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Arturo Marzano
La Seconda Intifada nella stampa italiana
La crisi della Basilica della Natività a Betlemme
(Questo articolo fa
parte del Dossier Antisemitismo
e chiesa cattolica in Italia (XIX-XXI sec.)
Queste pietre di Giudea che già videro la “strage degli innocenti”
sono ora insanguinate dal confronto feroce tra due popoli semiti,
l’ebraico e l’arabo. Entrambi confidano nella legge del taglione
(occhio per occhio…) che può sembrare efficace nel suo
realismo brutale ed è invece terribilmente ingannevole.
Proprio qui nacque il Maestro che fu mandato a morte perché,
in un mondo devastato dall’odio, annunciava uno scandalo:
il perdono, l’amore per i nemici, il porgere l’altra guancia.
[Messori 2002, 2]
Con queste parole, che poco
sembrano avere a che fare con una vicenda
prettamente politico-militare, il 3 aprile
del 2002 Vittorio Messori [Luzzatto Voghera
2005] descriveva su Il Corriere della
Sera gli eventi del primo
giorno della crisi della Basilica della
Natività a Betlemme.
A seguito dell’ennesimo attentato terroristico, compiuto in
questo caso contro un albergo di Natanya il 27 marzo, Sharon aveva,
infatti, lanciato l’operazione “scudo difensivo”,
volta a garantire nuovamente all’esercito israeliano il
controllo delle principali città palestinesi. Il 2 aprile, nel
corso dei combattimenti con l’esercito israeliano, un gruppo di
circa 240 palestinesi si rifugiò nella Basilica della
Natività, dove si trovavano una quarantina di sacerdoti e
suore. L’esercito circondò l’edificio, intimando
ai palestinesi di arrendersi. Aveva così inizio la crisi della
Basilica della Natività, che sarebbe durata fino all’11
maggio, allorché venne raggiunto un accordo tra governo
israeliano e Autorità Palestinese.
L’articolo di Messori fa certamente riflettere, dal momento che
l’utilizzo di termini quali «popoli semiti», nonché
«legge del taglione» ebraico-musulmana contrapposta al
«perdono» cristiano, non lascia molti dubbi sul ricorso
dell’autore ad un repertorio semantico chiaramente antigiudaico
[Stefani 2004], pur ricontestualizzato e riadattato. Proprio lo
stesso giorno, peraltro, veniva pubblicata su La Stampa una
vignetta di Giorgio Forattini, nella quale un atterrito Gesù bambino si domandava se un carro
armato israeliano non volesse ucciderlo «un’altra volta».
Inconfondibile, anche in questo caso, il richiamo ad un altro dei
temi classici dell’antigiudaismo cattolico, l’accusa di
deicidio.
Mentre l’articolo di Messori passava sotto silenzio, la
pubblicazione della vignetta spinse Amos Luzzatto, presidente
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ad una
durissima replica. In particolare, Luzzatto metteva in luce la sinistra coincidenza per cui la tradizionale
accusa di deicidio veniva nuovamente alla luce, proprio in un periodo
in cui in Europa si verificavano attentati alle sinagoghe, ed Israele
veniva «demonizzato» come se fosse il solo responsabile
di quanto stava accadendo nei Territori Palestinesi Occupati. Mentre
lo stesso direttore del quotidiano torinese si sentiva in dovere di
scusarsi [Sorge 2002, 7], si apriva un dibattito molto aspro sul
rapporto tra antisionismo e antisemitismo [Castellina 2002].
Già il primo anno
della seconda Intifada aveva visto
alzarsi i toni dello scontro tra sostenitori
e detrattori di Israele, dal momento che
settori considerevoli del mondo politico,
sociale e culturale italiano avevano fortemente
preso le distanze da Israele, in maniera
simile a quanto era successo in occasione
dell’operazione “Pace in Galilea”
nell’estate del 1982. Ciò che
Barbara Spinelli scriveva nell’ottobre
del 2001 ricordava, infatti, da vicino quanto
Rosellina Balbi aveva sostenuto nel lontano
1982: entrambi gli articoli utilizzavano
toni piuttosto duri nei confronti della
politica israeliana e contenevano al contempo
una richiesta pressante rivolta alle comunità
ebraiche italiane di una pubblica presa
di distanza dalla leadership israeliana
[Levis Sullam 2004; Levi Della Torre
1982].
L’assedio di Arafat alla Muqata, la sede dell’Autorità
Palestinese a Ramallah, durato dal 29 marzo al 2 maggio, i tragici
eventi del campo profughi di Jenin,
nonché la crisi della Basilica della Natività di
Betlemme si inserirono in tale contesto e non fecero che aumentare
l’aspro dibattito tra coloro che criticavano fortemente Israele
e coloro che, invece, lo sostenevano con altrettanto vigore. A tale
proposito, vale la pena ricordare che il 15 aprile 2002, su proposta
de Il Foglio di Giuliano Ferrara, si tenne la manifestazione
dell’Israel day, che vide 15.000 persone scendere in
piazza a Roma per sostenere “senza se e senza ma” Israele
nel suo diritto a difendersi. Tale manifestazione seguiva di tre
giorni la pubblicazione su «Il Corriere della Sera»
dell’articolo Io, Oriana Fallaci, trovo vergognoso, in
cui la giornalista si schierava apertamente per la difesa di Israele
e tacciava di antisemitismo una parte considerevole della sinistra
italiana, incapace di comprendere l’attacco che – a suo
avviso - l’islamismo stava lanciando, attraverso l’ondata
di attentati suicidi che avevano colpito Israele, alla libertà
e ai valori occidentali. L’articolo si inseriva all’interno
di una serie di polemiche, relative ad alcune manifestazioni di
sostegno alla popolazione palestinese, durante le quali persone con
il volto coperto avevano inneggiato agli attentati suicidi contro la
popolazione israeliana e bandiere di Israele erano state date alle
fiamme [Mattone 2002].
È in tale contesto che la società civile e il mondo
politico italiani si confrontavano con la crisi della Basilica della
Natività di Betlemme, certamente l’episodio più
delicato e, al contempo, più controverso tra i numerosi eventi
di violenza che caratterizzarono l’aprile del 2002. Dal punto
di vista umanitario, c’era la preoccupazione per la vita dei
religiosi che si trovavano nella Basilica, dei
combattenti/terroristi palestinesi che vi si erano rifugiati, nonché di tutta la
popolazione palestinese residente nella città, sottoposta ad
un prolungato coprifuoco. Dal punto di vista politico-diplomatico, si
era aperto un delicato braccio di ferro tra Vaticano e Stato di
Israele, che chiamava in causa tutti i principali soggetti
internazionali, dagli Stati Uniti, all’Unione Europea, alle
Nazioni Unite, al mondo arabo. Dal punto di vista simbolico, infine,
il fatto che proprio uno dei luoghi santi più rilevanti per il
mondo cristiano - la Basilica è costruita sulla grotta in cui,
secondo la tradizione, era nato il bambino Gesù - si trovasse
al centro di uno scontro armato mobilitava una parte considerevole
dell’opinione pubblica mondiale, non solo cristiana, affinché
l’integrità stessa della chiesa venisse salvaguardata.
In tale crisi risultavano, dunque, intrecciate numerose questioni: in
primo luogo, il conflitto israelo-palestinese, di per sé già
carico di un forte connotato ideologico; in secondo luogo, le
relazioni tra “mondo arabo-islamico” e “occidente”,
in un momento particolarmente delicato dopo i fatti dell’11
settembre; infine, il secolare e contrastato rapporto, mai del tutto
risolto, tra cristianesimo ed ebraismo. Per questa ragione –
ancor più di quanto già non accadesse con le vicende
del conflitto israelo-palestinese - raccontare la crisi della
Basilica della Natività, un evento prettamente politico,
comportava il rischio di fare riferimento ad altre tematiche, del
tutto lontane dallo specifico contesto dell’avvenimento.
Ecco perché ci sembra molto interessante analizzare il modo in
cui la stampa italiana –
e, attraverso questa, il mondo politico, culturale, e religioso
italiano - ha presentato e interpretato la crisi di Betlemme, con
l’obiettivo di indagare se e in quale misura si sia verificata
una commistione tra discorso antisionista e retorica antigiudaica e/o
antisemita.
Prima di presentare i risultati dell’analisi, una premessa
merita di essere fatta, partendo da quanto è stato prodotto in
termini di riflessione teorica – poca, in realtà - sulla
delicatissima questione del «nesso» esistente tra
antisionismo e antisemitismo [Miccoli 2003].
Su tale tema, numerosi sono stati i contributi dedicati al contesto
europeo - e occidentale in generale - apparsi negli ultimi anni [Herf
2006]. In questa sede, sono certamente da citare i lavori dello
storico israeliano Robert S. Wistrich, per il quale l’antisionismo
ha talmente tanti punti di contatto con l’antisemitismo che si
può parlare di questi due fenomeni come di “gemelli
siamesi”; del sociologo francese Pierre-André Taguieff,
convinto sostenitore del legame stretto tra antisionismo e
“giudeofobia”; e del filosofo inglese Brian Klug, che,
invece, ritiene che non si debba confondere l’antisionismo con
l’anti-semitismo, dal momento che si tratta di due fenomeni
sostanzialmente distinti [Ottolenghi 2003; Klug 2003]. Vale la pena
sottolineare come Klug, sebbene tenga distinti i due aspetti,
definisca «un chiaro caso di testo antisemita» la
vignetta di Forattini apparsa nell’aprile del 2002 [Klug 2005,
52].
Per quanto concerne il contesto italiano, è invece da
registrare la mancanza di una riflessione approfondita. Il solo
studio analitico esistente si riferisce agli Sessanta, ed è
costituito dal volume di Alfonso M. Di Nola; nel suo lavoro, questi
notava acutamente come, oltre alla presenza di tre distinti tipi di
antisemitismo – di matrice cattolica, nazifascista e di
sinistra – fosse importante soffermare la propria attenzione su
«la devianza dell’antisionismo di sinistra in
antisemitismo» [Di Nola 1973, 14]. A questo non sono purtroppo
seguiti altri contributi che abbiano abbracciato i decenni
successivi. E se recentemente sono stati pubblicati lavori che
mettono al centro della propria analisi la situazione dell’ebraismo
e il fenomeno dell’antisemitismo in Italia [Toscano 2003;
Tarquini 2007], la questione dell’antisionismo è stata
affrontata solo marginalmente. Pertanto, sul «nesso» tra
antisionismo e antisemitismo in Italia, fatta eccezione per alcuni
articoli giornalistici che hanno avuto il merito di porre
l’attenzione su tale questione [Sofri 2002; Battini 2004], è
da segnalare solo la produzione di Adriana Goldstaub, responsabile
dell’Osservatorio sul
pregiudizio antiebraico contemporaneo presso il CDEC.
Eppure, il rapporto tra antisionismo e antisemitismo in Italia
meriterebbe certamente attenzione, vista la tradizionale politica
filo-araba tenuta dai partiti di governo, in particolare DC e PSI a
partire dagli anni Settanta, la posizione chiaramente
filo-palestinese del PCI, e la presenza in ampi settori della Chiesa
cattolica – almeno fino all’accordo diplomatico firmato
tra Israele e Vaticano nel dicembre del 1993 – di un
atteggiamento decisamente ostile allo Stato ebraico.
È quanto si propone questo contributo, che intende analizzare
se e in che misura, di fronte ad un episodio delicato quale la crisi
della Chiesa della Natività, la stampa italiana abbia ospitato
articoli in cui è utilizzato il «nesso» tra
antisionismo e antisemitismo, e quanto, invece, siano presenti
critiche che, pur forti, non si siano servite di una retorica
antigiudaica e/o antisemita all’interno di un discorso
antisionista.
A tale riguardo, crediamo sia necessaria un’ulteriore premessa
per sgombrare il campo da possibili equivoci, ed evitare dunque che
si possa sostenere l’impossibilità di criticare lo Stato
di Israele. Nei confronti di quest’ultimo riteniamo, infatti,
che sia possibile individuare tre diversi atteggiamenti.
Da un lato, si collocano quelle critiche al governo israeliano e alla
sua politica che non intendono in alcun modo mettere in discussione
la natura «ebraica e democratica» dello Stato di Israele né, tanto meno, la sua esistenza. Una
seconda posizione - che scegliamo di definire “critica
antisionista” - è quella di chi contesta il carattere
ebraico di Israele, punta a trasformarlo in uno «Stato di tutti
i suoi cittadini» e vuole, dunque, abrogare alcune delle leggi cardine del paese, su
tutte la “legge del ritorno”, che prevede la possibilità
per ogni ebreo di ottenere la cittadinanza israeliana. Una terza posizione, infine, è, quella che definiamo
“antisionismo”, e che consiste in un’opposizione
ideologica, che, indipendentemente dalle effettive politiche del
governo e le concrete vicende del conflitto israelo-palestinese,
condanna Israele in maniera pregiudiziale.
La distinzione fra la seconda e la terza posizione non è
affatto marginale, come potrebbe sembrare, dal momento che c’è
una differenza cruciale tra una legittima “critica
antisionista” - che pone interrogativi fondamentali sulla
natura dello Stato ebraico e, perciò, sui rapporti tra
maggioranza ebraica e minoranza araba e sul modo di migliorare
l’effettiva situazione di discriminazione che i palestinesi
cittadini di Israele subiscono rispetto agli ebrei israeliani - ed
un’inaccettabile posizione di “antisionismo”, che,
in modo puramente ideologico, attacca Israele utilizzando una logica
di double standard [Marzano 2007]. Concordiamo, dunque, con
quanto sostiene Luzzatto Voghera, per il quale «l’antisionismo
(…) di per sé non nasce originariamente come nuovo tipo
di antisemitismo. (…) È una dialettica politica
legittima, o per lo meno tale sarebbe se attorno all’antisionismo
non si ritrovassero quasi tutti gli elementi che dall’Ottocento
hanno caratterizzato l’antisemitismo» [Luzzatto Voghera
1994, 76-77].
Il presente saggio non si sofferma sulle due prime posizioni e si
concentra, invece, sulla terza, dal momento che è in tale
ambito che il discorso antisionista finisce per lambire, intersecare,
o assorbire quello antisemita, utilizzando tutta una serie di
stereotipi prodotti di volta in volta dall’antigiudaismo
cristiano, dall’antisemitismo razziale, e dall’antiebraismo
cosiddetto “di sinistra”, che hanno nel corso dei secoli
costituito un vero e proprio «archivio antiebraico»
[Levis Sullam 2008]. D’altronde, data l’errata
identificazione - pur diffusamente accettata - tra ebrei e Stato di
Israele, come se tutti gli ebrei fossero israeliani e dunque come se “ebrei” e “sionisti” fossero
termini sinonimi, molti degli stereotipi di tale «archivio»,
per secoli rivolti nei confronti de “gli ebrei” come
gruppo, vengono ora indirizzati ad Israele, in quanto “Stato
degli ebrei”.
In particolare, riteniamo che si possano rintracciare tre tipologie
di discorso antisionista, riconducibili ad un repertorio concettuale,
linguistico, stilistico, ed iconografico presente nell’«archivio».
A queste se ne può aggiungere una quarta, emersa dopo la
nascita dello Stato di Israele, che si fonda sul ribaltamento della
relazione vittima-carnefice, e dunque sulla trasformazione dell’ebreo
vittima della Shoah in carnefice del popolo palestinese, tramite una
serie di retoriche, su tutte quella per cui un popolo che ha subito
lo sterminio stia riservando lo stesso trattamento – il
genocidio - ad un altro popolo, impiegando nient’altro che gli
stessi metodi nazisti [Levy 2009].
Una prima tipologia di discorso antisionista ritiene che il sionismo
non sia altro che una modalità attraverso cui si concretizza
l’imperialismo occidentale. In un misto di anti-americanismo,
anti-colonialismo, anti-imperialismo, Israele viene osteggiato di per
sé, indipendentemente dalle sue politiche, sempre e comunque.
È evidente come questo tipo di discorso sia stato influenzato
dalla retorica sovietica già a partire dai primi anni
Cinquanta, sia entrato pienamente nel linguaggio politico della
sinistra europea dopo il 1967 [Rodinson 1967] e sia diventato patrimonio dei paesi del
Terzo Mondo nel corso degli anni Settanta.
Ma è altrettanto evidente la commistione tra questa tipologia
di antisionismo e l’«antisemitismo economico» della
sinistra marxista [Levis Sullam 2008, 24], dal quale vengono presi
una serie di stereotipi ricontestualizzati. Sebbene a tali modelli
presenti nell’«archivio» si possa ricondurre tutto
un linguaggio impiegato da vasti settori dell’opinione pubblica
italiana, tendenzialmente vicini alla cosiddetta “sinistra
radicale” ,
dalla nostra analisi della stampa italiana nel periodo della crisi
della Basilica della Natività non sono emersi riferimenti
semantici del genere.
Un secondo tipo di discorso antisionista ruota attorno all’esistenza
di un “complotto”, che viene declinato, di volta in
volta, in maniera differente. Molto diffusa è la convinzione
per cui “gli ebrei” – cioè “i
sionisti” – eserciterebbero un controllo
quasi assoluto sui media occidentali, con la diretta conseguenza che questi presenterebbero
una visione distorta del conflitto israelo-palestinese a tutto
vantaggio dello Stato ebraico. Riconducibile ad una commistione tra
“antisemitismo economico” e “complotto giudaico”
è, poi, l’opinione in base alla quale gli ebrei
controllerebbero le banche e più in generale il sistema
finanziario internazionale, potendo dunque disporre di un vantaggio
economico immenso. Altrettanto condivisa, infine, l’idea che “i
sionisti” deterrebbero le leve della politica estera americana,
così da poterla controllare direttamente.
È evidente il richiamo ad uno dei grandi stereotipi
dell’antisemitismo di fine Ottocento, il complotto ebraico di
cui parlano i Protocolli dei savi anziani di Sion [Taguieff,
1992], la cui diffusione prosegue soprattutto nel mondo arabo [Lewis
1971; Lewis 1990]. Non è, dunque, una coincidenza che il
“repertorio cospirazionista” [Miccoli 1997, 1408-1418; De Michelis 1998, 130-137] sia
particolarmente diffuso nel mondo arabo-islamico.
Nella stampa italiana del
periodo considerato, non si fa riferimento
a tale tipo di discorso, se non per alcuni
accenni particolarmente polemici verso la
politica estera americana, ritenuta troppo
compiacente nei confronti di Israele («Dall’altra
parte dell’oceano, il finto mediatore
comprende ed “avalla”, complice
e mandante al tempo stesso» [G.L.
2002, 4]). È chiaro, naturalmente,
come sia assolutamente legittima una critica
alla politica estera americana, purché
non ricada in un’interpretazione del
tutto ideologica ed arbitraria per cui sarebbe
Israele – tramite la presenza di una
universale “lobby ebraica” -
a gestire la politica estera di Washington
in Medio Oriente.
Decisamente più diffuso
– come la vignetta di Forattini e
l’articolo di Messori dimostrano –
è il ricorso che durante la crisi
della Basilica di Betlemme la stampa italiana
ha fatto della terza tipologia di discorso
antisionista, che, direttamente o indirettamente,
utilizza retoriche e simbologie chiaramente
riconducibili all’antigiudaismo cristiano,
su tutte l’accusa di deicidio. Colpisce,
infatti, la presenza, in una parte considerevole
della stampa analizzata, di un repertorio
linguistico e iconografico tipico della
retorica cattolica antigiudaica, come dimostrano
sia le vignette, sia gli articoli pubblicati
tra il marzo e l’aprile.
Secondo Emilio Giannelli, ad esempio,
la presenza di Sharon armato di un mitra, seduto sul Sepolcro,
impediva la resurrezione di Cristo, proprio di fronte ad un angelo
che aspettava, perplesso, l’evolversi della situazione. Si
ricordi che l’operazione “scudo difensivo” iniziò
il 29 marzo, venerdì santo, e dunque la situazione a Betlemme
era, domenica 31, il giorno di Pasqua, drammatica. Non un “nuovo”
deicidio, dunque, come nella già ricordata vignetta di
Forattini, ma una chiara responsabilità israeliana per la
mancata resurrezione, proprio quella resurrezione che, nella
tradizione cristiana, “gli ebrei” non avevano accettato,
rifiutando, così, la salvezza. Altre “conseguenze
dirette” dell’aggressione israeliana erano, in una
seconda vignetta di Giannelli, la fuga del
bue e dell’asino dalla mangiatoia, e, in una vignetta
di Vauro Senesi, la mancanza
assoluta di cibo che spingeva il bambino Gesù fino a
desiderare di mangiarsi proprio il bue e l’asinello. Sulla
questione se vi fosse sufficiente cibo o meno nella Basilica durante
i giorni dell’assedio vi sono stati pareri contrastanti. Il Corriere della Sera riportò la notizia che, a fine
assedio, nella Basilica vi era in realtà molto cibo,
diversamente da quanto sostenuto durante la crisi [Betlemme 2002b, 39]. Secondo i tre palestinesi giunti in Italia, invece, le
provviste di cibo erano arrivate solo poco tempo prima [Allam 2002].
Con questi termini la situazione veniva descritta sulle pagine de Il
Manifesto: «Non avremmo mai pensato che l’orrore
sarebbe arrivato fino alla grotta del presepio, alla culla di Gesù
con il bue e l’asinello. E Maria e
Giuseppe e i magi con l’oro, l’incenso e la mirra.
Uno dei simboli di pace più forti e non soltanto nelle case
dei cristiani. (…) Come mai neppure la grotta del presepio è
più segno di pace? Come mai la stella cometa non annuncia più
“la pace agli uomini di buona volontà”? (…)
Il bambino di Betlemme non trova posto e non riesce a fermare una
nuova strage degli innocenti» [Gentiloni, 2002, 3]. Non un
deicidio, questa volta, ma certamente un ulteriore motivo di tensione
tra Gesù e “gli ebrei”, cioè “i
sionisti”, con i loro carri armati ben identificabili grazie
alla stella di David disegnata sul loro fianco.
Sebbene riconducibile anch’essa
ad una retorica antigiudaica, si differenzia
da queste un’altra vignetta, che presenta
fortissimi richiami ad un’iconografia
antisemita, come se fosse stata presa da
una delle riviste italiane della fine degli
anni Trenta. Si tratta della vignetta di
Enzo
Apicella che presenta un ebreo –
forse Sharon - con il tipico naso adunco
e la bocca insanguinata, in atto di mangiare
la colomba pasquale. Si tratta di una scelta
iconografica che richiama in maniera inequivocabile
tanto gli stereotipi dell’antisemitismo
razziale, quanto quelli dell’antigiudaismo
cattolico, tra i quali l’accusa di
omicidio rituale [Taradel 2002], che il
sangue presente nella vignetta sembra ricordare.
Altro elemento interessante
è il continuo ricorso a formule ad
effetto, per cui era la «natività»
ad essere sotto assedio, piuttosto che «la
Basilica della Natività», o
la Madonna ad essere ferita, piuttosto che
la statua della Madonna. Come se non fosse
il luogo santo o la statua ad essere a rischio,
quanto la stessa Cristianità e i
suoi fondamenti ad essere sotto attacco
[De Cillis 2002b; Cohen 2002; Innaro e Buonavolontà
2002]. Tutti i quotidiani consultati hanno
pubblicato, in molti casi più di
una volta, la foto della statua della Madonna
colpita da proiettili. Lo stesso Yasser
Arafat ha consegnato all’autore del
presente saggio – in occasione di
un incontro avvenuto nell’aprile del
2004 a Ramallah – una foto,
che presentava la statua bianca della Madonna
“ferita”, con delle macchie
scure che sembravano sangue. È da
credere che Arafat la mostrasse ai suoi
ospiti, per testimoniare la gravità
del comportamento dell’esercito israeliano,
che «non aveva avuto rispetto nemmeno
per la madre di Gesù» [Pisano
2002, 18].
All’interno di questo discorso antisionista che si è
servito di retoriche e simbologie riconducibili all’antigiudaismo
cristiano, c’è un altro aspetto interessante che merita
di essere preso in considerazione. Dobbiamo a Saul Friedländer
la creazione della categoria di “antisemitismo redentivo”
[Friedländer 2009], in base al quale, essendo l’“ebreo”
il male assoluto della storia, solo la sua eliminazione avrebbe
permesso la redenzione del mondo. Ci si può chiedere se esista
o meno un legame tra l’antisemitismo di cui parla lo storico e
quell’antisionismo che vede in Israele il responsabile unico,
tanto della tragica situazione in cui versa il popolo palestinese,
quanto dell’ondata terrorista di matrice islamista che ha
coinvolto il Medio Oriente, quanto, infine, del rapporto teso tra due
realtà ritenute opposte e monolitiche: “occidente”
e “islam”. Esiste, infatti, un antisionismo che crede che
solo dalla “scomparsa” di Israele e/o dalla sua
“trasformazione” da Stato ebraico in Stato binazionale o
multietnico possa giungere, quasi in maniera teleologica, la
soluzione del conflitto israelo-palestinese, una pace giusta nella
regione, e un miglioramento nei rapporti tra mondo islamico e mondo
occidentale. Una sorta di “redenzione” che solo la fine
del sionismo sarebbe in grado di garantire. Da questo punto di vista,
tale antisionismo – un Medio Oriente senza Israele – ha
davvero molto in comune con l’antisemitismo – un mondo
senza ebrei - e con l’antigiudaismo cattolico, per il quale la
conversione di tutti gli ebrei avrebbe dimostrato la vittoria di
Cristo e la verità della “teologia della sostituzione”.
Questo tipo di discorso,
pur diffuso in ambienti
dichiaratamente antisemiti, non ha trovato
spazio nella stampa italiana consultata.
A tale riguardo, vale la pena sottolineare
come l’analisi di alcune riviste e
giornali cattolici del periodo considerato
abbia messo in luce l’assenza di elementi
che potessero in qualche modo ricondurre
ad un discorso antisemita o antigiudaico.
Riviste cattoliche come Il Regno,
La Civiltà Cattolica, e Jesus,
in particolare, hanno dedicato ampio spazio
alla crisi della Chiesa della Natività,
pubblicando editoriali e vari articoli di
approfondimento, dimostrando grande professionalità,
imparzialità e equilibrio [Stefani
2002, 217-223; Una spirale 2002,
212-219; Marchesi 2002, 580-589; Macchi
2002, 77-86; Zavoli 2002, 10-12]. Questi,
pertanto, non hanno attinto né alle
precedenti tipologie di discorso antisionista,
né alla quarta categoria, che, come
detto, si fonda sulla trasformazione dell’ebreo
vittima della Shoah in carnefice del popolo
palestinese.
È proprio questo
tipo di discorso a comparire in maniera
diffusa sui quotidiani
analizzati, come dimostra il regolare
ricorso a termini quali sterminio, massacro
[De Cillis 2002a, 3; Il massacro
2002, 1; Bernet 2002, 4], eccidi [Chiarini,
2002, 3], lager [Cohen 2002, 2], campi della
morte [Giorgio 2002, 11], genocidio che,
direttamente o indirettamente, richiamano
alla Shoah e alle vicende che hanno
coinvolto il popolo ebraico negli anni del
nazismo. Così si espresse persino
l’ex presidente della Corte Costituzionale
Casavola: «Davvero ci si può
illudere che un terrorismo non banditesco,
ma patriottico, (…) si possa stroncare
con la violenza delle armi? La prospettiva
orrenda che si apre dinanzi a tale scelta
è quella di uno sterminio ad oltranza,
è quella del genocidio» [Casavola
2002, 1].
Chiudiamo questa riflessione sul “nesso” tra antisionismo
e antisemitismo con la presentazione di tre ultime vignette, di
Vauro, Apicella, e Forattini, relative all’accusa di
antisemitismo mossa sia alla cosiddetta “sinistra radicale”
– in particolare Rifondazione Comunista - sia alla Chiesa
Cattolica.
Se per nulla problematica risulta la vignetta
di Vauro,
che fa un ovvio riferimento al discorso di Bertinotti al congresso di
Rimini di Rifondazione Comunista [De Gregorio 2002, 8], più
complessa è quella di Apicella, in
cui uno Sharon con un coltello da cucina grondante di sangue in mano
reagisce alle pressioni esercitate da Bush l’8 aprile perché
Israele ritirasse il proprio esercito dalle città della
Cisgiordania [Bush 2002]. Indipendentemente dal fatto che si
possa criticare Sharon e la sua politica militarista, non si può
non rilevare come in tale raffigurazione si presenti nuovamente il
rischio di un riferimento all’accusa di omicidio rituale (si
pensi alle polemiche suscitate da Toaff 2008). Decisamente più
preoccupante, infine, la vignetta di
Forattini,
in cui un Giovanni Paolo II crocifisso tenta di difendersi
dall’accusa di antisemitismo. Non può non sembrare
voluto il parallelismo tra la crocifissione di Cristo, effettuata da
“gli ebrei”, e la nuova crocifissione cui Israele
condanna il Papa, rappresentante di Cristo sulla terra. Il tutto,
sebbene proprio Giovanni Paolo II sia stato protagonista di una serie
di gesti di distensione, dalla prima visita di un pontefice in una
sinagoga, alla richiesta di perdono, alla visita al Kotel, il
cosiddetto muro del pianto, e sia stato promotore assoluto del
dialogo ebraico-cristiano.
Dall’analisi della stampa effettuata, emergono, quindi, una
serie di aspetti interessanti sul «nesso» esistente tra
antisionismo e antisemitismo e sui modi in cui questo viene
declinato, secondo pratiche discorsive che si è cercato di
identificare e comprendere.
Questo breve saggio, è, naturalmente, solo un primo tentativo
di studio di un tema assai vasto e delicato che merita certamente un
ulteriore approfondimento, soprattutto alla luce degli avvenimenti
successivi alla Seconda Intifada, dalla guerra del Libano al
più recente conflitto a Gaza, che, nella loro drammaticità
e complessità, hanno, purtroppo, consegnato nuovo materiale
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