|
Laura Marchesano
Alla ricerca di una moglie.
Celibato rurale e migrazioni matrimoniali
(Questo articolo fa parte del Dossier Fare e disfare famiglia)
Sommario
La diffusione del celibato
La “riproduzione ritrovata”
Bibliografia
Nell’ambito
degli studi sui fenomeni migratori che hanno interessato l’Italia
del secondo dopoguerra, la ricerca ha privilegiato l’analisi
dei massicci trasferimenti di lavoratori verso l’estero,
prestando minore attenzione alle migrazioni interne dello stesso
periodo. Inoltre, pur riconoscendo l’importanza che tali
movimenti di popolazione hanno assunto nella ristrutturazione
economica e sociale del nostro Paese[1],
storici e sociologi hanno analizzato soprattutto i flussi provenienti
dal Mezzogiorno agricolo, diretti verso i grandi centri urbani
industriali del Nord. Hanno invece lasciato in ombra altre forme di
mobilità[2],
penalizzando, in particolare, i movimenti migratori femminili[3],
solitamente interpretati come spostamenti “al seguito”,
successivi cioè ad una decisione di trasferimento intrapresa
dagli uomini, siano essi padri o mariti.
A
dimostrazione della complessità e della eterogeneità
delle migrazioni interne, anche di quelle femminili, questo articolo
intende indagare un flusso che ha coinvolto donne originarie del Sud
Italia che, a seguito di precise pratiche di mediazione matrimoniale,
si sono trasferite in diverse aree rurali centro-settentrionali, tra
l’immediato secondo dopoguerra e la prima metà degli
anni Settanta del Novecento[4].
Concentrando
la nostra attenzione sulle colline albesi, in Piemonte, e facendo
ricorso sia a fonti quantitative che qualitative[5],
analizzeremo questo fenomeno a partire dalla zona d’arrivo,
mettendo così in luce l’importante relazione tra la
diffusione del celibato nelle campagne settentrionali e l’arrivo
delle immigrate per matrimonio e, in seconda battuta, lo stretto
rapporto fra la persistenza di tipologie familiari sempre meno
presenti nella società italiana e il difficile inserimento
delle spose meridionali.
La diffusione del celibato
Qui vivono molti uomini scapoli
che per uno sfizio si definiscono vedovi pur non avendo mai cercato
una donna e perciò mai trovato una moglie. Si sono
organizzati per stare solitari nelle loro piccole case.
Occupano una stanza e al massimo la cucinetta accanto. Hanno il loro
bravo letto a una piazza naturalmente di ferro e latta nera, vivono
con il loro lavoro agricolo o con poche pecore, senza molte esigenze.
Si fanno cucina da sé e soprattutto mangiano molta
solitudine.[6]
A partire dal secondo dopoguerra e per tutti gli anni Sessanta e
Settanta del Novecento, nelle aree rurali italiane si erano
verificati fenomeni di spopolamento e senilizzazione della
popolazione. Intense migrazioni
rurali e agricole
comportavano, soprattutto nelle regioni settentrionali del Paese, una
drastica riduzione degli abitanti e una radicale diminuzione degli
addetti al settore primario. Anche in Piemonte, sulle colline albesi
- nelle Langhe non meno che nel Roero - massicce emigrazioni, che già
avevano coinvolto la popolazione a partire dalla fine
dell’Ottocento[7],
si erano intensificate in concomitanza del boom economico. A
fronte delle nuove possibilità lavorative offerte dalle
industrie di Alba o dalle grandi città limitrofe come Torino,
Milano, Genova, le generazioni più giovani abbandonavano in
massa le campagne e soprattutto nelle zone marginali a bassa
redditività agricola, intere borgate e frazioni risultavano
vuote e disabitate. Questioni economiche e demografiche, inoltre, si
intrecciavano a diversi problemi di ordine sociale. L’estrema
difficoltà di ammodernamento infrastrutturale da parte degli
enti locali, finiva per acuire il senso di isolamento delle comunità
rurali, mal collegate ai centri urbani, prive spesso dei servizi
elementari e afflitte dall’assenza di un’adeguata rete
fognaria e idrica[8];
il desiderio di mantenere in vita tante piccole-medie aziende
agricole comportava l’emergere di strategie di pluriattività
che combinavano lavoro industriale e agricolo, con non pochi
sacrifici da parte dei contadini che conciliavano a fatica turni di
fabbrica e impegno sulle terre (part-time farmers).
In realtà, le migrazioni e “una struttura professionale
più equilibrata” caratterizzata da una redistribuzione
dei lavoratori nei comparti produttivi più dinamici[9],
celavano ed allo stesso tempo esprimevano le difficoltà in cui
versavano i comuni rurali dell’albese che a metà degli
anni Sessanta, la Camera di Commercio Industria e Agricoltura di
Cuneo classificava tutti come “depressi”, “a
rilevante depressione”, o “parzialmente a rilevante
depressione”[10].
In tale contesto, un ulteriore sintomo della crisi che attraversava
il mondo rurale fu l’aumento abnorme del numero dei celibi sul
totale della popolazione. Si trattava per lo più di uomini
che, come sostiene Edoardo Ballone[11],
nella seconda metà degli anni Cinquanta erano all’incirca
quarantenni, uomini che avendo preso parte alla seconda guerra
mondiale negli anni della loro giovinezza, in seguito non erano più
riusciti a sposarsi. Ad essi si aggiungevano altri “scapoli” che avevano
rinunciato al matrimonio per mantenere in equilibrio il numero delle
donne e degli uomini all’interno della famiglia e che quindi,
in presenza della madre e/o di sorelle nubili, non avevano reputato
necessario o opportuno sposarsi finendo per raggiungere un’età
troppo avanzata per proporsi in matrimonio. Non ultimo, come
riportano diverse fonti[12],
molti si ritrovavano in una condizione di celibato forzato,
determinata da una sempre più diffusa propensione da parte
delle donne a scartare proposte matrimoniali con uomini contadini che
le avrebbero vincolate alla vita di campagna. Gli osservatori
dell’epoca sottolineavano spesso con forza questo ultimo
aspetto, sottintendendo una sorta di “colpa” delle donne
rispetto al declino della cultura e delle comunità rurali:
“abbagliate dalle ciminiere delle fabbriche”[13],
le giovani donne non desideravano più sposarsi con un
contadino poiché “il richiamo della città era
adesso la nuova chimera […] il matrimonio perfetto era un uomo
condizionato dalla paga fissa della fabbrica cittadina ed un alloggio
in affitto dentro un anonimo blocco di cemento, alla periferia della
metropoli”[14].
Senza negare una reale propensione all’allontanamento delle
donne dalle campagne, la diminuzione numerica dei “matrimoni
contadini” era in parte il risultato della mutata struttura
professionale di tutto il Paese che implicava l’ampliamento
delle fasce di lavoratori extra-agricoli ed, inoltre, era sostenuto
da un inedito aumento delle opportunità di inserimento per le
donne nel mercato del lavoro e dunque di emigrazione femminile
individuale verso i centri urbani.
Come dimostra Corrado Barberis, la diffusione del celibato nelle
campagne era quindi un fenomeno specifico di quelle regioni italiane
caratterizzate da intenso sviluppo industriale, dove, allo stesso
tempo, l’agricoltura manteneva un ruolo rilevante nella
produzione di reddito[15].
A questo proposito, è interessante notare che anche alcune
aree rurali della Francia e della Spagna conobbero negli stessi anni
un analogo incremento dei tassi di celibato in concomitanza alla
presenza di opportunità migratorie e lavorative extra-agricole
di breve-medio raggio.[16]
Concentriamo allora la nostra attenzione su
Cortemilia
, un paese situato
nell’Alta Langa, e verifichiamo in termini quantitativi la
diffusione del celibato.
Figura 1: Celibi per fasce d'età
(uomini > 21 anni) – cfr. tab. 1.1 e 1.2
Fonte: Fogli di fam., 1951, 1971, ACC.
Figura 2. Nubili per fasce d'età (donne > 21anni) – cfr.
tab. 2.1 e 2.2
Fonte: Fogli di fam. 1951, 1971, ACC.
Come possiamo notare nella figura 1, al Censimento della Popolazione
del 1951, la curva che rappresenta la percentuale di celibi per ogni
fascia d’età registra una diminuzione costante: il
numero dei celibi dunque decresce con l’avanzare dell’età
e in misura maggiore nelle fasce d’età più
giovani, solitamente interessate da una superiore propensione al
matrimonio. La curva del 1971 si presenta invece piuttosto
frammentata: dopo una prima riduzione, l’incidenza dei celibi
tende al rialzo tra gli uomini che hanno un’età compresa
fra i 36 e i 55 anni, per poi diminuire lentamente solo nelle fasce
più anziane. La comparazione fra le due curve non lascia
dubbi: nell’arco di vent’anni il celibato si diffonde in
maniera straordinaria soprattutto fra gli uomini tra i 41 e i 45
anni, che nel 1951 sono celibi per il 12,9%, mentre nel 1971 per ben
il 32,7%.
Se approfondiamo l’analisi e valutiamo anche la professione,
come dimostrano le tabelle 3.1 e 3.2, possiamo verificare che l’aumento dei celibi
coinvolge soprattutto gli agricoltori. Pur consapevoli dell’univocità
delle classificazioni censuarie che possono nascondere casi di
pluriattività, è evidente che il tasso di celibato per
fascia d’età è tendenzialmente più alto
per gli agricoltori in tutti e due gli anni in esame, ma nel 1971 più
che nel 1951 (sia rispetto alle corrispondenti classi d’età
del 1951, sia rispetto agli altri gruppi professionali). In
particolare, se nel 1951, sul totale degli individui classificati
come agricoltori tra i 36 e i 40 anni, i celibi sono circa 30 su 100,
nel 1971 sono all’incirca 50 su 100 e tra i 46 e i 50 anni,
quando al ’51 i celibi sono 8 su 100, nel ’71 sono ancora
30 su 100.[17]
Riprendiamo ora la figura 2. Le curve che rappresentano il tasso di
nubilato per fasce d’età registrano complessivamente
un’inferiore incidenza del nubilato nel 1971. In particolare,
nel 1971, le donne tendono a sposarsi prima: le nubili tra i 21
e i 25 anni costituiscono infatti all’incirca il 40%
dell’intera fascia, 20 punti percentuali in meno rispetto al
1951. In ultimo, se confrontiamo il tasso di celibato/nubilato per
fascia d’età nei due anni in esame – tabella
4 - è
interessante notare che già nel 1951 i celibi sono
tendenzialmente in numero maggiore rispetto alle nubili, ma nel 1971
la differenza è decisamente più accentuata: tra i 36 e
i 45 anni la differenza tra tasso di celibato e di nubilato si aggira
intorno al 13%, mentre nel 1951 era quasi pari, essendo compresa tra
l’1 e il 4%.
Come già dimostrava Barberis nel 1965[18],
il celibato costituiva un problema nelle aree rurali dell’Italia
settentrionale che coinvolgeva più gli agricoltori uomini che
le donne, le quali, invece, vedevano ampliate le proprie possibilità
sul “mercato” matrimoniale. Il caso di Cortemilia
conferma dunque quanto in generale sostenuto dalla letteratura, ma,
attraverso la disaggregazione dei dati censuari, consente di cogliere
la radicalità di un fenomeno dalle non poche implicazioni.
L’aumento degli uomini “non coniugati”, infatti,
non solo rappresentava un problema matrimoniale, ma, da un punto di
vista sociale, implicava anche l’impossibilità di
costruire una nuova famiglia. Le aree rurali collinari del Piemonte
erano infatti caratterizzate della diffusa presenza di piccoli-medi
proprietari terrieri che vivevano in famiglie complesse
patriarcali:
“più famiglie coniugate conviventi, legate ad un unico
ceppo, o formate da più fratelli, di cui alcuni sposati con
figli e nipoti, e sorelle nubili”[19],
rette “da un sistema di trasmissione ereditaria tendente a
scongiurare la separazione unilaterale di uno o più figli
maschi dalla casa paterna, e a escludere in ogni caso dalla dote
delle donne qualsiasi porzione di terra[20]”.
In tale contesto, il celibato rurale finiva per impedire la
riproduzione biologica della famiglia contadina e anche dei ruoli e
dei rapporti di autorità interni centrati sul potere
decisionale degli anziani, che definivano un aggregato domestico
organizzato secondo le esigenze dei lavori agricoli e secondo una
divisione dei compiti per genere e generazione.
Nubili e celibi che un tempo sarebbero rimasti sul fondo a lavorare
sotto gli ordini dei genitori o ad allevare i figli della sorella
coniugata, trovavano nei contesti urbani la possibilità di
acquisire redditi individuali sufficientemente alti per
l’accumulazione del capitale necessario ad affrontare i costi
del matrimonio e una vita familiare indipendente[21] rispetto alla famiglia d’origine. Rimanevano quindi nelle aree
rurali soprattutto gli eredi o comunque gli uomini che sentivano la
necessità di perpetuare il lignaggio, i quali, incapaci di
adattarsi a nuove forme di corteggiamento e legati ad uno stile di
vita “tradizionale” – dall’accettazione
dell’autorità genitoriale alla residenza in aperta
campagna – non suscitavano attrazione nelle donne, più
propense ad adottare uno stile di vita e forme di socialità
tipiche della città[22] e
ad allontanarsi da rapporti familiari che penalizzavano fortemente
l’autonomia e i comportamenti delle giovani donne. In un
contesto in cui le classi rurali rappresentavano ormai l’ultimo
gradino della scala sociale, inoltre, le nozze di una donna con un
operaio o un impiegato e l’emigrazione femminile diretta verso
la città non risultavano contraddittorie rispetto al sistema
matrimoniale del passato, poiché garantivano in un certo senso
una forma di mobilità sociale verso l’alto. Nella mutata
situazione economico-sociale, nonostante le leggi italiane sancissero
da tempo la divisione egualitaria del patrimonio tra i figli/e, possiamo estendere al caso in esame quanto
sostiene Marchini per la Corsica rurale degli stessi anni:
“fintantoché sussiste[va] un’apertura verso la
perpetuazione” - la volontà cioè di tramandare
quanto più indiviso un patrimonio e un lignaggio - “uno
dei fratelli, generalmente il primogenito, vi partecipa[va].
L’uguaglianza nella vita quotidiana si paga[va] attraverso
l’ineguaglianza di fronte all’accesso alle forme di
riproduzione”[23].
Dunque, se in un passato sette-ottocentesco – e probabilmente
ancora fino alla seconda guerra mondiale - la diffusa presenza di
nubili e celibi nelle famiglie contadine esprimeva la volontà
di regolare le relazioni familiari e la riproduzione in base alle
esigenze del gruppo, progettando un futuro per la famiglia, nel
Novecento inoltrato il celibato rurale costituiva piuttosto una
condizione non desiderabile[24].
Come sostiene John Tosh[25],
esiste un nesso storico tra patriarcato - inteso come “termine
descrittivo per indicare quelle aree di vita in cui il potere
esercitato dall’uomo sulla donna e sui bambini costituisce una
forma significativa di stratificazione”[26] – e mascolinità, che è possibile mettere in luce
valutando la mascolinità quale “status sociale esibito
in specifici contesti sociali”[27].
La dimostrazione della mascolinità è infatti, secondo
Tosh, soprattutto pubblica e si esercita in tre ambiti allo stesso
tempo distinti e in relazione fra loro: casa, lavoro e associazioni
maschili.
Nel Piemonte rurale, come negli altri casi europei che abbiamo
citato, il modello familiare normativo della società era
rappresentato dalla coincidenza tra casa-famiglia-lavoro[28].
In simili contesti, la mascolinità si esprimeva soprattutto
attraverso la capacità di adempiere ai compiti del
capofamiglia: colui che “creava” la famiglia e sapeva
gestire e controllare le mansioni lavorative dei membri. Inoltre, il
capofamiglia trasmetteva i propri saperi e le proprie capacità
ai figli, in particolare ai figli maschi. Queste abilità
costituivano allora il capitale con il quale gli uomini si
presentavano alla società, partecipavano alla vita comunitaria
e si rapportavano con gli altri uomini (è questo il terzo
ambito delineato da Tosh; nel nostro caso si può parlare della
piazza del paese o della trattoria dove gli uomini giocavano a carte
quali luoghi della socialità maschile). Il matrimonio giocava
quindi un ruolo fondamentale quale porta di accesso allo status di
capofamiglia e quale realizzazione completa della mascolinità.
Anche nel caso in cui non coincidesse con l’indipendenza
dall’autorità paterna, come spesso avveniva nelle
famiglie complesse, il matrimonio restava la pre-condizione
necessaria per potersi emancipare in futuro. In questi casi però
al matrimonio seguiva l’attesa che dipendeva non
dall’individuo, ma nuovamente dai genitori, dalle loro
decisioni o dalla loro salute.
Dal secondo dopoguerra in poi, a venir meno sarà proprio
la necessità di attendere: la possibilità di
“far da sé”, determinata da nuove
possibilità lavorative e dall’assenza della
stringente necessità della trasmissione di risorse
economiche e anche dei saperi, consentirà un ingresso
più veloce nella vita adulta tanto per gli uomini, quanto
per le donne. Il celibato degli anni Cinquanta-Settanta del Novecento
perdeva quindi il suo carattere di funzionalità nei confronti
del gruppo familiare per diventare sinonimo di impossibilità
di realizzazione personale per quegli uomini il cui orizzonte mentale
e il cui bagaglio di valori faceva riferimento alla tradizione. Il
celibato diventava dunque una condizione non desiderabile perché
implicava, per usare le parole di Pierre Bourdieu[29],
una reproduction interdite: il venir meno della riproduzione
biologica e del lignaggio, ma anche della riproduzione del rapporto
fra i sessi che segnava in ultimo un ordine sociale in via di
estinzione.
La “riproduzione ritrovata”
Era il 1955 quando nei Registri Matrimoniali di Cortemilia veniva
iscritto in bella grafia il primo matrimonio tra una donna di
venticinque anni nata nel Sud Italia, in provincia di Caserta, e un
ventottenne residente nel comune. Sei anni dopo, comparivano altri
due matrimoni con simili caratteristiche: una ragazza siciliana di
vent’anni ed una donna calabrese di trent’anni che
sposavano due uomini, rispettivamente tredici e undici anni più
vecchi di loro. A partire da questo momento fino al 1975, mentre il
pennino lasciava il posto alla macchina da scrivere, tali matrimoni
sarebbero stati all’incirca due ogni anno e contemporaneamente
sarebbero andati diffondendosi a macchia d’olio in tutta l’area
rurale piemontese.
Utilizzando l’aggettivo ricorrente nelle fonti, possiamo
classificare queste unioni come “matrimoni misti”[30],
denominazione che rimanda al senso di estraneità percepito
all’epoca nei confronti delle aree geografiche e delle comunità
di provenienza delle mogli rispetto alla zona di arrivo. L’uso
di tale definizione in un contesto di ricerca è ulteriormente
giustificato dall’apparato concettuale che negli ultimi anni la
sociologia ha elaborato al fine di indagare le unioni matrimoniali
che nel presente coinvolgono individui di nazionalità
differenti. In particolare, Maurizio Ambrosini definisce il termine
“misto”, come un “concetto cangiante” nel
tempo: “ la reazione dell’ambiente [in corsivo nel
testo], le forme in cui coglie la “diversità”
rispetto ad un assetto “normale” dei rapporti coniugali,
è dunque un tratto determinate della definizione dei matrimoni
misti. In altri termini, le coppie miste sono considerate tali, e
diventano oggetto di interesse, perché sono viste e anche
vissute come atipiche, fuori dal comune.”[31]
Le nostre coppie, dunque, formate da persone provenienti da regioni
ai due capi estremi dell’Italia, risultavano essere, negli anni
in esame, eccezionali, singolari, diverse rispetto a quelle
generalmente presenti nel Piemonte rurale. La provenienza delle spose
rappresentava infatti una evidente violazione della regola
endogamica, ma anche di quella esogamica32.
Nel caso di Cortemilia, per esempio, le donne coniugatesi tra il 1951
e il 1959 con uomini piemontesi erano nate fondamentalmente nella
provincia di Cuneo e in misura esigua in altre regioni d’Italia
(tabelle 5, 6.1, 6.2). L’unico matrimonio che coinvolgeva una donna
meridionale (come abbiamo visto) costituiva dunque una vera rarità,
ma a distanza di qualche anno sarebbe diventato uno fra i centinaia
celebrati nelle campagne di tutta la regione.
Che cosa differenziava i matrimoni misti dalle altre coppie
interregionali33?
Come fu possibile l’incontro tra persone così distanti
fra loro e l’ampia diffusione di queste unioni?
Come dimostrano la bibliografia e le fonti orali a disposizione34,
i matrimoni misti si distinguevano nettamente dagli altri perché
erano il risultato di precise pratiche di mediazione
pre-matrimoniale. Gli antichi sensali - che nella zona erano chiamati bacialè - a partire dagli anni Cinquanta, avevano cambiato il
bacino di ricerca delle spose, rivolgendo la propria attenzione al
Sud Italia, un’area del paese economicamente svantaggiata che
avrebbe potuto soddisfare le richieste matrimoniali degli uomini,
soprattutto contadini, che ormai sempre più spesso
incontravano difficoltà ad “accasarsi”. Il bacialè perdeva progressivamente la propria funzione “tradizionale”
– la capacità di combinare matrimoni sulla base dello
status economico e sociale delle famiglie d’origine e dunque
l’importante ruolo di mantenimento delle gerarchie e
dell’ordine sociale a livello comunitario[35] – per diventare sempre più spesso un mediatore che a
pagamento si impegnava a recuperare informazioni e contatti in
Meridione. Grazie ai nuovi sensali, presero così avvio intensi
scambi di fotografie e lettere non meno che viaggi da un parte
all’altra della penisola finalizzati alla “contrattazione”
matrimoniale. Nel tempo, ai sensali a pagamento si affiancarono
mediatori “non professionisti”[36],
amici o parenti e le stesse spose meridionali che diventeranno via
via le principali attrici di mediazione, dando origine ad intense
catene migratorie per linea femminile.
Generalmente, sulla base delle poche informazioni che riguardavano
l’aspetto esteriore, l’età anagrafica e lo status
economico, gli uomini sceglievano una o più ragazze a cui
proporsi in matrimonio; allo stesso modo, le donne accettavano o
scartavano proposte matrimoniali che le vincolavano all’emigrazione.
L’accordo matrimoniale veniva concluso spesso al primo incontro
(le donne e le loro famiglie riponevano fiducia nelle parole dei
“pretendenti”, ma soprattutto nel mediatore/mediatrici),
oppure in seguito ad un viaggio esplorativo in Settentrione compiuto
dalle donne e/o da alcuni familiari, organizzato per sincerarsi della
veridicità della proposta maschile, per conoscere la
parentela, per valutare l’ambiente di inserimento ed infine per
verificare, nel limite del possibile, le reali disponibilità
economiche. Le tappe che conducevano alle nozze erano dunque
solitamente piuttosto veloci poiché spesso, dopo l’accordo,
trascorrevano soltanto alcuni mesi (di solito da tre a sei), durante
i quali i fidanzati si scambiavano lettere e telefonate e
raccoglievano la documentazione necessaria al matrimonio. Infine,
cerimonia e festeggiamenti avevano luogo sovente al paese della sposa
e non di rado implicavano una ripetizione del banchetto nuziale nel
paese dello sposo, preceduto da una messa religiosa senza rito
matrimoniale.
Lui è venuto ad
agosto e noi siamo venuti a settembre, con mia papà, mio mamma
e un’altra mia sorella, siamo venuti proprio qui. Eh subito
subito…[non mi ha fatto una bella impressione] ma poi dopo
sposata mi è venuta l’amicizia. Noi ci siamo conosciuti
a luglio e dopo mi sono sposata a settembre. Lui diceva che era
troppo costoso andare e venire, che aveva i genitori anziani e che
avevano bisogno di una giovane in casa a fare i lavori e così…io
avevo 24 anni e lui 32…(Teresa).
Lui qui non aveva più nessuno,
era lui e un fratello, tutti e due da sposare e la mamma era morta
proprio in quell’anno lì, credo… […] erano
da soli, allora si è deciso e ho deciso anch’io. […]
Quando sono venuta qui ho collaborato in campagna, dentro e fuori
casa, avevano tanta frutta, tante robe…mi aspettavo così,
grosso modo, sapevo che lavoro faceva, però…per il
lavoro no, però vieni in un paese forestiero, non conosci il
dialetto, non conoscevo neanche mio marito se ci si pensa bene, mi
sono dovuta un po’…sono un carattere solare e allora mi
sono adattata abbastanza, adesso mi trovo bene, sono vent’anni
che sono qua, quindi, ho fatto la mia famiglia qua […]
Mio marito si è sempre
occupato della campagna […] Io non gli ho mai chiesto di
andare a lavorare e lui neanche… perché ce n’era
già a casa da fare, ce n’era fin troppo. Quando ci siamo
fidanzati mi aveva detto: l’importante è che mi tieni la
porta di casa aperta, che facevo i lavori di casa, poi è
logico che arrivando su c’era il lavoro, lo facevi. (Carla)
La scarsità di opportunità matrimoniali che
in passato aveva spesso decretato la scomparsa di piccole comunità o
di una sua componente sociale[37],
o, ancora, l’aumento dei matrimoni fra consanguinei[38],
veniva così aggirata attraverso un’inedita manipolazione
e revisione della tradizione. Il ricorso a consuetudinarie forme di
mediazione matrimoniale, ma allo stesso tempo l’abbandono di
comportamenti strettamente endogamici nonché il distacco dalle
norme di “abbinamento” per status sociale ed economico,
attivava una strategia di rottura degli abituali confini di ricerca
del coniuge che consentiva a molti uomini di affrancarsi da una
condizione di celibato forzato e di riattivare il ciclo di
riproduzione familiare.
Le donne che per mediazione emigravano a scopo matrimoniale nelle
campagne piemontesi, soprattutto durante i primi anni di matrimonio,
andavano così a vivere presso la casa del marito, dove era
possibile che vi fossero uno o entrambi i genitori di quest’ultimo
e anche fratelli o sorelle celibi e nubili. La patrilocalità
che contraddistingueva le famiglie complesse del Piemonte contadino
rimaneva quindi un tratto che caratterizzava anche le coppie miste.
Le spose meridionali dunque abitavano spesso “sotto lo stesso
tetto” della famiglia d’origine del coniuge, a stretto
contatto con la sua parentela sia per quanto concerne il ménage quotidiano, sia per quanto riguarda la gestione del lavoro agricolo e
delle risorse economiche.
Con la suocera…ma…un
po’, un po’…lei era contenta…ma andavo più
d’accordo con mio suocero, chi mi ha insegnato a lavorare in
campagna è stato lui, né. Attaccato alla vigna mi ha
insegnato lui, a girare il bastone mi ha insegnato lui…anche
mia suocera, per carità, ma mio suocero… Abbiamo
abitato tanto insieme. Poi ognuno si faceva da mangiare, ma la scala
era unica, uno sopra, uno sotto. Le cucine le abbiamo separate dopo
che ho avuto mia figlia, ognuno si faceva da mangiare per conto suo,
però la casa era una sola, eravamo insieme […] eh sì,
perché per il lavoro che c’era in campagna, lui [il
marito] non mi ha fatto andare [a lavorare fuori casa], se no io
andavo subito (Carmela).
Quando sono arrivata avevo 32
anni e sono andata ad abitare con i suoceri, loro hanno tutto un
piano, loro hanno il loro appartamento e noi il nostro, la
cucina…però mi sono fermata sempre qui a mangiare
[nella cucina dove stiamo parlando], ho la cucina sopra ma mangiamo
tutti insieme qui, la uso ogni tanto, quando vengono i miei…però ho
iniziato il primo giorno, poi il secondo, poi il terzo, poi non ti
osi a dire sto sopra e allora pranzo e cena l’abbiamo sempre
fatto tutti insieme, i suoceri, la sorella che non è sposata
e il fratello che è malato […] (Filomena)
Le donne si trovavano così ad affrontare non solo il
matrimonio con una persona semi-sconosciuta, ma anche la difficile
assunzione del ruolo di nuora all’interno della famiglia, che
comportava la pressoché totale subordinazione nei confronti
dei parenti del marito ed in particolare nei confronti del suocero e
della suocera.
Mia suocera comandava lei. Dopo
poi lei era più vecchia comandava mio marito, ma se no
comandava lei […]. Io da mangiare non ne facevo, faceva mia
suocera, comandava lei, fa lei, fa lei, perché non potevi
passargli avanti, i vecchi una volta erano un po’…sai…comandava
lei e comandava lei, a pranzo, a cena…(Antonella).
Noi abitavamo a cento metri di
là… eravamo due fratelli sposati e tutta una famiglia e
anche i suoceri, tutti nella stessa casa, poi quando abbiamo fatto
questa casa una è andata di là e una di qua [è
una casa bifamiliare] …era una cosa pesante, pesante, pesante
… i primi anni sono stati pesanti per la lontananza dei miei e
per la situazione. Mio suocero era proprio all’antica e laggiù
non è così … la suocera invece era brava […].
Lui [il suocero] non è che era cattivo, era duro, era quei
signori di una volta, voleva comandare lui e che facessimo tutto
quello che diceva lui, lui decideva per tutti… Ci saranno
trenta giornate di campagna anche di più … bisognava
fare cosa diceva lui, tu vai qui, l’altro va là, io
faccio questo […], il cassiere lo faceva lui … non
divideva niente, comandava tutto lui … con mio suocero era
così … (Silvana)
“Comandare” sembra essere quindi il verbo che meglio
rappresenta le relazioni d’autorità interne alle
famiglie in cui si inserivano le spose immigrate. Se l’accordo
matrimoniale si basava fondamentalmente sulla priorità
accordata da entrambi i coniugi alla formazione di una famiglia con
figli, nella pratica, le mogli provenienti dal Meridione consentivano
anche il mantenimento delle tradizionali gerarchie familiari e
l’acquisizione di nuova forza lavoro per le aziende agricole.
Dalle fonti orali si deduce infatti che la maggior parte delle donne
prima di arrivare nel Nord Italia non avesse un’idea precisa né
della famiglia in cui avrebbero vissuto, né tanto meno del
carico di lavoro a cui sarebbero state sottoposte ed è
senz’altro la difficile coabitazione con i familiari del marito
e il controllo delle risorse economiche derivante anche dal loro
lavoro a rappresentare l’elemento più problematico della
loro esperienza.
Quando sono arrivata non sapevo
che era campagna, perché mio marito non ci ha pensato a
dirmelo e io non ci pensai neanche che era così la vita,
però l’accettai, l’ho accettata subito, se
ritorno indietro faccio di nuovo quello che ho fatto, magari cambio
qualcosa…però…che lui lavorava in campagna lo
sapevo, però come era la vita di campagna qui non lo sapevo.
(Filomena)
Ci hanno detto che lavoravano la
terra e ci avevano detto anche – questo lo possiamo dire –
di andare a vedere i posti che ci pagavano il viaggio – ma noi
abbiamo detto, se ci stanno loro ci stiamo noi, ma mai ti potevi
immaginare, capisci? Io se vedevo il posto, non venivo, no, no, non
venivo. Io no, ma non per mio marito, né, per tutta la
situazione, perché una volta che sono stata qui comandavano i
suoceri, dovevi fare tutto quello che volevano loro. I soldi li
prendevano loro… da me per dieci anni comandavano i suoceri.
Io se avevo bisogno di cinquanta lire per un francobollo, dovevo
chiedere a lei, la suocera, queste cinquanta lire. (Marta)
Oh, comandava la madona.
[…] Mio suocero era bravo, era tanto di chiesa. Anche mia
suocera era brava, ma comandava tutto, e valeva niente a litigare,
conveniva stare zitti. A me toccava lavorare e basta. Eh, ne ho messe
di lacrime che non stanno tutte in questa stanza e sono ancora qui a
ottantasei anni! (Giuseppina, da L’anello
forte, p. 321)
Le parole di Giuseppina qui riportate non sembrano differire molto da
quelle che abbiamo letto finora. Intervistata da Nuto Revelli nel
1979, Giuseppina però non è un’immigrata per
matrimonio, ma una donna piemontese nata sulle Langhe nel 1895. La
difficoltà dell’essere nuora39,
la deferenza nei confronti dei suoceri poco aveva a che vedere con la
provenienza geografica delle spose, essendo piuttosto la conseguenza
di una precisa visione delle relazioni e dell’organizzazione
familiare. È doveroso precisare che le situazioni potevano
variare molto di caso in caso, in base all’indole dei singoli e
soprattutto nei casi in cui la coppia mista disponesse di redditi
individuali – solitamente maschili - da attività
extra-agricole.
Ad ogni modo, è interessante registrare come tale visione
risultasse essere sempre più inattuale nell’Italia
degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, interessata da un
intenso processo di nuclearizzazione e privatizzazione della
famiglia40:
l’ideale normativo familiare che andava progressivamente
imponendosi pressoché in tutto il territorio nazionale e in
tutte le classi sociali faceva perno sul nucleo familiare formato
dalla coppia di coniugi con figli, basato sull’affettività
tra i membri.
Ed è a questo ideale che fanno riferimento le stesse
spose meridionali, in parte perché provenienti da zone del
Mezzogiorno fondamentalmente caratterizzate – per quanto
concerne l’aspetto strutturale - da famiglie nucleari
neolocali41,
ma soprattutto perché convinte che la loro migrazione comporti
l’inserimento in un ambiente sociale “innovativo”,
dove costituire una famiglia indipendente dalla parentela d’origine
propria e del marito, così come era stato per le tante amiche
e parenti emigrate al Nord negli stessi anni.
Io li ho avuti dei fidanzati
(ride) ma quando sei giovane non pensi a tante cose, poi ad una certa
età cominci a ragionare un po’ diverso…e poi
anche che avevo questi fidanzati stavano in Piemonte lo stesso! Era
destino che dovevo venire in Piemonte! Si, perché chi lavorava
alla Fiat, chi lavorava a Torino, chi a Milano, non c’era
nessuno lì, erano sempre amori per corrispondenza (ride), è
vero! Almeno al mio tempo era così. Anche le mie amiche si
sono tutte spostate via, non c’è quasi più
nessuno, vanno per le vacanze, per le vacanze, hanno la casetta lì,
per le vacanze soltanto. (Carla)
Ma emigrare nelle campagne settentrionali e non nei centri urbani, in
un certo senso, significò ritrovarsi nel passato. Se dal punto
di vista della società d’arrivo l’immigrazione
matrimoniale può infatti essere a buon diritto considerata una
strategia risolutiva di alcuni problemi sociali connessi alla crisi
del mondo rurale, altrettanto non possiamo sostenere se valutiamo la
stessa esperienza con gli occhi delle donne meridionali, molte delle
quali videro di gran lunga tradite le proprie aspettative di
cambiamento e di miglioramento.
Non so…subito mi sono
convinta, ma poi quando sono arrivata qui… finché non
sono arrivati i bambini per me era dura…la lontananza, cambia
tutto né…è lontananza…dai tuoi…cambia
tutto…la situazione familiare, il mangiare…poi non
capivi cosa dicevano, i miei suoceri parlavano solo dialetto e tu non
sapevi se parlavano per te, non sapevi cosa devi fare, non
sapevi….stai male…quando due persone parlano e tu non
capisci niente, è brutto, brutto, brutto. Mio marito
aveva sette anni in più, aveva 26 anni. Subito…io per
mio marito mi ha fatto una…, mi piaceva e tutto, ma a me
questi posti qua non mi piacevano. Finché non sono arrivati i
figli non sapevo se rimanevo o me ne andavo. Qualche volta ho pensato
di andarmene… (Silvana)
Pensavo di cambiare, che fosse
meglio, che ci fosse più libertà. Ma non
più libertà di divertimenti, ma proprio come
persona […] pensavo che ci fosse una situazione più libera,
non tanto più ricca, ma più libera. (Margherita)
Come
lasciano intendere le ultime parole che abbiamo letto, il fenomeno
delle migrazioni matrimoniali nelle campagne dell’Italia
Settentrionale solleva questioni e problemi che in questo articolo
sono stati volutamente solo accennati, al fine di mettere in luce in
maniera chiara ed evidente la relazione tra celibato rurale e inedite
forme di mediazione matrimoniale. In realtà, molte sono le
varianti del fenomeno che hanno avuto luogo nel tempo, sia per quanto
concerne le pratiche di mediazione, sia per quanto riguarda
l’inserimento delle spose; tanti sono i fattori economici
macro-strutturali che hanno un rapporto con il problema del celibato
e le migrazioni interne, e, ancora, molteplici sono gli aspetti
culturali che hanno influenzato le scelte e i comportamenti delle
nubili meridionali42.
In
questa sede, dunque, ci siamo limitati ad evidenziare una prima
importante chiave di lettura: la mediazione matrimoniale nel Sud
Italia permetteva a molti uomini piemontesi di affrancarsi da una
condizione di celibato forzato e di “importare” donne che
consentivano loro di tenere in vita famiglie e attività
agricole caratterizzate da modelli di comportamento e di
organizzazione improntati sui canoni della tradizione contadina. Ma
soprattutto, di dare a tali famiglie e a tali attività un
futuro.
Bibliografia
Ambrosini M., Sociologia delle migrazioni, Bologna, Il Mulino, 2005.
Arru A., Ramella F., Introduzione, in A. Arru, F. Ramella (eds.), L’Italia delle migrazioni interne, Roma, Donzelli, 2003, IX-XXII.
Arru A., Caglioti D. L., Ramella F., Introduzione, in A. Arru, D. L. Caglioti, F. Ramella (eds.) Donne e uomini migranti, Roma, Donzelli, 2008, XIII-XXXI.
Ascoli U., Movimenti migratori in Italia, Bologna, Il Mulino, 1979.
Azienda Autonoma Studi e Assistenza alla Montagna, La langa cuneese. Indagine storica-geografica-demografica-sociale-economica sui problemi della Langa, Cuneo, CCIAA, 1955.
Badino A. , Tutte a casa? Donne tra emigrazione e lavoro nella Torino degli anni Sessanta, Roma, Viella, 2008.
Ballone E., La cultura della cascina. Mediatori di donne e di bestiame nel Piemonte contadino, Milano, Franco Angeli Editore, 1979.
Bonomo B., Il dibattito storiografico sulle migrazioni interne italiane del secondo dopoguerra, «Studi emigrazione», XLI, n. 155, 2004, 679-691.
Barbagli M., Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Bologna, Il Mulino, 1984.
Barbagli M., Castiglioni M., Dalla Zuanna G., Fare famiglia in Italia. Un secolo di cambiamenti, Il Mulino, Bologna, 2003.
Barberis C., Sociologia rurale, Bologna, Edizioni Agricole, 1965.
Barrera A., Aînés et cadets dans le contexte d’un système de famille-souche. Étude de quelques cas catalans, in G. Ravis-Giordani, M. Segalen (eds.), Les cadets, Paris, CNRS, 1994, 139-158.
Bosca D., La Merica che non c’era. L’utopia della terra promessa nelle storie degli emigrati piemontesi in Argentina, Pavone Canavese, Priuli & Verlucca editore, 2002.
Bourdieu P., Célibat et condition paysanne, in Le bal des célibataires, Éditions du Seuil, 2002, trad. ital. in M. Buonanno (eds.), Le funzioni sociali del matrimonio, Milano, Edizioni di Comunità, 1980, 169-212.
Bravo A., Scaraffia L., Ruolo femminile e identità delle contadine delle Langhe: un’ipotesi di storia orale, «Rivista di storia contemporanea», 8, 1, 1977.
Breschi M., Fornasin A. (eds.), Il matrimonio in situazioni estreme: isole e isolati demografici, Udine, Forum Editrice, 2005.
Caporrella V., La famiglia. Un’istituzione che cambia, Bologna, Archetipolibri, 2008.
Carle L., L’identità nascosta. Contadini proprietari nell’Alta Langa dal XVII al XIX secolo, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992.
Catalan T., Mediazioni matrimoniali nell’ebraismo triestino nel corso dell’Ottocento, in B.P.F. Wanrooij (ed.), La mediazione matrimoniale. Il terzo (in)comodo in Europa fra Ottocento e Novecento, Georgetown University, Fiesole-Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2004, 127-156.
Castronovo V., Il Piemonte, Einaudi, Torino, 1978.
Cavallo S., Matrimonio e mascolinità. Uomini non sposati nel mondo artigiano del Sei e Settecento, in M. Lantzinger e R. Sarti (eds.), Celibi e nubili tra scelta e costrizione, (secoli XVI-XX), Udine, Forum editrice, 2006, 93-144.
Comune di Alba, Studi sul territorio e prospettive socioeconomiche dell’albese, 1972.
Cortevesio V., Alba e l’albese dalla ricostruzione al boom, Tesi di laurea, Facoltà di Lettere, Università di Torino, A.A. 1980/1981.
Corti P., Genere, emigrazione, territorio, in Fumne. Storie di donne, storie di Biella, Torino, Cliomedia edizioni, 1999, pp. 269–276.
Corti P., Donne che vanno, donne che restano. Emigrazione e comportamenti femminili, in P. Corti (ed.), Società rurali e ruoli femminili tra Ottocento e Novecento, Istituto Alcide Cervi, «Annali», n.12, 1990 – 1991.
Decimo F., Quando emigrano le donne. Percorsi e reti femminili della mobilità transnazionale, Bologna, Il Mulino, 2005.
De Marchi E., “Dormì anmo sulla cassinna”. Nubili e celibi di fronte al matrimonio nel milanese, «Storicamente», 6, (2010), http://www.storicamente.org/07_dossier/famiglia/matrimonio_nel_milanese.htm.
Forni E., Il lavoro della donna contadina, in G. L. Bravo (ed.), Donne e lavoro contadino nella campagna astigiana, Cuneo, L’Arciere, 1980, 21-39.
Gianoglio D., Invito alle Langhe, Torino, Viglongo, 1965.
Ginsborg P., Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, Einaudi, 1989.
Grimaldi P., Grimaldi R., Alcuni caratteri sociali e produttivi della Langa nell’analisi di una comunità: Cossano Belbo, «Costa Rossa», III, Dicembre 1975, 46-51.
Grimaldi P., Grimaldi R., La famiglia nelle Langhe. L’immigrazione delle donne dal Sud, «Cronache piemontesi», III, 10, 1980.
IRES, Linee per l’organizzazione della regione, in AEDA, Storia di un successo. Ferrero la più grande industria del Mec, Torino, 1969, 161-165.
Lajolo D. (ed.), Case di Langa, Torino, Edizioni Omega, 1983.
Lanzinger M., La scelta del coniuge. Fra amore romantico e matrimoni proibiti, «Storicamente», 6, (2010), ttp://www.storicamente.org/07_dossier/famiglia/scelta_del_coniuge.htm;
Laslett P., Famiglia e aggregato domestico, in M. Barbagli (ed.), Famiglia e mutamento sociale, Bologna, Il Mulino, 1977, 30-54.Laslett P., Caratteristiche della famiglia occidentale, in M. Barbagli (ed.), Famiglia e mutamento sociale, Bologna, Il Mulino, 1977, 80-115.
Lombardi D., Storia del matrimonio, Bologna, Il Mulino, 2008.
Malacchini C., Uomini in cerca di moglie, Giazza Verona, Edizioni Taucias Gareida, 1986.
Marchesano L., Matrimoni misti ed immigrazione. Il caso piemontese (1950-1975), Relatore: Prof.ssa M. Malatesta, Università di Bologna, 2010.
Marchini A., La question des cadets vue depuis la Méditerranée: fiction récente ou réalité? in G. Ravis-Giordani, M. Segalen (eds.), Les cadets, Paris, CNRS, 1994, 121-138.
Merzario R., Il paese stretto. Strategie matrimoniali nella diocesi di Como. Secoli XVI-XVII, Torino, Einaudi, 1981.
Miranda A., Migrare al femminile, Milano, McGraw-Hill, 2008.
Mussa C., L’Italia unita dal bacialè, «Piemonte vivo», giugno 1968.
Pagella M., Piccinelli F., Alba e le Langhe: tra vino e cioccolata, in C. Barberis, G.G. Dell’Angelo (eds.), L’Italia rurale, Roma-Bari, Laterza, 1988, 68-89.
Peruzzi G., Amori possibili. Le coppie miste nella provincia italiana, Milano, Franco Angeli, 2008.
Pugliese E., L’Italia tra migrazioni internazionali e interne, Bologna, Il Mulino, 2002.
Revelli N., L’anello forte, Torino, Einaudi, 1985.
Saraceno C., La famiglia: i paradossi della costruzione del privato, in P. Ariès, G. Duby (eds.), La vita privata, Roma-Bari, Laterza, 1988, 33-78.
Saraceno C., Le donne nella famiglia: una complessa costruzione giuridica. 1750-1942, in M. Barbagli, D. Kertzer (eds.), Storia della famiglia italiana 1750-1950, Bologna, Il Mulino, 1992, 103-129.
Saraceno C., Naldini M., Sociologia della famiglia, Bologna, Il Mulino, 2001.
Sarti R., Nubili e celibi tra scelta e costrizione. I percorsi di Clio (Europa occidentale, secoli XVI-XX), in M. Lantzinger e R. Sarti (eds.), Celibi e nubili tra scelta e costrizione (secoli XVI-XX), Udine, Forum editrice, 2006, 213-220;
Signorelli A., Movimenti di popolazione e trasformazioni culturali, in: A.A. V.V., Storia dell’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 1995, II, 587-658.
Sinibaldi S., Spose calabresi in Toscana. L’emigrazione matrimoniale in Italia nella seconda metà del Novecento, in E. Sori, A. Treves (eds.), L’Italia in movimento: due secoli di emigrazione (XIX – XX), Udine, Forum Editrice, 349-372.
Sinibaldi S., Come la vite ci metti ‘u palo. La mediazione matrimoniale tra uomini toscani e donne calabresi (1950 –1990), in B.P.F. Wanrooij (eds.), La mediazione matrimoniale. Il terzo (in)comodo in Europa fra Ottocento e Novecento, Georgetown University, Fiesole-Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2004, 221–253.
Tosh J., Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici?, in S. Piccone Stella, C. Saraceno (eds.), La costruzione sociale del femminile e del maschile, Bologna, Il Mulino, 1996, 67-94.
Zanolla F., Suocere, nuore e cognate nel primo ‘900 a P. nel Friuli, «Quaderni Storici», n. 44, 1980.
|