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150° Anniversario Unità d'Italia
Alberto Melloni
150 cosa?
Riflessioni sulla storia delle celebrazioni dell'unità italiana*
(Questo articolo fa parte del Dossier L'Italia in posa. Il 150° e i problemi dell'Unitą nazionale tra storiografia e rappresentazione sociale)
Se
guardiamo oggi alle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario
dell’unificazione statuale italiana che si stanno preparando per il 2011
troviamo una conferma del celebre verso di Mark Strand:
“il futuro non è più quello di una volta”.
Chi si
trovò nella nostra posizione un secolo fa o mezzo secolo fa aveva davanti un
futuro: noi sappiamo che quel loro futuro era gravido di incertezze,
speranze, tragedie. Ma a loro appariva piuttosto roseo e ben collegabile
all’oggetto della festa.
Il
cinquantenario del 1911: "il futuro di una volta"
Se
torniamo al futuro d’una volta, a quel 1909 che come noi oggi vedeva
sopraggiungere le celebrazioni della unificazione dello Stato, cinquanta anni
dopo il compiersi della epopea risorgimentale, ci rendiamo conto che tutti
sapevano cosa stava per accadere e perché.
Tutto si
apprestava a celebrare un giubileo proprio all’interno di un tripudio generale:
il regno che grazie alla spinta risorgimentale aveva saputo dotarsi di ventuno
milioni di sudditi; la “religione della libertà” che aveva strappato Roma al
papa; la classe dirigente che aveva cercato di stendere la corta coperta della
pubblica amministrazione sabauda sullo stivale, lasciandone scoperta tutta la
parte meridionale.
In
quell’anno 1909 fervevano a piazza Venezia in Roma i lavori che avrebbero
dovuto fornire alla prospettiva di via del Corso uno sfondo solenne.
Alla
facciaccia del giubileo episcopale di Leone XIII (quello durante il quale i
bagarini di piazza san Pietro vendevano agli ingenui pellegrini la paglia su
cui dormiva il papa “prigioniero in Vaticano”) – Vittorio Emanuele III si
preparava ad inaugurare un monumento pianificato dal 1880 e di cui si attendeva
l’ultimazione.
Con un
colossale sventramento e la distruzione della rete urbanistica della Roma
medievale ancora esistente sul lato del Campidoglio, il Vittoriano doveva
presentarsi come sipario d’una gigantesca statua equestre: il bando di concorso
architettonico chiedeva ai concorrenti un monumento e inoltre
uno
sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove
d’altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici
retrostanti e la laterale Chiesa di Santa Maria in Aracoeli
Doveva
essere di travertino, il Vittoriano. In qualche coerenza con la solennità della
Roma antica e papalina. Ma alla fine venne realizzato in un candido marmo
botticino, preso dalle cave bresciane per puro caso insistenti nel collegio
elettorale di Giuseppe Zanardelli, ministro dei
lavori pubblici del governo De Pretis poi promosso
alla già cruciale funzione di guardasigilli con Cairoli.
Nonostante
la mancanza di qualche rifinitura scultorea, giunta in seguito, il Vittoriano
verrà inaugurato dal re il 4 giugno 1911, 4 giorni dopo il varo del Titanic, il
transatlantico il cui nome evoca un’epoca e la sua fine.
L’inaugurazione
del monumento di Piazza Venezia – accompagnato della costruzione della Galleria
Nazionale d’Arte Moderna, del Palazzo di Giustizia, del Palazzo delle
Esposizioni, di tre nuovi ponti sul Tevere, della esposizione universale di
Roma – celebrava i fasti dell’Italia “unita”.
Quella
Italia era stata ritratta pochi anni prima da Bolton
King e da Thomas Okey in Italy To-day,
opera di propaganda tradotta in italiano da Laterza (che l’ha ripublicata nel 2001) per l’insistenza di un
trentacinquenne marxista di scuola labriolana, tal Croce
Benedetto: l’incipit di quel libro del 1901 (1904) e qualche riga del
primo capitolo mi paiono suggestive:
Uno
dei primi fatti che fermano l’osservatore della vita italiana è la confusione e
la decadenza dei partiti politici. Essi han perso fede nei loro principî, nel
loro paese, in sé stessi. L’azione loro sembra poco meglio di una interessata
lotta per raggiungere cariche pubbliche e di una cieca resistenza a forze che
non sanno comprendere e assimilare e pertanto temono. Tutto ciò era molto differente
una generazione addietro. La politica italiana si è annebbiata: niente lo
mostra in modo più penoso della differenza che corre fra
la Destra
e la Sinistra di oggi rispetto
agli uomini che governarono l’Italia nuova nei suoi primi tempi.
King
entra più oltre nei dettagli elettorali ed economici del paese: cito ancora
Le
elezioni a Napoli furono fatte da un centinaio o due d’influenti elettori che
si servirono della camorra per portar su i propri candidati: (...ma) peggio che
questa personale influenza, [sono] la pressione del Governo e la corruzione
privata [che] raggiungono mostruose proporzioni. La prima è peggiore nel
Mezzodì, la seconda nel Settentrione. [...] Nelle elezioni la corruzione sembra
sia stata esuberante [...]: ma come regola questo può essere fatto impunemente:
e anche quando la Giunta per le elezioni chiede che un collegio sia dichiarato vacante per corruzione, la Camera rifiuta di prenderne
atto. [...] È appunto questo manifesto potere della poco scrupolosa ricchezza
che i partiti avanzati devono combattere più d’ogni altra cosa. [...] Gli
scandali [...] sono ormai storia vecchia: ma il paese tiene ancora per fermo
che abbia ad esserci un’essenziale connessione fra uomini politici ed
affaristi. [...] un Italiano di oggi stenta a credere che un uomo politico
possa essere disinteressato.
Già,
perché la pompa del Vittoriano non poteva nascondere che quella unità esaltata
dalla retorica era in realtà fessurata da mali allora freschi, di cui nessuno
si occupava: non la politica, pronta a consegnarsi a Giolitti, non la cultura
religiosa (Pio X, dopo avere sciolto l’opera dei Congressi e condannato la
democrazia cristiana di Murri avrebbe vietato a tutti
i sindaci cattolici di partecipare ai festeggiamenti dello Stato usurpatore),
non la cultura socialista, ipnotizzata dal mito della rivoluzione.
Nel
fervore della magniloquente opera di Giuseppe Sacconi restava infatti sullo
sfondo quella insoddisfazione popolare esclusa dai diritti e dal voto, che la
canzone popolare del 1898, precone delle pistolettate
su Umberto I, aveva ritratto con ritmica ira:
Alle
grida strazianti e dolenti
di
una folla che pan domandava,
il
feroce monarchico Bava
gli
affamati col piombo sfamò.
Deh,
non rider, sabauda marmaglia:
se
il fucile ha domato i ribelli,
se
i fratelli hanno ucciso i fratelli,
sul
tuo sangue quel sangue cadrà.
Del
consenso di queste masse escluse si approprierà con la consueta abilità
Giovanni Giolitti, portando al paese, certo il voto agli analfabeti e l’INA, ma
anche la guerra di Libia, nel ritornante sogno di trovare nel lavacro bellico
il patriottismo perduto.
Eppure
nel 1911 l’oggetto della celebrazione era ancora una unità di cui si lamentava
il tradimento lo scempio, le promesse deluse. Mentre mancano pochi mesi allo
sbarco dei bersaglieri a Tripoli, preludio a una serie di disumanità di cui
ancora paghiamo il conto, a tre anni dall’inizio dalla impensabile carneficina
della prima guerra mondiale – il cinquantenario celebra l’autorità delle
istituzioni politiche plasmate dalla storia risorgimentale.
E sarà
proprio questo senso dell’autorità delle istituzioni, delle classi
dirigenti, dei comandanti, che andrà distrutto per sempre (con buona pace degli
amici e dei nemici del '68) nell’apocalisse della modernità che sarà
la Grande Guerra
,
insieme alla possibilità di ricostruire quel «mondo dei padri» che l’occhio
acuto di King aveva visto con nostalgia.
Il
centenario del 1961
Cinquanta
anni dopo il Vittoriano e dopo King, quando il centenario dell’unità si
ripresenta alla porta degli italiani con la dovuta solennità giubilare, il
futuro non è più quello d’una volta.
Per
guardarlo lo Stato stanzia 320 milioni di lire (circa 4 milioni di euro) per
rifare la storia del Risorgimento: a valle della dittatura, delle leggi
razziali, delle persecuzioni politiche, della guerra mondiale,
dell’occupazione, della guerra civile – e nell’enorme tensione politica che
precede l’avvicinarsi al governo dei “novelli anticristi” socialisti.
L’Italia
del centenario della sua unità sta museificando
ideologicamente l’epopea risorgimentale: togliendo ogni spazio all’orrore reale
che la separa dai suoi miti fondativi. Lo si capisce rileggendo il volume sulla
storia degli ebrei in Italia di De Felice, sforzo di un cantimoriano
trentenne che rifiuta il mito della innocenza italica e le parodie guareschiane dello scontro ideologico, sulle cui faglie il
sangue secco viene così spesso rimpiazzato da sangue fresco.
Ma questa
via storiografica è impervia: e quella della dialettica fra i partiti – nel
1961 nasce tribuna politica – ideologica. Altrove, al cinema, ci sono farmaci
contro la memoria assai più efficaci.
Tutti a
casa di
Luigi Comencini nel 1960 affida ad un indimenticabile Alberto Sordi il compito
di sciamano dell’esorcismo collettivo sul fascismo.
Passa nel
dimenticatoio le pagine feroci scritte dai soldati italiani nelle carni delle
popolazioni di Libia, dei monaci abissini, nei villaggi balcanici; fino alla
guerra civile, alla impunità della tortura, alle stragi e a quel Popolo dei morti su cui Leonardo Paggi ha scritto di recente pagine intense.
La
formula piena d’autoassoluzione sta nel titolo italiano di un film che Giuseppe
De Santis porterà sullo schermo nel 1964 e che
rimbalzerà come una formula magica: Italiani brava gente.
In vista
del 1961, dunque, il futuro non è più quello d’una volta: e alla retorica dei
Savoia in quel di Roma si sostituiscono le celebrazioni di Torino61, la prima capitale dove si predispongono festeggiamenti
che servono più che mai a riagganciare il filo istituzionale della continuità
dello Stato nazionale ormai repubblicano ad un passato sanificato dalla
lontananza.
Torino
che del Regno era stata la prima capitale, in quel momento, in pieno boom
economico stava diventando grazie all’auto e alla famiglia Agnelli l’approdo
della più grande deportazione volontaria di forza lavoro interna al paese e di
una nuova urbanistica.
Se nel
1911 il Vittoriano aveva steso dietro il metro e 53 del re Sciaboletta
il suo marmoreo sfondo, Torino61 doveva incidere nella capitale dell’auto e del sindacato con l’inchiostro del
cemento “armato”. Per Torino61 viene
eretto il Palazzo del lavoro e il Palazzo a Vela, viene edificato il quartiere
nella zona sud. E lì accanto si realizza l’Esposizione Internazionale del
Lavoro, «per illustrare sul piano mondiale il vertiginoso progresso tecnico e
sociale e l’evoluzione del lavoro umano nell’ambiente nel quale esso si
svolge». Si inaugura la fantascientifica monorotaia Alweg
che aveva incantato Walt Disney, il Cinerama, la funivia dal Valentino alla
collina e poi
la Mostra
Storica
dell’Unità Italiana,
la Mostra
delle Regioni
Italiane: tutte cose che s’imprimono nella memoria di una generazione (un sito
raccoglie ancor oggi le foto delle mamme col cappotto corto e dei bambini col
passamontagna, http://www.italia61.it).
Mentre
l’accattone di Pasolini viene vietato ai minori di anni 18, Roberto Rossellini
racconta l’epopea dei Risorgimento dal basso, difeso da uno stuolo di critici
organici: il passato oleografico e vigorosamente antidemocristiano di
Rossellini racconta uno Stato incapace di fare i conti col fascismo. E proprio
nella città di Gobetti, il fascismo come autobiografia della nazione svanisce
nel nulla, fra la rilettura rossellinian-marxiana di
Garibaldi, crociana parentesi messa lì, fra il
trionfalismo vittoriano del 1911 e quello Fiat.
D’altronde
in quello sforzo c’era qualcosa di cui andare perfino orgogliosi.
Se i
morti delle fucilazioni non diventarono capostipite di un anticipato decennio
di piombo fu grazie alla capacità politica di Moro e Fanfani di allargare le
basi effettive della giovane e fragile democrazia costituzionale: e in questo
l’enfasi modernistica di Torino61 si
presentava come un tentativo di evasione al quale solo un acuto documentario di
tale Spinelli, La lunga strada verso l’unità europea, insinua dubbi
tremendi...
Le
antenne teologiche di Pier Paolo Pasolini sentono l’immensa empietà di quel
passaggio di tempo:
Così
la mia nazione è ritornata al punto
di
partenza, nel ricorso dell’empietà.
E,
chi non crede in nulla, ne ha coscienza,
e
la governa. Non ha certo rimorso,
chi
non crede in nulla, ed è cattolico,
a
saper d’essere spietatamente in torto.
Usando
nei ricatti e i disonori
quotidiani
sicari provinciali,
volgari
fin nel più profondo del cuore,
vuole
uccidere ogni forma di religione,
nell’irreligioso
pretesto di difenderla:
[...]
E intorno a questo interno dominio
della
volgarità, la città che si sgretola
ammucchiandosi,
brasiliana o levantina,
come
l’espressione di una lebbra
[...]
e allinea tempeste di caseggiati,
gore
di lotti color bile o vomito,
senza
senso, né di affanno né di pace;
[...] è morta un’epoca della nostra esistenza,
che
in un mondo destinato a umiliare
fu
luce morale e resistenza.
Il 150°: il futuro non è più quello di una
volta
Il futuro
non è più quello d’una volta. Sappiamo già che le celebrazioni dei 150 anni
dell’unità d’Italia non avranno la serena arroganza retorica del 1911 e nemmeno
l’energia vitale del 1961.
Celebrare
l’unità della “nazione” vuol dire riprendersi una delle parole tenute in
ostaggio dal fascismo; vuol dire affrontare la sfida del secessionismo di tipo
celtico (quello che l’unico sindaco europeo condannato per istigazione all’odio
razziale riteneva di dover affidare alle sola alla “razza padana”); e vuol dire
misurarsi con le assai più pragmatiche devoluzioni di giurisdizione e di spesa
a favore della Gomorra camorrista, delle cosche 'ndranghetose e di cosa nostra. Nel tentativo di lasciare un
segno.
Il futuro
che ci attende nel 2011 è perciò fatto di opere, come nel 1911 e come nel 1961.
Alcune le decise il II governo Prodi pianificando la costruzione di spazi
culturali su tutto il territorio nazionale e affidandone il monitoraggio ad un
comitato dei garanti presieduto dal presidente emerito della Repubblica Carlo
Azeglio Ciampi [poi sostituito da Giuliano Amato, NdR.].
Altre le
ha programmate l’ammirevole capacità sistemica del mondo torinese: dove enti
locali fieri di non nascondersi dietro il ditino dei tagli, fondazioni bancarie
con una capacità di discernimento culturale adeguata, il sistema universitario
e di ricerca, mondo delle imprese e della comunicazione, hanno fatto massa
critica talmente bene che il sito www.italia150.it è il loro e non quello del
governo.
Nel
contempo un “bando” ha chiesto a chi lo avesse desiderato di proporre iniziative
per rendere memorabile il 2011. Ne sono uscite proposte per 285 milioni euro di
spesa che forniscono un ritratto straordinario del paese.
Straordinaria
la varietà dei soggetti: università, centri di ricerca, assessori frustrati,
istituti politici, editori in cerca d’affari, loggette di mutuo incensamento, aziendine di public relations, organizzatori di ogni
tipo di cultura (quella con la “c”, quella con la “q” e anche quella con la
“k”), portatori di smisurati super-ego, singoli personaggi dello spettacolo,
del giornalismo – fino a un promettente dottore Vespa Bruno che si candida a
fare trasmissioni della tv sul tema.
Straordinaria
ed eloquente la minor varietà delle proposte: ricerche, libri, dizionari,
manuali, certo; ma poi saloni, fiere, cicli, restauri, valorizzazioni,
programmi televisivi, musical, fiction, festival e mostre: al tempo stesso un
libro dei sogni, un business plan e una sorta di autodenuncia.
La
politica di rigore finanziario di Tomaso Padoa Schioppa e Giulio Tremonti non solo ha molto ridimensionato
le ambizioni di un paese che da Italia90 alle Colombiadi
aveva imparato che retorica e affari si sposano bene: lo ha anche fatto venire
allo scoperto.
Ma ha
lasciato sospesa la questione di cosa deve accadere nel 2011 e del perché .
Sul cosa
il Ministro Bondi ha messo a punto, in un fitto dialogo col comitato Ciampi,
qualche prima idea. I sindaci, questa volta anche quelli cattolici, torneranno
all’altare della patria nell’anniversario della legge del 1861. Ai bambini
delle scuole sarà proposto il programma didattico “adotta una lapide” (sic) per
lucidare e salvare i marmi della retorica massonico-risorgimentale
sparsi per le nostre vie. I programmi televisivi manderanno in onda il “TG del Risorgimento”
per dare come notizie fresche le battaglie sabaude e garibaldine e vedremo e –
che so? – Simona Ventura che annuncia il collegamento con Curtatone.
Insieme
ci saranno attività di ricerca, opere storiche dove la comunità scientifica si
dividerà fra chi ha filo da tessere e chi no. Forse si avvierà alla fine il Dizionario biografico degli italiani, la
più grande impresa di raccolta di profili dei grandi della nazione giunto in
sessanta anni alle lettera "M", sulla quale gli scorsi mesi hanno
visto svilupparsi una discussione fatta di calunnie e scorrettezze indegne
della repubblica delle lettere.
Ma la
questione del cosa e del perché resta aperta. Il 150° anniversario dell’unità
ci pone ancora una volta davanti al problema di quello che viene
grossolanamente definito l’uso pubblico della storia (dico grossolanamente
perché la storia ha solo un uso pubblico) e che più pertinentemente
Odo Marquard ha chiamato la tribunalizzazione
della storia. Cioè quel processo, legato alla fine della teodicea, per cui
anziché chiedere a Dio perché se lui è buono c’è il male, si rigira la versione
secolarizzata della domanda all’uomo, unico responsabile delle sue azioni.
Ma come
ha mostrato Marquard, esattamente come nello schema
leibniziano, l’uomo si fa la domanda per uscirne assolto, presentandosi come
imputato seminfermo, visitatore alienato di una realtà troppo grande, turista
di passaggio sulla scena dove il male storico si compie.
Nelle
precedenti occasioni ripensare l’unità nazionale ha voluto dire trovare il modo
e il tempo di sfuggire al peso di un passato ancora poco studiato e dominato da
una retorica dominante.
Nel 1911
la cultura coloniale era nascosta. Nel 1961 la puntigliosità della legge
istitutiva insisteva sulle celebrazioni del solo Risorgimento.
Il 2011
si metterà su questa via? Diventerà “luogo della memoria”, nel senso studiato
da Pierre Nora, monumento che nel momento in cui sorge denuncia la
consapevolezza dell’oblio e lo accoglie, facendo del fante il cesso del
piccione?
La
questione, si badi, non è astratta:
la Regione Piemonte
ha approvato una legge per attirare nella propria area la convegnistica
migliore che l’Italia saprà elaborare nel 2011: ma per legge ha stabilito che
l’arco di tempo interessato avrà come terminus a quo il 1820 e come terminus ad quem il 1920: e così rimarranno fuori quelli che
qualcuno ha definito i “periodi meno felici” della storia italiana.
Su questo
vorrei soffermarmi brevemente in conclusione. L’anniversario della telegrafica
delibera senatoriale del 1861 non può essere affrontata col candore che poteva
essere perdonabile nel Sindaco della Roma d’inizio secolo XX, Ernesto Nathan, e
che era comprensibile nell’onorevole Amintore Fanfani.
Il nodo
dell’esistenza di questo paese, della sua lingua come strumento di cittadinanza
fra diversità non più grandi di cento anni fa, della costituzione come solo
oggetto di patriottismo possibile nel paese che inventò il fascismo, il suo disgusto e la sua sete di cultura, è oggi più
aperto che mai nel momento in cui, nella costruzione europea, si sbriciolano i
grandi miti risorgimentali e la “nazione” diventa un prodotto da agitare contro
gli Stati usciti dalla decantazione nazionale del secolo XIX.
Giacché
il problema dell’Italia non è quando sia stata fatta o la datazione di una
coscienza nazionale che ha preceduto di secoli l’azzardo sabaudo: ma quale
coscienza della propria storia ha chi la sta effettivamente facendo.
Per un
periodo lungo la formatrice di questa coscienza è stata la deamicisiana maestra
dalla penna rossa, il sentimentalismo garibaldino, la coltivazione della
arroganza del colonialismo straccione.
Poi è
stata la volta della media unificata, quella che don Milani
anticipa «studiando storia tutto l’anno» per prepararsi al processo
sull’obiezione di coscienza.
Poi è
toccato alle superiori post-sessantottine dove “si fa il Novecento”, e poi
all’università di massa di una volta, quella dove se chiedevi lumi sul
descrittore di Dublino ti davano la bibliografia su James Joyce.
Ma se le
rivoluzioni mangiano i figli, le riforme sono corrose dai loro successi. «Tempi
nuovi si annunciano» dice Moro nel 1968, quando si rende conto che proprio
l’inclusione sociale che la sua politica aveva proposto era riuscita davvero a
modificare la scena sociale e chiedeva alla politica un ripensamento del
proprio ruolo talmente profondo che lei stessa, che ne era stata levatrice, se
ne riconosceva incapace.
E così
anche noi oggi vediamo che «tempi nuovi si annunciano»: ma sappiamo che non
sono il frutto di un grande progetto di inclusione sociale, di uno slancio
culturale, che guardi ai rivolgimenti nei quali ci troviamo coinvolti con le
competenze necessarie, la strumentazione adeguata, una idea su come usare
l’immenso capitale umano che ogni giorno ciascuno di noi si trova a dover
investire.
La nostra
collega, fresca "Mittner-Preis", Elena
Esposito, ci spiegherebbe con grazia che lo smarrimento che sentiamo è del
tutto normale. Prima che il futuro cancelli i mille futuri possibili che oggi
intuiamo, non possiamo far altro che sceglierne uno, per calcolo, per moda, per
paura. E ha ragione.
Il tempo che
ci separa dalle celebrazioni, dunque, dirà al futuro quanto siamo stati capaci
di attrezzarci per un avvenire che, per fortuna, non sarà quello d’una volta.
Dirà se e
quanto siamo stati consapevoli dell’enorme sproporzione che esiste fra i mezzi
con cui la cultura di un tempo affrontava un futuro di cui avrebbe potuto
possedere le chiavi – e i mezzi con cui noi guarderemo ad un modo il cui
rimescolamento non può essere risolto dall’apotropaica del localismo, dal
razzismo piagnone e prepensionato, dalla furbizia di
chi grida all’emergenza educativa per tutelare rendite e appalti, dal mai
sopito vizio del tirare a campare, dalla indulgenza verso i prepotenti.
Giuseppe
Dossetti, il più importante professore che l’Università della Calabria abbia
avuto, aveva fatto nell’estate del 1993 alcune considerazioni sul futuro che
attendeva il mondo di fine secolo, la cui attualità non torna a nostro onore.
È
un rimescolio totale [...] Noi cerchiamo di rappresentarci questo
sconvolgimento totale con dei modelli precedenti, quelli del 1918 , quelli
della pace di Versaglia,
quelli del 1944-45, quelli di Yalta, ma sono tutti non proporzionati, perché il rinnovamento è assai più radicale. Siamo
dinnanzi all’esaurimento delle culture. Non
vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica, né
da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non
con il senso della profondità dei mutamenti.
Non è catastrofica questa visione, è reale; non
è pessimista, perché io so che le sorti di tutti sono nelle mani di Dio.
La
speranza non vien meno, la speranza che attraverso vie nuove e imprevedibili si
faccia strada l’apertura a un mondo diverso, un pochino più vivibile,
certamente non di potere. [...] L’unico grido che vorrei fare sentire oggi è il
grido di chi dice: aspettatevi delle sorprese ancora più grosse e più globali e
dei rimescolii più totali, attrezzatevi per tale situazione. Convocate delle
giovani menti che siano predisposte per questo e che abbiano, oltre che l’intelligenza,
il cuore, cioè lo spirito cristiano.
È questa
responsabilità, che possiamo reciprocamente consegnarci avvicinandoci all’anno
del 150° e sapendo che di qui a poco – due generazioni, cinquant’anni – un
nuovo giubileo arriverà a giudicare delle intenzioni di cui avremo dato prova. |