e
antisemitismo, la marginale responsabilità degli insegnamenti della
chiesa nella formazione e diffusione dell'antisemitismo moderno.
Detto questo, occorre sottolineare che il rapporto storico tra ebrei e
cristiani è determinato dalla presenza di un antagonismo strutturale che prende
forma fin dai primi secoli dell’era cristiana. La storia di questo rapporto è
tanto affascinante, quanto complessa e ambivalente se si accettano le
affermazioni di alcuni storici, secondo i quali il processo di parificazione
giuridica che coinvolse anche le comunità ebraiche – raggiunta tra la fine del
Settecento e nel corso dell’Ottocento – sia stato il prodotto di un cambiamento
di sensibilità all’interno di alcuni gruppi cristiani. Non potendo affrontare
questo delicatissimo tema, vorrei però sottolineare un aspetto importante: i
cristianesimi, alcuni più di altri, non possono esistere senza “antigiudaismo”
essendo questa una componente strutturale della loro identità culturale. Essendo
il cristianesimo un sistema religioso complesso, anche l’antigiudaismo è un
sistema complesso, che abbraccia più sfere dell’azione sociale e culturale.
Laddove il cristianesimo si fa cultura, ossia esce dalle sfere strettamente
ecclesiali e modella la vita associata del gruppo di fedeli, allora anche
l’antigiudaismo diventa culturale espandendosi oltre la sfera circoscritta del
teologico/religioso. Parallelamente, questo aspetto strutturale contempla anche
un altro dato, ossia la necessità, che matura a partire dal Seicento, di trovare
una soluzione, una collocazione sul ruolo degli ebrei e dell’ebraismo nella
società cristiana. Questi elementi sono molto importanti per comprendere alcuni
delle questioni che solo superficialmente verranno affrontati in questo breve
intervento, dedicato ad alcuni aspetti dell’antisemitismo cattolico.
Nella sua variante cattolica, l’ostilità antiebraica riflette le tensioni e i
rapporti istituzionali che caratterizzano l’organizzazione del cattolicesimo:
nel ricostruire le forme di questa secolare ostilità occorre prestare attenzione
alle istanze che provengono dal centro, con punto focale Roma e alle istituzioni
che da essa dipendono – per poi analizzare i rapporti con le diverse
costellazioni locali, le quali recepiscono i modelli culturali dall’alto e li
rielaborano adattandoli ad esigenze specifiche. Le istanze locali (periferie
urbane o interi contesti nazionali) sono a loro volta differenziate al loro
interno in “culture cattoliche” che a partire dall’Ottocento si politicizzano in
direzioni talvolta anche divergenti. Infine, occorre ricordare che la ricerca
sulle forme di antisemitismo cattolico deve tenere presente due elementi che
contraddistinguono la natura del cattolicesimo: la sua componente politica (che
non cessa mai di agire e strutturarsi nella storia) e la sua componente
spirituale. Vale a dire, la compresenza, nella chiesa, dell’agire intra-mondano
e dell’agire ultra-mondano, elementi fortemente intrecciati tra di loro e che se
ben valutati, illustrano megglio le dottrine antiebraiche, parte connaturata
della tradizione dottrinale cristiana e cattolica, ed elemento centrale delle
sue pratiche politiche.
Il tardo Ottocento: stampa cattolica e antisemitismo
L’Ottocento ha indubbiamente costituito un un periodo critico ma anche
creativo per il mondo cattolico e per le chiese cristiane. Il compimento del
processo di unificazione dell’Italia e la caduta del potere temporale dello
stato della chiesa sembrano sancire definitivamente quel processo che,
avviatosi con la rivoluzione francese, aveva contribuito a ridurre il potere
e l’influenza della chiesa cattolica nella sfera pubblica. La condanna della
“modernità”, espressa dalla pubblicazione del Sillabo, cristallizza quindi due movimenti solo in apparenza
contraddittori: da un lato definisce una sorta di naturale presa di
posizione critica nei confronti delle vicende correnti, tagliando fuori dal
suo seno tutti quei cattolici che avevano abbracciato le novità politiche e
culturali sette-ottocentesche; mentre dall’altro inaugura una politica di
militanza che è finalizzata, in modi articolati e diversi tra loro, al
recupero degli spazi perduti e alla riconquista della società [per
bibliografia, Verucci 1999].
Nel decennio cruciale, che vede eventi quali la breccia di Porta Pia e la
crisi economica del 1873, prende forma, nel contesto europeo, una cultura politica e
sociale fortemente influenzata dalla diffusione di nuove forme di ostilità antiebraiche,
spesso rubricabili nel lemma di “antisemitismo politico”. Il neologismo con cui questa
costellazione di tradizioni antiebraiche si presenta, ossia il termine antisemitismo
(un termine che appare, secondo una tradizione
consolidata, nel corso del 1879), sta ad indicare, da un punto di vista ideologico, la
sintesi di varie correnti culturali che si erano sviluppate e cristallizzate nel corso
dei decenni precedenti, ma anche una svolta di carattere politico, nel senso in cui,
questo lemma indicherebbe altresì una tendenza dell’ostilità antiebraica a farsi
“azione”, attraverso l’organizzazione di leghe, partiti, movimenti politici, o anche a
caratterizzarsi per la sua ideologia non necessariamente religiosa o tradizionale. Dal
punto di vista ideologico, l’antisemitismo moderno raccoglieva una molteplicità di
discorsi, alcuni dei quali del tutto nuovi, altri invece antichi, ma secolarizzati,
adattati alle esigenze della società moderna. Nuovo era il contesto politico e sociale
che accoglieva questi discorsi, ossia il “regime di
secolarizzazione”, gli stati nazionali e
l’impero multinazionale asburgico. Contesti nei quali, con l’eccezione dell’impero
zarista, le comunità ebraiche tradizionalmente residenti erano state giuridicamente
parificate in un processo molto lungo e tortuoso che giunge a compimento, in Germania
come in Italia, con il processo di unificazione politica.
È in questo contesto, ideologicamente agguerrito e politicamente
modificato, che si colloca la nascita e l’organizzazione della stampa
cattolica, e con essa l’articolazione di una sostenuta polemica antiebraica.
La pubblicazione di riviste, periodici, bollettini e fogli cattolici di
vario tipo aumentò sensibilmente a partire dagli anni Sessanta
dell’Ottocento, per aumentare, talvolta in modo effimero, dopo gli anni
Settanta. Questa febbrile attività giornalistica finalizzata a pubblicazioni
di vario titolo è indubbio indice di una crescente attenzione della chiesa
ai nuovi mezzi di diffusione della cultura e propaganda.
La presenza di nuovi quotidiani risponde, d’altro canto, all’urgenza di
contrapporre una lettura cattolica alle vicende storiche correnti e
all’attualità politiche. Le testate e le pubblicazioni cattoliche vanno
ovviamente analizzate in base alle loro funzioni. Esse sono indirizzare a
pubblici diversi: da un lato, riviste come «La civiltà cattolica» e
«L’osservatore romano» sono indirizzate ad un pubblico più generale, quando
non extra-nazionale, come nel caso della rivista dei gesuiti. I quotidiani e
i bollettini di fattura locale costituiscono una fonte che guida le esigenze
del clero e dei cattolici ad un livello molto più circoscritto. Gli studi
dedicati alla stampa locale si sono rivelati illuminanti perché, se da un
lato riflettono le direttive culturali che provengono dal centro, dall’altro
esprimono anche interessi, tensioni e conflitti più particolari. Sono quindi
di grande interesse quelle testate e quei periodici indirizzati sia al clero
che al laicato cattolico che agiscono in città o villaggi dove esiste una
comunità ebraica di un certo rilievo – come ad esempio, Firenze, Livorno,
Pisa, Roma, Milano, Torino, Mantova, Venezia, Padova, solo per menzionare
quelle più importanti (vedi il caso di Torino). I contributi più recenti
sulla stampa periodica cattolica, finalizzati anche all’analisi del nesso
tra “antigiudaismo” e “antisemitismo”, hanno portato alla luce un’ampia
messe di discorsi antisemiti, registrando la presenza di temi ricorrenti che
avevano un’ampia circolazione europea, combinando sia attacchi specifici
indirizzati a personalità ebraiche che questioni di carattere più generale.
I dati finora emersi permettono di distinguere quei discorsi di carattere
tradizionale e astratto, spesso legati alla tradizione polemica di matrice
religiosa, dai discorsi influenzati da una lettura polemica e tendenziosa di
eventi storici concreti – attacchi a giornalisti ebrei, personalità
politiche o imprenditori, o letture antiebraiche di eventi e processi
storici. Non si tratta di un aspetto secondario, poiché gli insediamenti
ebraici sono, in Italia, demograficamente contenuti a fronte di un
antisemitismo molto diffuso, che si nutre spesso di immagini chimeriche e
fantasmagoriche, le quali funzionano anche senza la presenza di ebrei reali.
Tra i temi più classici e contemporaneamente meno studiati della polemica
antiebraica cattolica quello del “deicidio” svolge un ruolo preminente. In
questo saggio cercherò di analizzarne alcuni aspetti, soffermandomi
soprattutto sulla forma in cui venne nuovamente riattivato nel corso della
seconda metà dell’Ottocento. Tre ordini di motivi suggeriscono di riaprire
una indagine su questo tema. Da un lato, la sua insistente presenza nelle
pubblicazioni periodiche, come in quella qui utilizzata come case study, vale a dire «La
Palestra del Clero» di Roma, e la sua permanenza anche nei momenti
più critici, come ad esempio nella polemica antisemita degli anni Trenta. Un
secondo aspetto è determinato dalla centralità — simbolica, religiosa e
culturale — che questo tema ha assunto nell’immaginario e nella teologia
cattoliche, e dalle diverse funzioni che esso ha svolto nella cultura
europea, tanto da assumere una rilevanza centrale nella percezione del mondo
ebraico. Infine, ciò che mi suggerisce di rileggere questo tema con una
diversa sensibilità, deriva dai recenti dibattiti che si sono consumati
negli ultimi anni in ambienti accademici americani, soprattutto in reazione
al controverso film di Mel Gibson. Il tema del deicidio,
frequentemente marginalizzato nel dibattito scientifico nostrano, è stato
fatto oggetto di crescente attenzione e occupa uno spazio privilegiato nel
dialogo ebraico-cristiano, come sembrano indicare seminari di studio (come
ad esempio quello recente organizzato presso il United States Holocaust
Memorial Museum), o l’intensa attività di biblisti, esegeti e storici
dell’ebraismo e del cristianesimo antichi.
Passione di Cristo e deicidio
Ma chi fosse quel tacito reo,
Che davanti al suo seggio profano
Strascinava il protervo Giudeo,
Come vittima innanzi a l’altar,
Non lo seppe il superbo Romano;
Ma fe’ stima il deliro potente,
Che giovasse col sangue innocente
La sua vil sicurtade comprar.
Su nel cielo in sua doglia raccolto
Giunse il suono d’un prego esecrato:
I Celesti copersero il volto:
Disse Iddio: Qual chiedete sarà.
E quel Sangue dai padri imprecato
Sulla misera prole ancor cade,
Che, mutata d’etade in etade,
Scosso ancor dal suo capo non l’ha.
(Manzoni, Inni sacri. La Passione, 1812]
Non è casuale menzionare La passione di Alessandro
Manzoni, il quale si era cimentato, negli Inni sacri, con uno dei momenti più topici della
fede cristiana, ossia la “Passione di Cristo”. Si tratta ovviamente di una
concezione diversa di cristianesimo quella espressa da Manzoni, in cui
timidamente sembra farsi avanti una denuncia dell’accusa di deicidio, anche
se la potenza delle immagini cristallizzate nelle narrazioni evangeliche e
nella tradizione successiva sono qui tutte presenti e simbolicamente
potenti. Il brano che ho scelto per aprire la riflessione sulla forza
culturale della “passione” è indice del fatto che nella tradizione
antiebraica questo macro-argomento costituisce uno snodo centrale, che si
compone di molti sotto-temi, di cui l’uccisione di Gesù costituisce il focus attorno al quale fu sviluppato
ed elaborato il tema del deicidio.
Gli interventi dedicati ad ebrei ed ebraismo presenti ne «La palestra del
clero» sono in effetti suggeriti dalla organizzazione dell’anno liturgico
cattolico. Nei dieci anni presi in considerazione, dal 1878 al 1888,
apparvero circa una quarantina di articoli, molti dei quali strettamente
connessi al momento della Pasqua e di Pentecoste. Si è scelto questo
decennio perché proprio questo lasso di tempo coincide con il periodo in
cui, secondo molti studiosi, l’antisemitismo moderno si configura come
movimento politico, reagendo ad una serie di trasformazioni sociali e di
crisi economiche che incisero indelebilmente sulle società del tempo. Nel
caso italiano, il decennio è anche segnato dall’inizio del papato di Leone
XIII, periodo in cui vengono a definirisi temi antiebraici che si erano
presentati negli anni immediatamente successivi al compimento dell’unità
d’Italia e alla caduta dello stato pontificio. In questo decennio i temi
antiebraici prendono forma e si cristallizzano, sia nel mondo cattolico che
in quello liberale, in consonanza alla organizzazione dei movimenti
antisemiti che animano la politica europea degli anni Ottanta. Agli inizi
degli anni settanta appaiono, nel campo liberale, i primi segni di
insofferenza nei confronti degli ebrei che si manifestano dapprima con
l’affare Pasqualigo, nel corso del 1873 e, successivamente, in alcuni
interventi di eminenti figure dell’elité liberale e durante l’Affaire Dreyfus [Canepa 1975;
Toscano 2003a, 2003b, 2008; Di Fant 2002; Nani 2006; Pavan 2009].
Accanto a queste tendenze, il mondo cattolico italiano sembra
privilegiare, nella sua polemica antiebraica, una serie di temi specifici,
alcuni dei quali ancorati alla tradizione religiosa. Per quanto concerne il
nucleo tematico che dipende dalle narrazioni relative alla Passione di
Cristo, occorre ricordare che gli argomenti costruiti sul canovaccio della
lettura e del commento di alcuni brani degli scritti neotestamentari portano
in scena, nei momenti liturgici densi di significati religiosi e culturali,
le figure centrali del dramma della Passione di Gesù, in cui gli “ebrei”
giocano un ruolo fondamentale.[] Tra
i personaggi che prendono parte a questa vicenda, appaiono Giuda, i farisei,
il sinedrio, “i giudei” come popolo, i Romani, Ponzio Pilato, le donne. I
temi ricorrenti, almeno nei testi analizzati, fanno riferimento esplicito
alla sofferenza di Cristo, alla caduta di Gerusalemme, alla punizione di
Dio, al rifiuto del messia da parte del popolo ebraico e alle conseguenze
politiche di un atto così immensamente scandaloso. Ma nel complesso, attorno
alle scene della Passione, prendono forma tutta una serie di altri temi, che
si prestano alla polemica antisemita del tempo, come si può immaginare ad
esempio pensando al ruolo ricoperto da Giuda o alla associazione tra ebrei e
massoneria. Si tratta di motivi e temi che, se possono apparire scontati,
sono ripetuti periodicamente nelle chiese e diffusi da nuovi mezzi di
comunicazione, quali la stampa; subiscono, in taluni casi, anche un processo
di ri-semantizzazione, ossia assumono valenze diverse nel nuovo contesto
storico, adattandosi alle esigenze della società e del gruppo, fino a
trasformarsi radicalmente.
La forza di queste immagini è determinata dallo stretto rapporto che si
innesca tra testo sacro (la Bibbia) e rito: il tema della “passione” non è
solamente uno dei tanti argomenti che appaiono nella polemica antiebraica,
ma è contemporaneamente protetto e rafforzato dalla struttura del rito, sia
nella espressione orale della predicazione che nel suo re-enactment, di cui l’esempio più
significativo è costituito dalle sacre rappresentazioni. Insomma,
si può dire, per semplificare, che il tema del “deicidio” è veicolato non
solo non solo dal suo carattere testuale, ma anche dalla sua dimensione
rituale, sia nella forma del rito orale che in quella del rito mimetico.
Queste immagini e questi discorsi svolgono una funzione simbolica molto
importante nella diffusione e permanenza delle culture antiebraiche. Ma
soprattutto trasmettono una forma di ostilità antiebraica che non presuppone
l’esistenza concreta degli ebrei e dell’ebraismo. Inoltre è plausibile
ipotizzare – in mancanza di riscontri precisi – che le forme di diffusione
della mentalità antiebraica usufruissero in modo efficace di questi canali,
rito, predicazione e liturgia. Nella diffusione dell’antisemitismo a livello
popolare dobbiamo quindi valutare meglio l’impatto della performance rituale
e dei messaggi che essa riesce a veicolare.
In questa sede mi interessa porre l’accento non tanto sulla circolazione
di questi temi che, al di là dei dati concreti che si possono rinvenire,
appaiono frequentemente nelle fonti a stampa cattoliche come è evidente
dagli articoli di questo dossier che dagli studi più recenti. Mi interessa
evidenziare gli aspetti strutturali di questo discorso religioso, i suoi
molteplici significati e la sua straordinaria capacità di incidere
sull’antisemitismo moderno.
Qualche nota a margine del tema del “deicidio”
L’immagine e il mito degli ebrei come «uccisori di Cristo», per usare una
bella formula di Jeremy Cohen, hanno una storia complessa e molto
articolata, costituendo momenti topici della fede cristiana. La plasticità
delle narrazioni sulla Passione costituisce uno snodo centrale, perché
potenzialmente capace di rispondere a svariati bisogni antropologici,
psicologici e sociali fondamentali. La genesi del tema del “deicidio” è
stato individuato in alcuni scritti dei padri della chiesa (in parte
supportati dalle narrazioni presenti nei vangeli canonici) e in particolare
in Melitone (forse di Sardi) che per primo, alla fine del II secolo dell’era
volgare, unisce, in un binomio destinato ad avere grande successo,
l'immagine di “Israele”, in quanto popolo biblico e storico, con quella
degli ebrei, presenti nei brani evangelici, come «uccisori di Cristo».
“Israele” (biblico) diviene così, in una immagine efficace, il popolo che ha
«ucciso Dio» (nella forma di Gesù) [Cohen 2007, cap. 3]. Da un punto di
vista della storia delle religioni, questo tema si compone dell’argomento
della “morte di Dio” interpretato però come atto criminoso compiuto da un
gruppo umano specifico – gli ebrei, quelli immaginari e quelli reali. Propongo, come ipotesi da esplorare, di analizzare in profondità l’idea del
“Dio morente”, così presente nelle culture politeiste – e in
particolare nel ricco pantheon classico – e quella della “morte di Gesù” in
relazione a idee e credenze di matrice biblica – la punizione, la perdita
della terra per volontà divina laddove il patto con Dio non venga
rispettato, appartenente alle concezioni deuteronomiste. Accanto a queste
immagini si sovrappone e si incardina l’interpretazione sacrificale della
morte di Gesù, il quale salva i fedeli condannando però gli ebrei. Centrale
allo sviluppo del meccanismo e al successo dell’accusa del deicidio concorre
anche la elaborazione del tema del “popolo criminale”, di più difficile
rinvenimento almeno nelle fonti più antiche, ma ben sviluppato in età
medievale anche attraverso la diffusione dell’accusa di omicidio rituale.
È interessante notare come la definizione di “deicidio” appaia ancora,
dopo la seconda guerra mondiale, nel Dizionario Ecclesiastico pubblicato da Utet. In una voce molto breve e chiara si
presenta una etimologia del termine (da deus = dio e caedo =
uccido), sottolineando che il “deicidio” è un:
termine indicante l’uccisione di un dio; si usa esclusivamente per designare la morte di Gesù Cristo
sentenziata da Pilato e dal Sinedrio ebraico. Propriamente Gesù non poté
essere ucciso che come uomo, non già come Dio, ma – in virtù
dell’Incarnazione e dell’Unità di persona in lui, Dio e Uomo – è legittimo
adoperare il termine deicidio, allo stesso modo che si dice che Dio è nato,
ha patito, è morto ed è resuscitato. [Dizionario ecclesiastico 1953, 827]
Pur non rinunciando a sottolineare questo ambiguo aspetto degli
insegnamenti cattolici, la definizione è decisamente espunta di tutti gli
altri elementi che si erano accumulati attorno a questo tema nel corso
dell’ultimo secolo.
L’accusa di deicidio venne ha svolto un ruolo centrale nella polemica
antiebraica perché si presta perfettamente a costituire l’archetipo dei crimini compiuti contro l’umanità
(intesa nei suoi termini cristiani). Gli ebrei, che non si sono convertiti e
non hanno riconosciuto la messianicità di Gesù, figurano quindi come popolo criminale, estensore del delitto per eccellenza,
quello dell'assassinio di Dio. L’immagine degli ebrei “assassini” e deicidi
si cristallizzò nell’immaginario cristiano occidentale attorno ad una serie
di altri temi teologicamente più significativi, come la concezione del popolo testimone e la dottrina
della sostituzione, diffondendosi tramite strumenti liturgici, libelli,
immagini, arte sacra e liturgia, architetture e organizzazione dello spazio.
Essa divenne, nel corso dell’Ottocento, un’immagine talmente potente da
essere indistintamente utilizzata da cristiani e non cristiani.
Letture politiche del deicidio
La “passione di Cristo” si presta quindi a veicolare l’accusa di
deicidio, anche se, da un punto di vista storico e filologico essa non è
immediatamente contemplata nei brani che descrivono il processo, la condanna
e la morte di Gesù. Tuttavia, al di là degli usi che i cristianesimi hanno
fatto di questo tema/mito, è nel contesto cattolico del secondo Ottocento
che “passione” e “deicidio” assurgono ad una rinnovata centralità nel
dibattito politico e culturale.
Per quanto concerne il contesto italiano, la lettura politica della
“passione di Cristo” e il tema del deicidio appaiono sulla scena pubblica, in modo
politicamente e culturalmente pregnanti, nei primi anni settanta [Miccoli 1997,
1398-1407]. L’espulsione di Cristo dalla società contemporanea si rivelava strumentale
per istituire un’associazione immediata tra i responsabili dell’antico e scandaloso
rifiuto (quello ebraico) e gli eventi politici correnti – ossia la caduta dello stato
pontificio. Questo nesso, che negli articoli della «Palestra del clero» viene riproposto
nelle sue molteplici sfumature ma all’interno di un discorso indirizzato al clero e alle
funzioni pastorali, è tematizzato in un articolo che «La civiltà cattolica» pubblica nel
1872, dal titolo emblematico Il Golgota e il Vaticano.[] All’indomani della breccia di Porta Pia Pio IX insisteva, nei suoi discorsi
pubblici pronunciati in momenti liturgici ben precisi, sul rapporto tra calvario,
sofferenza di Cristo, persecuzione anti-cristiana delle origini e politiche
anti-clericali degli stati moderni. In momenti culturalmente e religiosamente densi di
significati – Natale, il periodo pasquale – appaiono espliciti riferimenti a quella che
sembra essere una inedita, quanto tradizionale, associazione della morte di Cristo con
la caduta del potere temporale della chiesa [Miccoli 1997, 1407; Di Fant 2007]. Nelle
più recenti analisi condotte sugli articoli apparsi nella «Civiltà cattolica» dalla data
della sua fondazione, 1850, fino alla fine degli anni Settanta, è emerso come questo
nesso politico-religioso, che legge i temi della Passione alla luce degli eventi
politici fosse già proposto nei decenni precedenti, soprattutto in relazione alle
vicende legate al Risorgimento e all’Unità d’Italia [Lebovitch Dahl 2003].
Il successo
di questo tema, che veicola l’idea di una attualizzazione della crocifissione di Cristo
ad opera degli ebrei applicata di volta in volta a soggetti ritenuti affini – al Papa,
alla nazione, alla società tradizionale e via di seguito – è riscontrabile nella sua
capacità di farsi icona, e di diffondersi tramite vignette, immagini, dipinti.
L’accusa di deicidio, la quale si fonda su
argomentazioni che sono contemporaneamente religiose e politiche, permette
alla chiesa di interpretare tutte le forme di conflitto in cui essa si trova
coinvolta entro uno schema chiaro, traducibile nei seguenti termini:
l’immagine di Gesù crocifisso, che riaffiorerà nelle icone visive,
rappresenta la crocifissione della chiesa. Il crimine perpetrato dai
«Giudei» è ora compiuto da «anticlericali, massoni, ebrei moderni». La
centralità assunta dal tema del deicidio implica quindi, in un contesto
politico mutato, non solo la riproposizione di un discorso teologico
tradizionale ma contribuisce a diffondere una serie di corollari, alcuni di
carattere politico e altri di carattere culturale destinati ad un successo
immenso. Ad un primo livello, attraverso la storia della “passione di
Cristo”, si intende ricordare che il popolo ebraico è deicida e come tale
non può essere liberato dalla sua necessaria schiavitù (quindi
subordinazione) attraverso meccanismi moderni e concezioni nuove di
parificazione giuridica. Ritornare su questi nessi significa opporre una
filosofia della storia che si contrappone nettamente agli eventi politici
che si sono succeduti nel corso degli ultimi decenni, segnati da concrete
vicende di emancipazione politica e dalla fede di un progressivo avanzamento
di quegli ideali. La parificazione giuridica, che non viene mai
esplicitamente riconosciuta, sarà esplicitamente condannata nel corso degli
anni novanta, in un contesto in cui l’antisemitismo europeo si manifesta con
grande virulenza e con rinnovate armi.
Altro tema evocativo che deriva dai testi evangelici è quello relativo al
processo contro Gesù, peraltro non secondario nell’elaborazione del tema del
“popolo deicida”. In questo frangente, gli ebrei sono descritti tramite
immagini negative, desiderosi di complottare contro Gesù, guidati dalla
volontà di ucciderlo, coadiuvati da Pilato, debole e vile, incapace di
opporsi. Ora – così scrivono gli autori cattolici, attualizzando l’immagine
nel linguaggio della politica e della società contemporanee – nello stesso
modo la «Massoneria, gli atei e gli Ebrei complottano contro la
Chiesa»[]. L’odio che, in questi
testi, è rivolto ai farisei evangelici si ritraduce nel disprezzo
verso i «farisei moderni»[]. La
«maligna ipocrisia di scribi e farisei» coincide con quella di ebrei,
massoni e atei, veri e propri “farisei moderni” che lottano contro il
papato. Il termine fariseo – che in quegli anni è ampiamente discusso nelle
ricerche scientifiche sul cristianesimo delle origini – viene così ad
assumere, nel linguaggio corrente, nuove connotazioni negative e significati
inediti[]. L'uso attualizzante
di questi brani consolida e legittima anche uno dei grandi temi
dell’antisemitismo ottocentesco e novecentesco, quello del “complotto
ebraico”, divenuto modello di interpretazione della genesi della
società moderna che si diffonde nella riflessione cattolica
post-rivoluzionaria fino a condensarsi nei Protocolli degli Anziani Savi di Sion, il famoso falso che, pubblicato agli
inizi del ventesimo secolo, sarà destinato a grande successo ed ampia
diffusione.
Lo struttura del discorso è semplice poiché si fissa sull’immagine
binaria e sulla dicotomia noi/loro, amico/nemico che permette l’assunzione
di toni manichei, assoluti, dualistici (Chiesa/Sinagoga, Bene/Male,
Dio/Satana). Il tema della colpa originaria e quello, strettamente connesso,
della responsabilità collettiva del deicidio sono funzionali alla
comprensione di fenomeni sociali associati alla modernità e permettono di
assimilare i movimenti di critica e opposizione alla chiesa entro l’immagine
del nemico teologico classico – gli ebrei – e al contempo ricordano che la
chiesa, come in passato, «risorgerà vincitrice», «come Cristo il terzo
giorno», annientando i suoi nemici. La lotta tra bene e male, tra Gesù e
“giudei”, tra chiesa e civiltà moderna, rappresentata da ebrei e massoni, è
costitutiva di questa elementare grammatica antiebraica e garantisce una
spiegazione semplice degli eventi, passati e contemporanei, facilmente
decodificabili dai fedeli più o meno alfabetizzati o acculturati attraverso
le immagini note della passione e il mito del deicidio[].
Accanto a questi aspetti, le indicazioni per la predicazione veicolano
altri temi destinati a grande fortuna. Il ragionamento teologico sul
deicidio presuppone una forma di punizione divina che si materializza in una
condizione politica precisa, nella perdita eterna della terra, in altri
termini della autonomia politica. Gerusalemme, città ingrata verso il
Redentore, e i suoi abitanti, «ribelli e duri di cuore», sono descritti nei
testi proposti per il periodo di Pentecoste. Vediamo il seguente brano, in
cui Gerusalemme appare personificata, secondo un classico modello presente
anche in molti brani tratti dai profeti biblici:
Ingannata! Lo vedrai un giorno se fosse stato meglio per te portare
l’ingiusto giogo romano, o l’accogliere piuttosto con esultanza il tuo vero
re, il discendente di Davide, l’erede dello scettro di Giuda. Ma già io
veggo che Cristo in mezzo al suo trionfo versa amare lacrime sopra l’ingrata
città, prevedendo il castigo che per la sua incredulità le pende sul capo: videns civitatem flevit super illam (Lc 19, 41). Ah! Gerusalemme, Gerusalemme, che
uccidi i profeti e lapidi quei che per tua salute ti sono inviati, quante
volte non ho io voluto radunare i tuoi figli, come una gallina raccoglie i
suoi pulcini sotto le ali, e tu nol volesti! Ma verrà il tempo in cui i tuoi
nemici ti circonderanno di trincee, e ti assedieranno, e uccideranno i figli
tuoi, né lasceranno in te pietra sopra pietra, perché non hai voluto
conoscere il tempo della visita che ti ha fatto il Signore (Lc 19, 44). Ah!
Terribile perdizione, che fra pochi anni avrà il minacciato effetto,
portando a Gerusalemme una desolazione, che secondo la Profezia di Daniele,
durerà sino alla fine dei secoli” (Dn 9, 27)[].
Nella lunga citazione riportata gli argomenti di carattere teologico
relativi alla punizione di Gerusalemme, causata dai suoi peccati, sono in
parte fondati sull’interpretazione cattolica del libro di Daniele. La
punizione di Gerusalemme è un tema ricorrente nella Bibbia ebraica,
soprattutto in alcuni testi dei profeti, e si ritrova anche nelle pagine di
Flavio Giuseppe (La guerra giudaica). Questa lettura, in una fase
successiva, assumerà connotati diversi nell’uso teologico-politico che ne
fecero i padri della chiesa.
Di tono simile, con sfumature più politiche e più attualizzanti,
riscontrabili anche in altre pubblicazioni periodiche [Di Fant 2007], appare
un altro brano, in cui alle immagini di Gerusalemme ingrata e derelitta si
aggiungono commenti relativi alla condizione politica del popolo ebraico
(antico):
1. Fa orrore il leggere le orrende tragedie avvenute nel terribile assedio
di Gerusalemme, e i mali che vi aggiunsero gli ostinati!
2. Ma questi, di Gesù Cristo, non saranno che il principio dei dolori!
3. La rovina della città sussiste da diciotto secoli, né la poterono
ristaurare né meno i giganteschi sforzi dell’apostata Giuliano;
4. e la dispersione dell’ebreo popolo, senza sacerdoti, senza sacrifizii,
senza tempio e re, la vediamo coi proprii occhi […].
5. Alla distruzione di Gerusalemme fa seguito la dispersione dell’ebreo
popolo per tutto il mondo: Daniele lo aveva già predetto: che l’Ebrea
nazione non sarebbe più il suo popolo: ma perché?
6. Perché lo avrebbe rifiutato, rinnegato […]. Può darsi più chiara e più
precisa descrizione dei futuri avvenimenti? Iddio ha abbreviato il tempo
sopra la città santa per dare fine al peccato e alla prevaricazione.
Passeranno settanta settimane di anni, e verrà il Santo dei Santi, ma dopo
settantadue settimane sarà ucciso il Cristo, e l’ebrea nazione non sarà più
il suo popolo perché lo rinnegherà.
7. […] Così Daniele e così fu.
8. Ecco il popolo ebreo senza re, senza regno, senza tempio, disperso pel mondo, portando in fronte il marchio del deicidio[].
Le immagini di Gerusalemme, poetiche ed evocative, rafforzano l’idea
della punizione politico religiosa della città santa. Fallimentari, infine,
sono i tentativi di risollevarla per mano di coloro che sono “infedeli”,
come nel caso storico dell’imperatore Giuliano (detto l’apostata) che cercò
di restaurare il tempio di Gerusalemme. L’immagine che si trae dalla lettura
di questi testi si fonda sulla concezione della terra punita e
su Gerusalemme distrutta, per colpa del «rifiuto del Messia» e
del «marchio del deicidio» (8).
Questi brani sono di grande interesse perché utili per ricostruire
l’immaginazione culturale relativa alla “Terra Santa”, concepita contemporaneamente come
luogo religioso e politico della riflessione cattolica. Gerusalemme è splendore e
grandezza quando rivendicata come cristiana, ma perdizione e distruzione se associata
agli ebrei. La memoria religiosa di Gerusalemme, trasmessa dalla immaginazione culturale
cattolica è un tema di grande interesse, perché nel corso dell’Ottocento essa è diffusa
anche tramite altri canali, che vanno dal consolidamnto dell’archeologia biblica ai
resoconti di viaggiatori e studiosi. Questi pochi esempi indicano un antagonismo con le
coeve concezioni protestanti in cui il rapporto degli ebrei con la “Terra Santa” è
concepito in modo più positivo e con le successive rivendicazioni ebraiche espresse dal
movimento sionista [cfr, in questo Dossier l'articolo di Tullia Catalan].
Infine, se si commentano anche tutti i termini che qui appaiono per
definire gli ebrei, si osserva come essi siano sempre concepiti
collettivamente, come il popolo biblico e post-biblico condannato alla
dispersione (al vagare, e quindi alla condizione di “straniero”); un popolo
anomalo, privo di quelle caratteristiche storiche che hanno caratterizzato
la storia delle nazioni antiche (re, regni, istituzioni religiose e
politiche). Sono temi che fanno ampio utilizzo della tradizione antiebraica
classica, in cui la fissione tra colpa del deicidio e punizione politica,
visibile nella dispersione e nella anomalia dell’esistenza di un popolo
diasporico, senza istituzioni politiche e re, sembra riflettere una
ideologia teologico-politica alimentata dell’idea che gli ebrei non hanno
più accesso alla loro elezione, ossia al patto fondativo contenuto nella
Bibbia. La teologia della sostituzione, elaborata nel corso dei primi secoli
dell’era cristiana, e la cancellazione voluta da Dio dell’antico patto si
esprimeva così non solo nella punizione politica dell’erranza e della
dispersione [Pesce 1997; Stefani 2004], ma anche nella sterilità culturale
dell’ebraismo post-biblico, che a più riprese si cristallizza nella lettura
negativa dell’ebraismo rabbinico.
Oltre ai messaggi meramente religioso-politici, appaiono anche
riflessioni più esplicita sulla condizione ebraica moderna. Occorre
scomporre il brano, già in parte analizzato, per evidenziare quelli che sono
alcuni dei temi caratterizzanti dell’antisemitismo politico nella sua
variante cattolica:
1. […] Che importa che al presente
2. abbondino [gli Ebrei] di ricchezze,
3. ascendano ai primi onori,
4. e si impongano tirannicamente ai seguaci del Nazzareno che troppo li
tollerano?
5. La loro grandezza ha fatto loro perdere tutto quello che loro restava
di religioso,
6. e l’avidità di arricchire a spese anche della giustizia e dell’equità
7. ha cagionato […] delle reazioni, che la loro esosa avidità e petulanza
provocava.
8. Castigo però anche questo permesso da Dio per continuare a tenere la
sua mano vendicatrice sulla riprovata nazione”[].
Queste frasi condensano in poche righe alcuni sottotemi della polemica
antisemita di quegli anni. Se seguiamo con attenzione i punti elencati si
comprende come gli articolisti leggano gli eventi contemporanei in relazione
al ruolo assunto dagli ebrei dopo la parificazione giuridica: nell’età
contemporanea sono diventati ricchi (2), hanno acquisito status simbolico e
sociale (3), imponendosi in modo anti-democratico ai cristiani che a loro
volta li «tollerano». La libertà politica si è tradotta in ricchezza e tale
situazione è tanto più esecrabile se letta alla luce della tradizionale
denigrazione cattolica del denaro quando associata al mondo ebraico. La
ricchezza degli ebrei è negativa non solo perché corrompe la civiltà
cristiana ma anche perché si riflette in una propensione psicologica che,
nell’ottica cattolica, si traduce nell’avidità di arricchire a spese della società cristiana che benevolmente accogli gli ebrei. Col
denaro, la «superba Sinagoga» antica riuscì a cospirare contro Gesù così,
nel presente, il popolo ebraico, col medesimo atteggiamento, utilizza il
«denaro dell'usuraio» nella «lotta contro la chiesa».
Il tema del “denaro ebraico” è un leitmotiv della polemica antiebraica fin dai tempi più
antichi: dai trenta denari di Giuda, ai mercanti nel tempio, dalle norme
sull’usura alle violente polemiche degli ordini mendicanti, il conflitto tra
ricchezza ebraica e ricchezza cristiana non da segni di tregua, sia nel
corso della prima età moderna che in età contemporanea. Anzi, la diffusione
del capitalismo industriale, a cui la chiesa opporrà, a parole, una critica
severa e una visione di un perduto mondo idilliaco, gerarchico e “giusto”,
non farà che rivitalizzare e acuire le immagini antiebraiche provenienti dal
campo metaforico della ricchezza e dell’economia trascinando con sé anche le
sue pratiche culturali – violenze, saccheggi, espropri. Tuttavia il contesto
ottocentesco si differenzia notevolmente da quello del periodo di antico
regime, perché attorno all’ossessione sulla ricchezza degli ebrei si
concentrano una serie di problemi che sono collegati alla più generale
condizione politica e sociale che coinvolge le comunità e i contesti ebraici
europei, i quali si trovano a gestire complesse trasformazioni
socio-economiche segnate dalla esplicita richiesta di trasformarsi in
«cittadini utili» e da un generale impoverimento, soprattutto in Galizia e
nella zona di residenza russa, determinato dai cambiamenti innescati dai
processi di industrializzazione.
La stigmatizzazione della ricchezza e del successo ebraici sono temi che
assumono una rilevanza centrale e ossessiva nel contesto della polemica
antisemita: da Adolf Stoecker a Karl Lueger fino a Edouard Drumont, questi
temi si trasformano in slogan di grande successo che sono il frutto di una
sapiente selezione di alcuni dati di realtà – il miglioramento economico e
sociale di alcune fasce della società ebraica. È interessante osservare che,
nel corso degli anni Ottanta del XIX secolo, appaiono anche nelle polemiche
antiebraiche italiane di matrice liberale [Pavan 2009, 50], e si può
ipotizzare, sulla base dei dati finora disponibili, che in questo contesto,
il tema della “ricchezza ebraica” costituisca uno dei luoghi di incontro tra
le diverse anime dell’antisemitismo politico ottocentesco. Peraltro, il tema
“dell’oro ebraico” corruttore della società cristiana avrà grande successo
anche nei decenni successivi cristallizzandosi nei romanzi middle-brow del
periodo fascista, di cui il best-seller Oro, di Ugo Wast costituisce un esempio illuminante
[Bonavita 2009; Germinario 2010].
La netta condanna dell’integrazione sociale ed economica nella società
“ospitante” (sempre cristiana) serve anche per elaborare un altro tema caro
alla polemica antisemita destinata a duraturo successo. L’idea chiave che
guida questi commenti si fonda sulla convinzione che l’esercizio della
libertà politica produce un atteggiamento ebraico intollerabile, ossia la
capacità di integrazione degli ebrei. Invece di valutare positivamente un
percorso di inserimento nella società, peraltro incentivato e predisposto
dalle stesse politiche modernizzatrici di governi cattolici (come nel caso
dei domini asburgici), per molti polemisti cattolici il successo degli ebrei
nella società cristiana si traduce in un comportamento tirannico che usurpa
il ‘naturale’ ruolo di preminenza dei cristiani nella società. Così –
seguendo l’argomentazione cattolica – l’ossessione della ricerca di
ricchezza da parte ebraica provoca delle “reazioni” contro gli ebrei, che si
manifestano nelle varie forme di ostilità antiebraica. Sono gli ebrei a
suscitare, come scrive l’autore, «delle reazioni, che la loro esosa avidità
e petulanza provocava. Castigo però anche questo permesso da Dio per
continuare a tenere la sua mano vendicatrice sulla riprovata nazione». Le
ostilità antiebraiche che in quegli anni prendono le forme di movimenti
antisemiti organizzati sono da leggersi come un «castigo» provvidenziale,
voluto da Dio il quale non smette mai di colpire la «riprovata nazione» (8).
Più concretamente, questi brani appaiono più chiari e pregnanti quando
letti nello sfondo degli eventi politici di quegli anni: nel 1878 a Berlino
è all’ordine del giorno la discussione della concessione dei diritti civili
degli ebrei di rumeni, uno dei paesi più antisemiti d’Europa e da poco
divenuto indipendente [Lebovitch Dahl 2010, 183]. Nello stesso anno Adolf
Stoecker fonda il partito cristiano-sociale che si ispira apertamente
all’antisemitismo politico [Ferrari Zumbini 2001]. Nel corso del 1881 sono i
pogrom russi a suscitare le preoccupazioni del mondo liberale. Commenti
sulla situazione relativa alle drammatiche e precarie condizioni degli ebrei
russi appaiono in tutta la stampa europea, così come in quella italiana e
non a caso sono ripresi da «Civiltà cattolica». Nel biennio 1881-1883 la
«Civiltà cattolica» aveva lanciato una delle sue più aggressive campagne
antisemite proprio sul tema dell’omicidio rituale. [Taradel, Raggi 2000;
Crepaldi 2003] Nel 1883 sarà invece l’accusa di omicidio rituale nel
villaggio ungherese di Tiszaeslàr a suscitare le preoccupazioni tra i
liberali – tra cui anche la stampa ebraica [Catalan 2003; Wyrwa 2007] e
l’interesse tra i cattolici di fede intransigente. Questi temi innestati nel
discorso religioso vanno compresi alla luce di un contesto di grande
conflittualità in cui l’emancipazione ebraica è lungi dall’essere un
processo compiuto. In questo senso, affermare che sono gli ebrei stessi con
le loro intrinseche caratteristiche a causare l’odio dei gentili e che
meritano, quindi, di essere perseguitati e puniti significa adottare una
visione di deresponsabilizzazione politica nei confronti di tutte le forme
di antisemitismo [Miccoli 1997].
Infine, un altro aspetto merita attenzione critica. Il successo sociale
degli ebrei è percepito come il risultato di un processo di secolarizzazione
dell’ebraismo traducibile nell’equazione che connette integrazione sociale,
modernità e allontanamento dalla religione (tema indicato al punto 5).
Questo argomento, ancora confuso e ambivalente nella pubblicistica cattolica
di questo periodo, coesiste in modo contraddittorio, con il tema ossessivo
della onnipresenza dell’ebraismo tradizionale e rabbinico (ossia talmudico),
denunciato spesso come criminale e intollerabile.
Gesù il Cristo e le passioni antiebraiche
Vorrei ora spostare l’analisi sugli effetti culturali di questa forma di
antiebraismo, che non si riduce solamente alla sua variante politica, ma
attiva, efficacemente, una manipolazione delle passioni che permette di
comprendere il rapporto tra la diffusione dei corollari politici associati
alla Passione e l’elemento emotivo e performativo dell’antisemitismo. Come
si può notare dai brani menzionati, indirizzati alla predicazione, il tema
della “passione di Cristo” ha una straordinaria capacità di suscitare e
mobilitare, facendo forza sulla manipolazione delle emozioni e la
teatralizzazione del racconto, sentimenti radicati nell’animo umano. Non è
un caso che il linguaggio utilizzato nei testi qui presentati sia spesso
violento, manicheo, assoluto, emotivo – in un certo senso passionale e
coinvolgente. L’immagine ricorrente del Dio cristiano che emerge da questi
brani è quella di un Dio vendicativo, che punisce contemporaneamente gli
ebrei e i non credenti. Questo aspetto è tanto più interessante se si
ricorda che spesso l’immagine del Dio vendicativo è stata attribuita
all’Antico Testamento e agli ebrei, in opposizione all’immagine del Dio
cristiano, elaborata negli scritti del Nuovo Testamento, ispirato e guidato
dall'amore. Inoltre, preme sottolineare che una parte della dottrina della
tolleranza religiosa, riscontrabile negli ambienti cristiani del
Seicento e Settecento, fece perno appunto sulla concezione dell’amore di Dio
per tutti i suoi figli (indistintamente dalla loro appartenenza religiosa).
L’orizzonte culturale di questo cattolicesimo sembra non contemplare l’idea
del Dio dell’amore, che scompare per lasciare spazio contemporaneamente al
Cristo sofferente e al Dio (cristiano) vendicativo.
In questi testi è anche rinvenibile un linguaggio che slitta dalla sfera
politica a quella emozionale indirizzando il sentimento religioso verso il
disconoscimento dell’alterità ebraica. Oltre a trasmettere immagini e
concezioni politiche ampiamente diffuse anche in altre pubblicazioni, questi
testi invitano a mantenere distinti gli ambiti, a rinnovare i confini tra
ebrei e cristiani. Nel commentare questi brani, che portano i fedeli a
rivivere le vicende del Vangelo, si rafforza e consolida la costruzione di
un’antropologia ebraica nettamente negativa. Nei testi analizzati gli ebrei
sono descritti tramite lemmi di derivazione biblica: «... duri di cuore»,
«infedeli», «feroci», «ipocriti» e quindi «ribelli»; gli ebrei abitanti
della Giudea e di Gerusalemme sono radicalmente diversi da Gesù e per questo
motivo non riescono ad accogliere il suo messaggio. Gli ebrei sono crudeli,
«carnefici» e «spietati crocifissori»[]. Non solo sono ‘deicidi’, ma anche determinati ad infangare
le gesta di Gesù, la memoria del suo
operato, assimilandolo alla feccia della società ebraica antica. E ancora,
sono «grossolani», incapaci di intendere perché «ciechi», allora, nel
passato, come nel presente. Alla descrizione del contesto ebraico («giudei»,
«farisei», «scribi», «sinedrio»), dipinta con tonalità cupe e fosche secondo
una estetica che riprende la mise en scène della sacra rappresentazione, si
contrappone nettamente, sullo sfondo, la figura di Gesù, «il buon Pastore»,
che ha salvato l’umanità, morendo sulla croce. Gesù ha mostrato amore verso
gli ingrati ebrei, ostinati e maligni, che meritano solo disprezzo. Gesù
Cristo è il nuovo Adamo, che «i giudei orgogliosi ed ostinati non (lo)
vogliono riconoscere»; con la risurrezione egli ha abolito la legge mosaica,
ma anche il popolo ebraico, poiché ora il vero popolo dell’alleanza sono
divenuti i cristiani[]. L’immagine
di Gesù sofferente e la sua agonia sulla croce sono contrapposte alla
«perfidia» ebraica, alla insofferenza e alla violenza «giudaica». Da un lato
si colloca tutto il dolore e la sofferenza redentiva (Gesù morente),
dall’altro la brutalità e la violenza di coloro che perseverano nell’errore,
il popolo ebraico e i suoi gruppi specifici.
 In termini semiotici la struttura iconica di questa immagine è facilmente
ricostruibile anche scorrendo la tradizione visuale europea, sia nelle sue
manifestazioni alte che in quelle più popolari. Le immagini religiose sullo sfondo della
passione sono anche segnate da una estetica di lunga durata, che visivamente segna una
differenza fondamentale dei corpi. La descrizione della società ebraica riflette spesso
quella della tradizione iconografica, che dipinge gli ebrei con tratti somatici segnati
dalla bruttezza e dal grottesco. Gli ebrei insomma, a partire della tradizione
patristica, sono parte del «basso» di bachtiniana memoria, del corpo e delle sue
brutture, privati però della componente ironica. Come avevo avuto occasione di notare in
un breve testo a commento del film di Mel Gibson (appunto sulla passione di Cristo)
l'aspetto della manipolazione delle emozioni e l'uso della Passione di Cristo sono modi
efficaci e attuali per veicolare non solo un forte messaggio cristiano ma anche immagini
antisemite [Facchini 2004]. La manipolazione delle passioni, la capacità di fare sentire
la sofferenza, è elemento centrale nella tradizione cattolica: il cattolicesimo – in
diverse epoche – concentrò molte delle sue risorse nel diffondere una visione cristiana
fondata sulla sofferenza e morte di Cristo, cercando con tutti gli strumenti possibili
di rendere visibile e vissuta quella sofferenza, concentrandosi sull'uso del corpo di
Gesù e sull'attualizzazione della violenza contestuale.
Infine un tema interessante che si può dedurre da questi brani è quello
relativo ad una potenziale etnicizzazione del conflitto religioso
ai tempi di Gesù. La descrizione della gratitudine «del lebbroso samaritano»
opposta alla «ingratitudine dei nove lebbrosi giudei», la ricorrente
presenza dei Samaritani, un gruppo ebraico che ha una sua precisa
collocazione geografica, l’attribuire spesso a Gesù una provenienza diversa
– la Galilea – rispetto al mondo della Giudea, permettono di elaborare una
immaginazione culturale attenta a contrapporre i gruppi etnici all’interno
del complesso mondo ebraico palestinese del I secolo[]. Si tratta di un tema molto
interessante che posso solo accennare ma non analizzare e che andrebbe
comparato con i testi di critica biblica o di storia del cristianesimo
antico del periodo. Infatti, è sufficiente per ora rilevare che proprio in
quel periodo venne lentamente a delinearsi una costruzione etnico-razziale
delle vicende gesuane che rifletteva la sensibilità diffusa del periodo, la
quale tendeva ad interpretare i conflitti religiosi dell’antica Palestina
alla luce dei conflitti etnici e razziali del mondo moderno.
A margine dei dati rinvenuti, mi pare possa essere interessante svolgere
qualche riflessione sulla figura di Gesù/Cristo che emerge dai brani
analizzati e metterla a confronto con il più generale contesto culturale
europeo del tardo Ottocento: gli studi scientifici, le biografie romanzate,
i pamphlet su Gesù. L’ebraicità di Gesù non è un tema del tutto irrilevante,
sia all’interno della cultura colta che nelle polemiche antisemite della
seconda metà dell’Ottocento, soprattutto laddove si sta definendo un
antisemitismo «razziale» con tendenze anti-cristiane, dai tratti
«marcioniti» [Miccoli 1997]. Per quanto l’Italia fosse isolata rispetto ad
altri paesi nei quali prese forma il dibattito scientifico su Gesù e sul
cristianesimo, questi temi circolavano ampiamente anche se recepiti in modi
e forme adatte al contesto locale. Nei giornali, negli ambienti liberali ma
anche in quelli del socialismo circolavano, se pure in forma volgarizzata, i
risultati di più ampie e approfondite ricerche sul cristianesimo antico.
Nelle pubblicazioni periodiche cattoliche, e nello specifico ne «La civiltà
cattolica», questi studi sono spesso recensiti, anche se in genere con toni
critici e negativi. Parimenti, la pubblicistica ebraica non manca di
partecipare attivamente, con proprie letture a questi dibattiti.
Nonostante la consapevolezza sempre più radicata che Gesù fosse ebreo,
molti studiosi di diversa confessione cercarono di ritrarlo in modo tale da
opporlo radicalmente al contesto storico, religioso e culturale in cui era
cresciuto. La difficoltà e il rifiuto di comprendere il nesso tra
cristianesimo ed ebraismo come possibilità di difesa contro i discorsi
antisemiti generatisi nel corso dei decenni successivi si manifesta anche
nei temi delle pubblicazioni qui esposti. Quel nesso tra ebraismo e
cristianesimo costituì sempre un irrisolvibile problema per molti cristiani
e per le chiese istituzionali. Un nesso temuto, allontanato, disprezzato,
negato. Fu quel disprezzo meno rilevante e significativo nella costruzione
di una moderna cultura antisemita rispetto ai discorsi biologizzanti e
razziali volti a distruggere quel nesso o a distruggere il cristianesimo
incorporato in quel nesso?
I più recenti contributi scientifici permettono di svolgere alcune
riflessioni, di certo non conclusive, sui caratteri dell’antisemitismo
ottocentesco italiano. I linguaggi delle ideologie antisemite permeano la
cultura italiana, sia nella sua componente liberale che in quella cattolica
(in senso esteso). L’ostilità antiebraica di matrice liberale – o per lo
meno di alcune correnti di questa costellazione politica e culturale –
sembra accogliere una serie di discorsi ampiamente diffusi in altri paesi,
le cui radici culturali affondano almeno in tre tradizioni di pensiero: 1.
la prima, ancora poco studiata, accoglie alcuni temi delle polemiche di
matrice religiosa (ad esempio l’ostilità diffusa nei confronti di alcuni
aspetti della ritualità ebraica come la circoncisione o la concezione
negativa nei confronti del Talmud); 2. la seconda è connessa ad alcuni temi
già presenti in nuce nelle discussioni tardo-settecentesche, nella
tradizione francese e tedesca, come ad esempio la polemica sul matrimonio
endogamico (che appare tra i punti delle richieste napoleoniche durante la
convocazione del gran sinedrio), o la nozione di «stato nello stato», che
rimandano alle discussioni relative alla natura corporativa dell’ebraismo;
3. una terza corrente, non ancora ben studiata, risente di tradizioni di
pensiero più moderno (come le discipline etnologiche e antropologiche, o la
linguistica europea). Queste forme di pensiero antisemita non rinunciano al
principio giuridico della libertà religiosa e del riconoscimento dei culti
diversi da quello cattolico, come è stato sottolineato da Toscano e ripetuto
da Pavan. In questo caso, per semplificare un discorso molto complesso che
va ricostruito con attenzione, si può parlare di una ostilità di carattere
ideologico, talvolta molto radicale, nei confronti sia della religione
ebraica tradizionale che degli ebrei in generale, al quale non propone però
forme di de-emancipazione giuridica, ma forme di cancellazione della
identità culturale [Levis Sullam 2008; Pavan 2009].
D’altro canto invece, quando si affrontano le conformazioni discorsive
dell’ostilità antiebraica di matrice cattolica (e più estesamente di quella
cristiana), le cose si complicano notevolmente per due ordini di motivi. Da
un lato non si può prescindere, in questo caso, dalla rilevanza del lungo
periodo, essendo la tradizione cristiana molto ricca di temi, immagini,
discorsi antiebraici e costituendo, di per sé, una risorsa positiva da
sfruttare nell’arena politica dell’antisemitismo moderno. In secondo luogo,
accanto ad una ideologia pervasivamente antiebraica, costituita sia da
tradizioni teologiche consolidate che dall’incorporamento di nuovi temi, ci
troviamo di fronte ad un discorso del tutto diverso, in cui il dato
principale è la messa in discussione della parificazione giuridica che si
fonda sulla concezione cristiana dello stato, o perlomeno di una sua
riproposizione.
La dimensione collettiva che assume l’ebraismo nelle rappresentazioni
polemiche cattoliche è altro tema abbastanza significativo, che in questi
testi appare come prioritario considerata anche la natura del materiale su
cui si fonda. Prevale cioè la concezione biblica e patristica del popolo
ebraico nelle sue connotazione più negative, rafforzate, in altri
interventi, dalla natura perversa dell’ebraismo rabbinico, che influisce –
nella prospettiva cattolica – sull’antropologia individuale.
In questo generale contesto, che deve ancora essere studiato in
profondità, l’adozione del tema della Passione e del deicidio nella polemica
antiebraica cattolica può essere letto non esclusivamente come una
“permanenza dell’antico”, ma piuttosto come un sapiente utilizzo politico e
culturale dell’antico, non esclusivamente determinato dalla idealizzazione
della cristianità medievale perseguita dalla chiesa cattolica, ma anche
dalle straordinarie potenzialità del rito, della liturgia e dalla loro
polifunzionalità capace di influire sulla mentalità collettiva. La scelta di
utilizzare in direzione polemica e antisemita i temi costitutivi della
Passione e del deicidio – temi e immagini che sono conosciuti e noti anche
tra chi ha abbandonato il cristianesimo – indica una scelta precisa
all’interno del mondo cattolico, e forse nello specifico quello italiano,
che si propone di offrire – nel contesto della diffusione dell’antisemitismo
europeo – una versione solida, radicata dentro alla tradizione, legittimata
dalla logica stessa del testo sacro, più autorevole e meno aggressiva, ma
non per questo meno incisiva.
Mosse aveva parlato, ormai decenni fa, di “cristianesimo infetto”. Uriel
Tal ha insistito sulla rilevanza della tradizione cristiana nella formazione
dell’antisemitismo moderno [Tal 1971; 2004]. Anche un tema così
apparentemente recondito come quello del deicidio, e l’eclettico uso delle
narrazioni relative alla Passione di Cristo possono svelare perduranti e
radicate forme di disconoscimento del mondo ebraico (antico/moderno,
collettivo/singolo) e mostrano, con chiarezza, come il cosiddetto
‘antigiudaismo religioso’ abbia attivamente contribuito alla diffusione
dell’antisemitismo politico. In realtà, come si può osservare,
l’antigiudaismo teologico, qui analizzato nella sua forma più costitutiva e
fondamentale, mostra il volto della sua intrinseca (ma non necessaria)
dottrina politica.
Adorno T. 1973, Il pregiudizio nel materiale dell’intervista, in Adorno T. W., Frenkel-Brunswik E., Levinson D. J., Nevitt
Sanford R., La personalità autoritaria, vol. II,
Milano: Edizioni Comunità.
Berger Waldenegg G. CH. 2008, Antisemitismo, Firenze: Giuntina.
Blumenkranz B. 2006, Juifs et chrétiens dans le monde occidental, 430-1096, Paris-Louvain:
Peeters.
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How
to cite: Facchini, Cristiana, Antisemitismo delle Passioni: lLa «Palestra del clero» e il tema del deicidio,
«Storicamente», 7 (2011), art.
46, http://www.storicamente.org/07_dossier/antisemitismo/facchini_antisemitismo.htm |
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Abstract
and bibliographic
information
ISSN: 1825-411X
DOI 10.1473/stor122
Storicamente, art. 46, 7-2011
Published: December 23th 2011
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Univ. Bologna, Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche, P.zza San Giovanni in Monte 2, Bologna, I-40124, Italy, cristiana.facchini@unibo.it
Notes
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