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Dossier antisemitismo e chiesa cattolica
Cristiana Facchini
Premessa
Antisemitismo e chiesa cattolica in Italia (XIX-XX sec.)
Ricerche in corso e riflessioni storiografiche
(Questo articolo fa parte del Dossier Antisemitismo e chiesa cattolica in Italia (XIX-XXI sec.))
È probabile che Marc
Chagall abbia portato a termine uno dei
suoi quadri più suggestivi e di difficile
interpretazione, la crucifixion blanche
(White crucifixion – Art Institute
of Chicago) poco dopo la Kristallnacht,
nel novembre del 1938. Se fissiamo lo sguardo
sul dipinto la prima cosa che colpisce ancora
oggi, e, suppongo abbia colpito maggiormente
nel 1938, è l’immagine del
crocifisso, un Gesù inusuale, sia
nei tratti fisiognomici che negli abiti
che gli avvolgono il corpo sulla croce:
un manto di preghiera ebraico gli cinge
i fianchi, il capo è coperto da un
panno bianco, forse, come indicherebbero
alcuni interpreti, un sudario. Il Gesù
ebreo di Chagall non indossa la corona di
spine, e sembra osservare, col capo declinato,
stanco e sofferente, non i personaggi classici
cristallizzati in una lunga tradizione iconografica
come la madre, Maria, la Maddalena, o l’apostolo
prediletto, ma è circondato da
momenti, o meglio, da eventi particolari
che sono ritratti in forma simbolica e che
sono collocati attorno alla figura sulla
croce. Le immagini – su cui non posso
soffermarmi in questa sede – sono
accomunate dal fatto di rappresentare eventi
traumatici della storia ebraica, in particolare
quella russa [Cohen 2007; Massenzio 2007].
I riferimenti all’antisemitismo nazista
sono ritratti nell’immagine in alto
sulla destra e forse in quella in basso
sulla sinistra. Nello specifico, però,
quasi tutte le altre immagini tendono a
ricordare e a rappresentare la violenza
dei pogrom e non esclusivamente quelli
di età zarista (si veda l’immagine
in alto a sinistra, gli uomini con le bandiere
rosse).
Il dipinto riflette un interesse
profondo di Chagall per la figura del Gesù
ebreo [Cohen 2007, 164], ma anche una particolare
predisposizione della intellighenzia
di cultura russa a riedificare in forme
culturali diverse i risultati della ricerca
scientifica ottocentesca sul Gesù
e la sua ebracità. Il quadro di Chagall
si inserisce quindi in una specifica sensibilità
culturale russa – che è attestata,
per altri ebrei, dalle opere di Uri Zwi
Greenberg o Mark Antokolskij, tra quelli
più noti [Roskies 1984; Cohen 2007]
– ma anche, più in generale,
nel complesso ordito di un universo culturale
europeo all’interno del quale circolavano
ricerche, immagini e concezioni sul Gesù
ebreo [Heschel 1998; Jaffé 2009]
e non ebreo [Heschel 2008; Gentile 2010]
che ebbero un notevole influsso sulle percezioni
incrociate delle rispettive “comunità”
religiose.
Lasciando a futuri contributi la
ricostruzione di questo contesto ebraico e cristiano sul Gesù ebreo, vorrei ora
attirare l’attenzione su questo dipinto che può suscitare una serie di diverse
interpretazioni: la più immediata vede il Gesù ebreo, imponente e sofferente e
immerso nella luce bianca, ergersi sulla drammaticità della storia ebraica che
lo avvolge in un infinito susseguirsi di violenza e distruzione.
Inesorabilmente connessi, la drammaticità e la violenza della storia ebraica si
riflettono nella sofferenza del Gesù ebreo che emana dalla croce. La sofferenza
del Cristo e quella del suo popolo sono collocate allo stesso livello di senso.
Una seconda lettura, che merita
di essere approfondita e che riflette meglio il conflittuale e complesso
rapporto tra cristiani ed ebrei nei primi decenni del Novecento, è più
contestuale e affronta anche il tema dell’antisemitismo: a cinque anni dalla
nascita del regime nazista e in periodo di crescente antisemitismo razziale,
quell’opera potrebbe anche rappresentare un altro discorso, meno noto, ma non
per questo meno rilevante. La sofferenza della storia ebraica, iscritta nella
secolare tradizione dell’antisemitismo europeo, è il frutto di un conflitto e
di un equivoco millenari: colpire gli ebrei significa colpire Gesù, uccidere
l’ebraismo significa minare e distruggere il cristianesimo; un cristianesimo
però che nel suo costituirsi è divenuto la fonte principale dell’antisemitismo.
È una interpretazione, questa, che riflette le intenzioni chagalliane se le sue
affermazioni sono veritiere. Infatti, reagendo ad una critica che proveniva
dagli ambienti ebraici e che gli rimproverava di essere offensivo e dissacrante
nei confronti delle persecuzioni antiebraiche in corso, l’artista ebreo russo
commentava, di fronte ai resoconti della distruzione delle sinagoghe e dei
negozi degli ebrei tedeschi e all’entusiasmo dei cristiani che osservavano
uscendo dalle chiese, affermando che:
Vedete – […] –
non hanno mai capito Gesù, uno dei nostri rabbi più compassionevoli. Quando
escono dalla messa mattutina non hanno compreso ciò che hanno visto, hanno
confuso tra il crocifisso e il vitello d’oro. Il mio dipinto intende aiutare i
cristiani a fuggire dalla idolatria del nazionalismo cristiano o dalla
ideologia dei crociati [Gol'dmann 1996].
Non posso commentare questa
interessante frase di Chagall in questa sede, ma intendo utilizzare questo
dipinto come spunto introduttivo, punto di partenza simbolico del progetto che
è contenuto in questo dossier.
Nel contesto europeo del periodo,
l’immagine veicolata dal dipinto riflette tutta una serie di questioni
complesse del rapporto tra la tradizione antisemita cristiana e la persecuzione
degli ebrei dell’Europa continentale che si è conclusa con la Shoah.
Penso che sia opportuno
sottolineare che, per lo meno agli occhi di coloro che vivevano quelle vicende,
e in particolare forse proprio per gli ebrei di varia fede (religiosi di vario
tipo, laici, agnostici o atei) era il cristianesimo a costituire la fonte
profonda e tangibile dell’ostilità antiebraica. Forse solo Freud, in una
illuminante lettera del 1938, aveva intuito la diversità dell’antisemitismo
nazista e i suoi peculiari tratti e, con triste ironia, individuava nella
chiesa cattolica, fonte della secolare ostilità antiebraica e continuo oggetto
di ansia per Freud, un possibile argine contro la tragedia che si stava
abbattendo sul mondo ebraico europeo.
La percezione di una forma
diversa di antisemitismo, quella variante razziale e biologica espressa dal
nazismo, incorporata in varie tradizioni culturali del pensiero europeo, se
pure nota, era tutto sommato elitaria e forse più esoterica per coloro che
vivevano l’esperienza della ripresa della discriminazione. Negli anni Trenta,
negli ambienti cattolici ecclesiali, l’operazione di differenziazione tra
antisemitismo völkisch, di ispirazione nazionalista radicale, e
antisemitismo cattolico, venne attuata nell’intento non di abbandonare o
criticare la tradizione dell’antisemitismo cattolico tradizionale, il quale
rimaneva solidamente ancorato – con l’eccezione di esperienze sporadiche e voci
individuali – al ricco bagaglio concettuale tradizionale e al suo progetto normativo.
Infine, occorre ricordarlo, durante gli anni della guerra, tra collaboratori e bystanders di diversa provenienza nazionale, molti, se non moltissimi, furono cristiani di
varia appartenenza – protestanti, ortodossi, cattolici. Se la chiesa cattolica,
ad un certo punto, vide nel nazismo l’impronta del “neopaganesimo”, gli ebrei
continuarono a vedere nei cristiani i loro carnefici.
Ogni ricerca sull’antisemitismo
produce una sensazione di frustrazione, perché sembra condurre in un vicolo
cieco: soprattutto lo studio delle tradizioni antiebraiche di matrice cristiana
e cattolica rischiano di offrire un continuo dejà vu, senza riuscire a
produrre nuove risposte; le fonti non ancora analizzate presentano spesso temi
e problemi noti, pochi i nuovi elementi, anche se rimangono da rileggere con
attenzione molti di quei dati, alla luce di studi di taglio teorico e
metodologico diverso. Eppure è proprio la ripetizione di certi temi che
dovrebbe attirare l’attenzione e le pratiche con cui nuovi elementi vengono
introdotti nei discorsi tradizionali, perché proprio quelli costituiscono i
tratti di una grammatica dell’ostilità antiebraica radicata e diffusa. Infine,
sembra essere proprio la tradizione antiebraica di matrice cattolica, e più
estesamente cristiana, ad alimentare molti preoccupanti fenomeni di
antisemitismo contemporaneo.
Al di là della proliferazione di
siti cristiani ispirati ai classici temi dell’antisemitismo cattolico,
afferenti alla costellazione del cattolicesimo intransigente, sono altri i fatti
di cronaca che richiamano l’attenzione verso questo problema. Ne elenco alcuni,
quelli che ritengo essere i più significativi, che partono dalle vicende e dal
successo del film di Mel Gibson, alla più recente questione del vescovo
negazionista Williamson, alle polemiche innescate dalle carmelitane a
Auschwitz, fino alle controverse reazioni all’assedio della chiesa della
natività durante la seconda Intifada; a questi si aggiungono numerosi casi di
diffuso antisemitismo, ampiamente documentato, sia per l’Italia che per
l’Europa, e il riutilizzo, nella polemica anti-israeliana proveniente dal mondo
musulmano, di immagini, tòpoi, discorsi non solo di provenienza
culturale europea, ma principalmente cristiana (il caso più eclatante è quello
dell’utilizzo dei Protocolli dei Savi di Sion).
Il “dossier” è stato ideato con
l’intento di proporre una riflessione sull’antisemitismo di matrice cattolica
concentrando lo sguardo sull’Italia, nell’arco di tempo che va dagli ultimi due
decenni dell’Ottocento fino agli anni più recenti. Gli articoli che sono qui
presentati sono il frutto di ricerche concluse di recente, in fase di stesura
e, in qualche caso, prime analisi di possibili temi e tracce da approfondire e
si inserisce nel tentativo di ricostruire una mappatura articolata e complessa
delle forme dell’ostilità antiebraica nella storia d’Italia. Ogni articolo
affronta, indipendentemente, il problema dei termini che definiscono il
proteiforme oggetto di ricerca – l’odio antiebraico di matrice cattolica –
rubricabile nei lemmi non neutri di antigiudaismo e antisemitismo, fino agli
slittamenti semantici attuali tra antisemitismo e antisionismo. Ogni autore ha
mostrato una certa sensibilità nell’affrontare la questione di carattere
terminologico, ma non abbiamo optato per una definizione comune, consapevoli
del fatto che sia necessaria una riflessione approfondita su questo problema
tutt’altro che nominalistico [Facchini 2010].
I saggi di A. Di Fant e della
sottoscritta sono dedicati a pubblicazioni periodiche cattoliche di area
intransigente e raccolgono interventi dedicati alla “questione ebraica” dai
tratti più tradizionali, ossia l’accusa di omicidio rituale e quella del
deicidio che, assieme alla polemica economica, costellano con ossessiva
presenza il discorso cattolico delle ultime decadi dell’Ottocento.
Di Fant ha dedicato il suo
studio al battage sull’omicidio
rituale che Don Albertario, sacerdote-giornalista
“militante”, lancia nel quotidiano
milanese da lui diretto, “L’Osservatore
cattolico”, nel biennio 1891-92. Il
quotidiano, monitorato dal Vaticano, fu
ampiamente coinvolto nella battaglia contro
gli ebrei, variamente descritti come “assassini”,
”bevitori di sangue”, “jene”,
“vampiri”, un linguaggio così
ricorrente che invita lo storico a riflettere
sul campo semantico e sull’impianto
retorico utilizzato dai propagandisti cattolici,
i quali non disdegnano, peraltro, le polemiche
di matrice economica che in quegli anni
sono diventate il cavallo di battaglia dei
movimenti antisemiti d’oltralpe, sostenuti
dai piccoli artigiani e coltivatori.
Nell’altro caso invece,
la pubblicazione periodica che viene proposta
come punto di osservazione, la “Palestra
del clero” di Roma, negli articoli
pubblicati negli anni ’80 dell’Ottocento,
serve da spunto per elaborare un’ipotesi
di lettura innovativa degli insegnamenti
più classici e topici della polemica
antiebraica, come quello del “deicidio”
che è veicolato nelle immagini della
“passione di Cristo”. Il tema
religioso classico è declinato nel
linguaggio di una teologia politica anti-liberale
e anti-moderna che, pur riproponendo lo
schema polemico del discorso patristico
nel quale si combinano due ordini di discorsi,
l’ostilità contro la religione
ebraica e il progetto de-emancipativo di
carattere giuridico, usufruisce dei mezzi
di propaganda più efficaci e tradizionali
– quelli della predicazione della
parola di Dio - con i quali l’antisemitismo
si diffonde tramite la manipolazione delle
emozioni e delle passioni che solo il racconto
della “passione” è capace
di suscitare.
Il saggio di T. Catalan affronta
un tema ancora poco studiato, ossia l’atteggiamento della chiesa cattolica,
attraverso i suoi organi di stampa, nei confronti del nascente movimento
nazionale ebraico, il Sionismo. L’analisi tenta di ricostruire le reazioni agli
eventi del 1897 (primo congresso sionista), del 1904, coincidente con la visita
di Herzl al papa e del 1917, anno della dichiarazione Balfour e della visita di
Sokolow al papa. In questo, come in altri casi, la presenza della polemica
contro gli ebrei si manifesta più diffusamente negli organi della stampa
locale, che pare essere permeata da una presenza cospicua di discorsi e
immagini antiebraiche, che aspettano di essere ricostruite e interpretate.
Il saggio di R. Perin si addentra
invece nell’analisi dell’atteggiamento antiebraico della stampa diocesana di aerea veneta a partire dall'ascesa del
nazionalsocialismo in Germania al fine di ricostruire le interpretazioni e i
commenti alle prime avvisaglie di antisemitismo tedesco, per constatare
l’indifferenza nei confronti della legislazione tedesca fino al momento in cui
la prospettiva del razzismo di stato comincia a profilarsi come concreta
opzione politica anche in Italia.
Agli anni del dopoguerra, alle
lente e contraddittorie prese di posizione del mondo cattolico nei confronti
della Shoah, la cui memoria peraltro rimane ancora confinata all’esperienza
personale dei sopravissuti e ignorata per lo più nella maggior parte d’Europa,
è dedicato il saggio di E. Mazzini, la quale affronta la questione ricostruendo
e interpretando le reazioni all’opera teatrale di Diego Fabbri, Processo a
Gesù, messa in scena a Milano nel 1955. L’opera, emblematica nel suo
intrinseco messaggio di mettere in scena una sorta di “moderno processo a
Gesù”, costituisce un momento interessante per comprendere i primi commenti
provenienti dal mondo cattolico in riferimento alla Shoah. Ma non solo: essa
riflette anche la centralità, nell’immaginario culturale italiano di diversa
fede politica, della figura di Gesù, luogo fondante del discorso e delle
rappresentazioni sugli ebrei.
Infine, i saggi di A. Marzano e
M. Faggioli, sono dedicati a casi specifici di attualità politica.
Marzano affronta le reazioni
della stampa italiana alla crisi della Basilica della Natività durante la Seconda
Intifada, in cui sono analizzate anche alcune notorie vignette (come quella di
Forattini) che apparvero in quel particolare frangente. Non sorprendono – e
richiederebbero forse una riflessione più approfondita – la persistenza e la
forza delle immagini religiose a veicolare un imperituro antisemitismo o
antigiudaismo che chiamar si voglia, anche dopo i mutamenti che il Concilio
Vaticano II ha faticosamente introdotto all’interno del mondo cattolico.
M. Faggioli affronta, invece,
altro tema che mi sembrava piuttosto centrale
per la comprensione di alcuni snodi significativi
della storia dell’antisemitismo cattolico,
ovvero la riflessione storiografica cattolico-tedesca
sulla Shoah. Il saggio percorre le tappe
della storiografica cattolica in Germania
occidentale registrando non solo i ritardi
ma anche l’ipoteca politica determinata
dalla situazione post-bellica e dall’assunzione,
quasi immediata, del paradigma “vittimale”,
che presenta i cattolici (tedeschi, ma non
esclusivamente) come le vittime designate
delle politiche del regime nazista. A questa
visione si accompagna anche quella “resistenziale”,
che fa del cattolicesimo una delle poche
isole di resistenza nei regimi totalitari.
A complicare il processo di una presa di
coscienza storiografica sulla Shoah –
e in ultima istanza delle responsabilità
del cattolicesimo – si aggiunge il
crollo del muro di Berlino e la conseguente
unificazione del paese che, paradossalmente,
avrebbero bloccato un processo di revisione
storiografica il quale, a partire dagli
anni Settanta del secolo scorso, andava
lentamente delineandosi in direzione più
critica.
Mi preme notare che il tema
“vittimale” e quello “resistenziale” svolgono una funzione centrale non solo
nella Germania del dopoguerra, ma sembrano delinearsi nel discorso cattolico
fin dagli anni Trenta e influire, seppure in modi diversi, anche sui percorsi
storiografici dell’Italia post-bellica.
A conclusione del dossier appare
un saggio di carattere bibliografico, redatto dalla sottoscritta e da E.
Mazzini, che renderà contro delle ricerche italiane degli ultimi due anni su
questi temi, in cui tenteremo di svolgere alcune riflessioni di carattere
storiografico.
Il dossier intende offrire
una mappatura, seppure molto parziale, dei
temi e dei problemi relativi alla ricostruzione
della storia dell’antisemitismo cattolico
in Italia, una ricognizione che riflette
il senso delle ricerche in corso e che al
contempo offre approfondimenti su percorsi
storiografici inaugurati dagli studiosi
di generazioni precedenti. Ai temi che vengono
qui proposti se ne dovrebbero aggiungere
altri, sempre più urgenti, tra cui
ad esempio una seria riflessione sulle concezioni
del razzismo in rapporto al cristianesimo
e al cattolicesimo, e non esclusivamente
negli anni Trenta; sui rapporti culturali
e simbolici tra nazionalismi e cattolicesimo
dalla seconda metà dell’Ottocento
fino al periodo tra le due guerre; sull’immagine
di ebrei ed ebraismo nella scienze delle
religioni, negli studi biblici e nella teologia;
nella letteratura di finzione alta e middle
brow, o di massa; una ricostruzione
della figura di Gesù nelle scienze
storiche, bibliche, nella letteratura e
nella cultura generale; sui dispositivi
di semplificazione dei discorsi antisemiti
in slogan, immagini, e altri strumenti di
propaganda. Infine, ritengo sia necessario
compiere uno sforzo aggiuntivo di collegamento
tra la storia della chiesa e delle sue istituzioni
con la storia della cultura/e cristiane,
al fine di comprendere meglio le dinamiche
di circolazione, produzione e fruizione
dei discorsi antiebraici o le diversità
dei livelli culturali del cattolicesimo
in riferimento alla elaborazione e assimilazione
dei medesimi discorsi.
Il tema dell’antisemitismo
cattolico – i due termini sono raramente accostati nella storiografia italiana
che preferisce utilizzare il lemma “antigiudaismo” [Facchini 2010] -
costituisce non solo argomento complesso e dibattuto, ma è anche oggetto di
rinnovata polemica storiografica e pubblica, nazionale ed internazionale. Al
contempo, il medesimo tema è fonte di ricorrente preoccupazione per diverse
ragioni – molte delle quali legate ad eventi di attualità e alla riemersione,
non solo in Italia, di culture antisemite ancora fondate sugli insegnamento
cristiani.
Se da un lato il processo
di beatificazione di papa Pio XII costituisce
uno nodo centrale all’interno della
polemica storiografica in corso, non sono
di minore rilievo le affermazioni del documento
vaticano del 1998 il quale configura una
netta presa di distanza dall’atteggiamento
critico che le chiese cristiane, tra cui
quella cattolica, avevano intrapreso rispetto
alle responsabilità di un secolare
“insegnamento del disprezzo”,
ritenuto, in parte, responsabile di aver
contribuito alla Shoah. Il processo di deresponsabilizzazione
innescato dalla chiesa cattolica in questi
ultimi decenni non ha fatto che acuire i
rapporti tra chiese cristiane ed ebrei,
producendo tra l’altro anche una serie
di contributi interessanti – alcuni
provenienti dal mondo anglosassone, altri
invece frutto di un decennale processo di
ricerche in questa direzione - che costituiscono
una sorta di contrappunto, tanto più
necessario in una società democratica,
alle posizioni ufficiali dei documenti vaticani
e, in ultima istanza, a contesti altamente
ideologizzati come sembra essere quello
italiano. Esemplare, in questo caso, la
lettura che David Kertzer ha fatto di Pio
XI, figura sulla quale pendevano ben altri
giudizi storiografici.
È innegabile che la
crescente mole di ricerche sull’ostilità
antiebraica della chiesa e delle sue culture
risenta delle aperture e delle esigenze
culturali del Concilio Vaticano II. Gli
effetti di quella particolare stagione e
i cambiamenti instaurati da quella vicenda
nei rapporti ebraico-cristiani sono visibili,
ma i risultati rimangono ambivalenti, poiché
la permanenza di immagini inerenti alle
conformazioni discorsive dell’ostilità
antiebraica di matrice cattolica (e più
latamente cristiana), che qui abbiamo riprodotto
solo in alcune delle sue molteplici manifestazioni,
sembra porsi come “segnalatore d’incendio”
della presenza, in Italia così come
in Europa, di culture antiebraiche ancora
radicate, le quali stanno ad indicare, da
un lato, le resistenze cristiane verso quell’apertura,
e dall’altro segnalano la capacità
di quelle stesse immagini di alimentarsi
e alimentare sia le società post-cristiane
che quelle non-cristiane.
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