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Dossier antisemitismo e chiesa cattolica
Massimo Faggioli
Storiografia cattolica tedesca e Shoah
Memoria religiosa e politica della storia
(Questo articolo fa
parte del Dossier Antisemitismo
e chiesa cattolica in Italia (XIX-XX sec.)
Oltre la questione Pio XII
Il percorso storiografico cattolico tedesco sulla Shoah 1945-2000
Shoah, memoria religiosa e politica della storia: questioni aperte
Bibliografia
Oltre la questione Pio XII
La questione del ruolo della chiesa cattolica nella Shoah e dei suoi
rapporti col regime nazista torna periodicamente alla luce, più
che per la sua importanza storica, per via delle decisioni delle
autorità ecclesiastiche sulla causa di beatificazione per Pio
XII o per sedicenti scoop derivanti da nuove (vere o false) scoperte
archivistiche. Storici e teologi sono preda di un news cycle nel quale la complessità della questione storica del rapporto
tra chiesa e nazismo (storia della chiesa, storia delle idee, storia
delle relazioni internazionali, storia militare) sembra essere sempre
più distante dalle semplificazioni della propaganda pro o
contro Pio XII (da una parte l’apologetica cattolica che tende
a presentare Pio XII come “il papa degli ebrei”,
dall’altra la denigrazione che vede in Pio XII “il papa
di Hitler”).
La concentrazione spasmodica sulla persona e gli atti di Pio XII
rappresenta una facile via d’uscita, rispetto alla comprensione
del problema della Shoah all’interno della cultura europea e
della cultura cattolica: l’opera di analisi storiografica del
problema inizia nel 1945 con la fine del regime nazista e con l’opera
di ricostruzione materiale del continente europeo, in un momento in
cui il complesso problema della “questione tedesca”
all’interno dell’Occidente anticomunista contrapposto al
blocco comunista orientale, gioca un ruolo di primo piano nel formare
l’immagine (sul piano interno come internazionale) dei
cattolici tedeschi di fronte alla Shoah [Traverso 2004].
Il rapporto tra storiografia tedesca e percezione cattolica della
Shoah è di grande rilievo per comprendere le relazioni della
cultura tedesca post-bellica con l’evento storico della Shoah e
per comprendere i lasciti e le lacune di queste relazioni nel
cattolicesimo contemporaneo. È una questione su cui vale la
pena riflettere per molti motivi. Il primo di questi è la
centralità dello scenario tedesco per la storia
dell’antigiudaismo e antisemitismo nel corso del secolo XX e
della Seconda guerra mondiale. Il secondo motivo attiene al ruolo
trainante della teologia cattolica tedesca per il rinnovamento
(conciliare e poi post-conciliare) del cattolicesimo nel corso della
seconda metà del secolo XX. Il terzo motivo ha a che fare con
l’elezione di Joseph Ratzinger a vescovo di Roma, papa della
chiesa cattolica, il 19 aprile 2005.
Tutti questi e tre elementi hanno influenzato e influenzano il lavoro
degli storici tedeschi e degli storici cattolici tedeschi sulla
Shoah, con conseguenze che vanno al di là dell’ambito
tedesco e germanofono e arrivano alla chiesa universale, contribuendo
alla percezione della Shoah da parte della cultura cattolica delle
sue gerarchie e dei suoi membri. Negli ultimi anni la storiografia
tedesca ha riflettuto sul contributo della Zeitgeschichtsschreibung,
della storiografia contemporaneistica cattolica alla questione della
Shoah e del rapporto col regime nazista, offrendo periodizzazioni
utili e giudizi coraggiosi,
che vale la pena qui riprendere e riassumere brevemente.
Il percorso storiografico cattolico tedesco sulla Shoah 1945-2000
L’inizio della ricerca storica sul cattolicesimo in Germania
non vede le acute prese di posizione che verranno solo negli anni
sessanta: nel primo dopoguerra non vi è né un E.W.
Böckenförde né un drammaturgo come R. Hochhuth a
sollevare la questione del rapporto tra chiesa e nazismo. Ma già
a partire dagli anni Cinquanta il cattolicesimo della Germania
occidentale inizia ad occuparsi dei rapporti tra cattolici e Weimar
prima, e tra cattolici e regime nazista poi, tentando di inquadrare
la chiesa cattolica all’interno del vasto insieme delle vittime
del regime nazista. Gli anni Cinquanta della Germania di Adenauer
sono stati definiti dagli storici cattolici dell’ultima
generazione gli anni del “silenzio collettivo” sulla
partecipazione della chiesa tedesca al regime nazista. Non solo per
motivi di autocensura psicologica, ma anche per motivi di
consolidamento della nuova Germania occidentale a fronte della
minaccia comunista (che aveva tagliato in due il paese), lo
schieramento politico e culturale cattolico si ritiene e viene
esentato da una resa dei conti con quel lungo periodo di convivenza,
se non di collaborazione col regime tra 1933 e 1945.
Ma non vi sono solo motivi generazionali o di opportunità
politica. Anche l’impostazione metodologica di quella
storiografia cattolica tedesca post-bellica contribuisce a quel
periodo di silenzio storiografico: la concezione teologica della
“storia della chiesa” come disciplina teologica legata al sentire cum Ecclesia (e non primariamente ad un metodo
scientifico basato sullo studio e l’interpretazione delle
fonti) spinge anche la migliore storiografia cattolica tedesca [Jedin
1988] in un angolo cieco e sordo rispetto alla questione della Shoah.
La beatificazione nel 1956 da parte di Pio XII del cardinale di
Münster, Clemens August von Galen (che si oppose alle politiche
eutanasiche del regime nazista, ma la cui voce in merito alla
persecuzione degli ebrei fu molto flebile) testimoniava
l’autopercezione della chiesa cattolica, ma allo stesso tempo
costituiva anche un’ipoteca vaticana sull’atteggiamento
del cattolicesimo tedesco e dei suoi storici rispetto ai protagonisti
del rapporto tra chiesa, nazismo e Shoah. In quel periodo l’immagine
della chiesa tedesca sotto il nazismo è quella di una chiesa
“vittima del regime” e protagonista della Widerstand,
della resistenza al regime negli ultimi anni della Seconda guerra
mondiale.
Questa lettura “resistenziale” e anti-nazista del ruolo
dei cattolici tedeschi andava incontro agli interessi politici e
culturali degli alleati nella Germania divisa in due, e corrispondeva
alle esigenze autobiografiche della generazione di cattolici tedeschi
che aveva vissuto il regime e la guerra, cioè della Erlebnisgeneration: una generazione al cui interno vi erano
anche molti intellettuali tornati sulle loro cattedre universitarie
alla fine della guerra. Con la progressiva scomparsa di quella
generazione, dalla fine degli anni cinquanta inizia a farsi largo una
nuova leva di storici: ma la nuova generazione di storici cattolici
agisce sempre all’interno di un progetto storiografico, quello
della chiesa cattolica in Germania, legato a doppio filo da un lato
con l’istituzione ecclesiastica e il suo forte episcopato (e
con l’ampia rete di facoltà teologiche cattoliche
all’interno delle università statali), e dall’altro
lato con l’elite politica cristiano-democratica CDU/CSU - perno
degli equilibri politici del paese e della sua politica
internazionale fino all’inizio degli anni Settanta. La
fondazione di istituti di ricerca storica e di collane di
pubblicazioni attorno alla vicenda storica del cattolicesimo tedesco contemporaneo
è legata a queste condizioni di esistenza tipiche di una
chiesa che incarna la continuità tra Germania nazista e Bundesrepublik post-bellica nella continuità
concordataria (quello del Concordato tra Germania e Santa Sede del
1933 firmato da Hitler e da Eugenio Pacelli – Concordato
tuttora, all’inizio del secolo XXI, in vigore).
Una prima discontinuità storiografica inizia a imporsi a
partire dagli anni Sessanta: il concilio Vaticano II apre (solo
parzialmente grazie alla teologia tedesca, rispetto al contributo
della teologia francese) la questione del rapporto tra “chiesa
e mondo”. Per la chiesa tedesca questa nuova pagina significa
da una parte un allentamento dell’alleanza tra episcopato
tedesco, elite politica cristiano-democratica guidata da Adenauer e
visione geopolitica “occidentalista” del pontificato di
Pio XII; dall’altra parte, i vescovi tedeschi sentono al
Vaticano II la necessità di una presa di coscienza
dell’esistenza di una “questione tedesca” e del suo dramma storico anche all’interno del cattolicesimo
europeo.
La questione della Shoah è ancora marginale nel discorso della
teologia e della storiografia cattolica tedesca. Ma è la
Germania non cattolica che inizia a voltare pagina. La pubblicazione
e la messa in scena del dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth
(1963) rappresenta il segnale di una nuova presa di coscienza, almeno
da parte di un drammaturgo non cattolico che vede la chiesa cattolica
come corresponsabile (se non addirittura la mandante morale) del
regime nazista e della Shoah.
Il caso de Il Vicario rappresenta l’episodio più
noto, ma non certo il più fecondo dal punto di vista degli
impulsi alla ricerca storica. Migliori testimoni di questa nuova fase
sono gli studi pionieristici di Ernst-Wolfgang Böckenförde
[1961] su chiesa e nazismo, a partire dal celebre saggio pubblicato
sulla rivista «Hochland». Ma è anche significativo
che il primo studio sistematico su chiesa e nazismo venisse, nel
1964, da un politologo americano, Guenter Lewy [1964]. Di fronte a
questi tentativi in corso nella Germania occidentale, nello stesso
tempo nella Germania orientale da poco separata dal resto del mondo
dal muro di Berlino non vi è alcuna discussione né
sulla Shoah in generale, né tantomeno sui rapporti tra chiese
e nazismo: sia la Shoah sia il nazismo vengono giudicati
ideologicamente e storicamente estranei all’ethos del comunismo
sovietico, identificati col campo “fascista” delle
potenze occidentali e propagandati come il frutto storico dei veri
nemici della lotta ideologica in corso. Entrambe le Germanie
rivendicavano l’eredità soltanto della parte migliore
del passato tedesco. La questione della Shoah, in entrambe le
Germanie, continuava a rimanere sullo sfondo e toccata
tangenzialmente nella Germania occidentale, mentre era negata e
rimandata al di là del muro da parte di una Germania orientale
che si percepiva come ideologicamente altra e alternativa rispetto
alla storia della Germania in epoca nazista.
Se negli anni Settanta, anche grazie ad un cambiamento culturale
accompagnato dalla fine dell’era Adenauer e dalla Ostpolitik dei governi socialdemocratici, la questione chiesa-nazismo guadagna
la scena pubblica, ma la storiografia cattolica recepisce solo
marginalmente questa nuova emergenza culturale. Tra anni Settanta e
Ottanta lo sforzo maggiore è concentrato nella edizione e
pubblicazione di fonti, che non abbandona l’immagine originaria
della chiesa tedesca come partecipe della resistenza al regime
nazista. La serie televisiva americana Holocaust (1979) arriva
anche in Germania e di fronte all’opinione pubblica rovescia
molte posizioni: molte di quelle che erano presentate come vittime
del nazismo diventano carnefici.
Ma la percezione del ruolo della chiesa cattolica nei rapporti col
regime nazista continua ad essere divisa. Una storiografia ancora
apologetica che definisce la chiesa prima vittima del nazismo trova
una conferma nel 1984, quando esce il volume biografico-statistico Priester unter Hitlers Terror [Hehl 1984], che estende a molti
preti la qualifica di membro della resistenza e che tende, ancora una
volta, a sterilizzare la questione della corresponsabilità
della chiesa cattolica nel consolidamento del consenso al regime
nazista. Ma l’immagine “resistenziale” del
cattolicesimo tedesco viene aspramente contestata da Ian Kershaw
[1985] come una resistenza limitata al mantenimento di un regime
religioso-ecclesiastico senza estendersi allo spazio pubblico;
dall’altro lato in Germania negli anni Novanta si hanno storici
come Klaus-Micheal Mallmann, Gerhard Paul e Thomas Breuer, critici
verso un’idea di chiesa cattolica “resistente” –
un’immagine sostanzialmente apologetica e incompatibile con le
radici culturali di quel cattolicesimo e con l’atteggiamento
definito da Paul di “leale riluttanza” (loyale
Widerwilligkeit) di quella chiesa verso il regime [Breuer 1992;
Mallmann e Paul 1993].
D’altra parte, nel corso degli anni Ottanta risulta come sempre
più problematica, specialmente per la chiesa tedesca, la
“sacralizzazione della Shoah” come alternativa ad un
lavoro di storicizzazione. Se la Historikerstreit (la celebre
controversia storiografica pubblica sul regime nazista scaturita
dalle posizioni revisioniste dello storico Ernst Nolte sul rapporto tra comunismo sovietico e “reazione nazista”)
del 1986-1987 avrebbe potuto aprire, anche per il cattolicesimo
tedesco, nuovi scenari di ricerca, l’improvvisa Wende (la caduta del muro di Berlino) nel 1989 cambia l’agenda
geopolitica, culturale e storiografica di tutto il paese.
I dividendi ideologici della fine della guerra fredda vengono pagati
su altri fronti, ma non su quello della storiografia cattolica
tedesca, che rimane ancora relativamente silente rispetto alla
questione dei rapporti tra chiesa e nazismo. Il cattolicesimo tedesco
impegna le sue energie nel rendere meno straniante il trasferimento
della capitale federale dalla renana e cattolica Bonn alla prussiana
Berlino, ma non coglie un cambio di paradigma nella storia tedesca.
Col 1989 viene profondamente modificato il discorso sul rapporto tra
identità tedesca, costruzione narrativa ideologica e storica
della Germania post-bellica, e “gestione del passato”.
Nella Germania Est decenni di discorso pubblico ed educazione
scolastica sulla storia contemporanea erano stati tesi a giustificare
l’auto-definizione della DDR come “stato antifascista”
per opposizione alla Germania occidentale, e pertanto non si era
avuto nessun discorso scientifico o culturale sulla questione dei
rapporti tra nazismo-cristianesimo-Shoah come “questione
tedesca”.
L’effetto della riunificazione tedesca sulla storiografia
cattolica tedesca a partire dagli anni Novanta è ambivalente.
Da una parte si ha il grande sforzo storiografico degli ultimi anni
per una storia religiosa della DDR, che ha prodotto molti volumi
sulla storia delle chiese nella Germania comunista, ma per ora non
sembra avere ancora affrontato il nodo dei rapporti tra chiese,
nazismo e memoria della Shoah: anzi, per certi versi, la storiografia
sulla resistenza delle chiese cristiane (cattoliche e non) nella
Germania comunista tra 1945 e 1989 rischia di riproporre una lettura
già ampiamente utilizzata nella Germania occidentale nei
decenni scorsi per il nazismo, vale a dire quella di una chiesa
“resistente” di fronte ad una dittatura anti-cristiana
(questa volta comunista): con il rischio di avvalorare, tramite la
celebrazione della “vittoria” dell’Ovest
anticomunista sull’Est comunista, una serie di luoghi comuni
tipici del cattolicesimo conservatore tedesco che hanno sempre
costituito parte essenziale della riluttanza verso una presa di
coscienza dei rapporti tra chiesa e nazismo. Dall’altra parte
la riunificazione tedesca ha cambiato l’agenda della memoria
del paese, ed è arrivata ad interrompere – se si
eccettua il centro di ricerca fondato e diretto da Hubert Wolf a
Münster all’inizio del nuovo secolo - una serie di progetti lanciati
dagli storici cattolici della Germania occidentale per una serie di
studi sulla Germania post-conciliare,
e quindi anche sulla recezione della memoria di chiesa e nazismo
nella Germania cattolica post-bellica.
Shoah, memoria religiosa e politica della storia: questioni aperte
Il pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005) ha portato nella
chiesa cattolica un contributo di auto-coscienza in qualche modo
supplente rispetto alle mancanze della storiografia cattolica tedesca
(e non solo) nel corso dei decenni precedenti: la centrale ma
innegabilmente complessa agenda di dialogo con l’ebraismo di
Giovanni Paolo II da una parte, e la sua origine polacca dall’altro
rappresentano elementi di primo piano per una comprensione degli
sviluppi recenti nel rapporto tra Shoah e coscienza storica del
cattolicesimo contemporaneo. Questo credito verso la memoria del papa
polacco nell’esperienza religiosa contemporanea è
testimoniato dal ruolo oggi considerato in qualche modo marginale
dell’episodio dell’insediamento del monastero cattolico
del Carmelo all’interno del recinto di Auschwitz, se
confrontato col “magistero degli atti” di Giovanni Paolo
II verso l’ebraismo e verso Israele durante il suo lungo
pontificato.
Il cambio di pontificato del 2005 – da un papa polacco a un
papa tedesco – rappresenta perciò un cambiamento
significativo, a livello simbolico, del rapporto tra chiesa cattolica
e Shoah. Non si tratta qui di imputare retroattivamente al pontefice
tedesco mancanze, pigrizie e reticenze della storiografia cattolica
tedesca. Si tratta invece di comprendere come l’agenda pubblica
e dottrinale di Benedetto XVI riguardo alla Shoah è
influenzata da una serie di fattori che hanno concorso negli ultimi
decenni e tuttora concorrono a formare l’immagine della Shoah
all’interno della coscienza storica della chiesa cattolica.
Da un lato è ormai chiaro che gli scatti di autocoscienza
tedesca e cattolica circa la Shoah sono maturati, nei decenni che ci
separano dalla fine della Seconda guerra mondiale, da una serie di
impulsi provenienti dall’esterno - di tipo politico (la Ostpolitik di Willy Brandt), culturale (Il Vicario di
Hochhuth) - accanto ai movimenti prodotti da eventi interni allo
scenario ecclesiale (il concilio tra 1962 e 1965, il lancio del
dialogo ebraico-cristiano negli anni ottanta e la confessione dei
peccati della chiesa da parte di Giovanni Paolo II nell’anno
giubilare 2000).
Ma sembra ormai appartenere al passato la scelta della confessione
dei peccati, della Schuldbekenntnis da parte del cattolicesimo
contemporaneo: gran parte della chiesa di oggi sembra essersi pentita
dei pentimenti. Tutto questo parte dal tentativo, a livello più
di politica ecclesiastica che di teologia accademica, di recuperare
un’immagine istituzionale di chiesa la quale impedisce ai suoi
rappresentanti e ai suoi membri di mettere mano alle pigrizie
storiografiche nei confronti dei frutti dell’”insegnamento
del disprezzo” verso gli ebrei da parte della cultura
cattolica. Questa archiviazione ha un indubbio effetto sulle giovani
generazioni quanto alla loro coscienza storica della Shoah e alla
loro conoscenza dell’atteggiamento della chiesa cattolica verso
la Shoah.
D’altra parte il cattolicesimo tedesco contemporaneo (sia nella
sua storiografia sia nella sua teologia) sta ancora registrando le
conseguenze del 1989 e le mutazioni indotte da quello sconvolgimento
per quanto riguarda la coscienza della Shoah e il rapporto con la
nazione tedesca e le sue chiese [Traverso 1994; 2007]. Sembra in
qualche modo significativo che il maggior contributo tedesco alla
“monumentalizzazione della memoria” [Marcuse 2010] della
Shoah consista in Germania nella creazione dell’architetto
Liebeskind, collocata proprio dove correva il Muro, nel centro di
Berlino, a pochi passi dalla Porta di Brandeburgo: come se la muta
rimembranza della Shoah fosse stata incaricata di sanare quella
piaga, e di celare la totale mancanza di memoria pubblica della Shoah
nella DDR, nella ex Germania orientale.
In questo senso, sembra essersi chiusa, paradossalmente “per
colpa” della caduta del Muro di Berlino, quella finestra di
opportunità che alla fine degli anni ottanta si era aperta –
anche grazie a Giovanni Paolo II - all’interno del
cattolicesimo. La chiusura di questa finestra segna una crescente Entfremdung, un’estraniazione tra la memoria proclamata
dalla chiesa circa la Shoah (all’insegna di un comodo “dove
era Dio ad Auschwitz?”) – ormai parte integrante di una
religione civile esclusivamente euro-atlantica – da un lato, e
acquisizioni della ricerca storiografica (cattolica e non)
dall’altro.
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